Coriolano Vighi
di // pubblicato il 24 Maggio, 2009
Coriolano Vighi: chi era costui?
Già, chi era? Pochi saprebbero rispondere, anche a Bologna, dove l’artista visse ed operò, e decisamente pochissimi a Firenze, dove egli nacque il 2 maggio 1852, e dove passò la prima infanzia tra qui e Livorno. Finché poi il padre si trasferì nella città emiliana, dove il ragazzo crebbe, frequentò la locale Accademia d’Arte, e divenne pittore. Uno, all’epoca, che conobbe grandi successi e che, dopo un periodo non breve di stenti dovuti soprattutto alla sua natura dispersiva e godereccia, fu ricercatissimo non soltanto dalla media ed alta borghesia, ma dall’aristocrazia e addirittura da case regnanti, anche straniere.

Afferivano al suo atelier situato in via Zamboni duchi e principesse, emissari di corti (dallo zar di Russia al Kaiser di Germania, ai Savoia), marcanti e galleristi che si contendevano le sue opere per esporle a Roma, Berlino, Francoforte, Baden Baden, Vienna, San Pietroburgo, Monaco, città tutte dove si tennero mostre di grande successo e di eccezionali vendite. Onorato da frequenti visite di personaggi illustri, fu lodato da Boldini che visitò il suo studio in compagnia di Enrico Panzacchi, strinse amicizia con Corrado Ricci, Raffaele Faccioli, fu stimato da Giosuè Carducci, e fu assiduo frequentatore di artisti e letterati, come Dagnini, Gatti, Parmeggiani, Alfredo Testoni.. Ed ebbe grandi riconoscimenti: tra l’altro, si aggiudicò la medaglia d’oro al Salon di Parigi nel 1904, e l’anno dopo fu invitato alla Biennale di Venezia.
Successi di pubblico, di critica e di vendite che lo costrinsero ad una produzione pressoché smisurata, per far fronte alle moltissime richieste, fino alla morte, che avvenne improvvisa e prematura, nel 1905, a soli 49 anni. Ancora un decennio dopo la sua scomparsa, che ebbe grande eco in Bologna con lunghi articoli sui giornali, si organizzò presso l’hotel Baglioni, ancor oggi il più prestigioso della città, una mostra dei suoi dipinti, nello stesso luogo dove appena dieci giorni prima si era tenuta un mostra con poche opere del giovanissimo Morandi, Licini, Mario Bacchelli, Vespignani e Severo Pozzati (Sepo) tenuta a battesimo da Marinetti. Ma mentre quest’ultima dovette sgombrare in fretta, dopo appena un giorno, a quella di Vighi parteciparono, oltre ad una gran folla, il console di Francia, la principessa di Monaco, la principessa Demidoff, un po’ russa e un po’ fiorentina; e insomma, ‘tout le monde etait là’, come direbbero i francesi.
Ecco dunque in breve chi fu Coriolano Vighi. Ma, dopo tutti questi successi e riconoscimenti, che cosa è rimasto di lui? Tanti, tantissimi dipinti, marine e paesaggi soprattutto, dove primeggia quell’abilità che lo fece tanto apprezzare dalla borghesia ottocentesca, la quale anelava arredare i propri salotti con le sue belle tele piene di nuvole bianco-rosate, di stagni lungamente perlustrati dalla luce, di onde infrante su scogliere selvagge, di infinità marine perdute nell’impreciso profilo dell’alba. Insomma, quei generi che piacevano alla società del tempo, a cui egli corrispondeva dipingendo secondo quel gusto e quell’ideale discreto e trepido di bellezza.

Eppure…Eppure a guardar bene, in certi dipinti di neve, in certi paesaggi ombrosi, in taluni chiaroscuri lunari, e tra i barlumi spersi nei cieli percorsi da imminenti temporali, si avverte che egli non fu soltanto, come in seguito poi si disse, quel paesaggista onestamente ripetitivo che non aveva niente di più da dire, se non offrire una sua grande abilità pittorica. Infatti, non solo di manualità si trattava.
Si guardi con attenzione alla bella mostra allestita a Bologna presso la Galleria Fondantico (Catalogo in Galleria, Ingresso gratuito) e si vedrà quanta sincerità emotiva riversava nei suoi dipinti, e con quanta diligente immaginazione elaborava i suoi paesaggi, che Eugenio Riccòmini, in catalogo, definisce con una frase suggestiva: “dipingeva il vero ad occhi chiusi”, elaborando nell’intimo ciò che l’occhio aveva catturato, ciò che la mente aveva sedimentato, e l’emozione raccolto. Perché fosse dimenticato, non si può dire. Capita a molti, capita soprattutto a chi visse e vive in questa avara città di Bologna. Una città che non ha ancora onorato, con un museo, i suoi artisti dell’Ottocento, talché dopo il settecentesco Giuseppe Maria Crespi e prima di Giorgio Morandi pare che a Bologna non si sia prodotta assolutamente pittura. Ma, diceva Pirandello, “così è se vi pare”.

E si deve allora ringraziare Tiziana Sassòli per aver organizzato questa bellissima mostra per ripercorrere, come lei stessa scrive nell'introduzione al catalogo "il cammino di un pittore, che a suo tempo, è stato osannato, stimato e apprezzato…fino a raggiungere un consenso internazionale".