Community. Generazioni a confronto al MARCA di Catanzaro
di // pubblicato il 24 Dicembre, 2010
Negli ultimi decenni il mondo ha palesemente subito un notevole cambiamento. Quella che era la geografia "fisica" dei luoghi va oggi presa in considerazione tenendo conto delle telecomunicazioni e delle reti che permettono di creare connessioni tra luoghi apparentemente distanti. Il mondo reale e quello virtuale seguono in parallelo leggi che influenzano la società, le abitudini e di conseguenza anche le manifestazioni artistiche e le modalità in cui l'arte prende forma.
A questo punto ci si chiede quale sia, all'interno delle comunità, il ruolo della tecnologia. Qual'è la sua influenza? Quali sono le interazioni percettive e comportamentali che si sviluppano?

La coppia di curatori Alberto Fiz e Luca Panaro indaga, nella mostra Community. La ritualità collettiva prima e dopo il web, proprio questo aspetto: la mutazione del concetto di comunità dagli anni Cinquanta fino ad oggi visto attraverso gli sguardi di artisti provenienti da percorsi diversi e soprattutto appartenenti a generazioni diverse. Quello che pervade tutta la mostra è infatti proprio la duplicità del passaggio dal per al post web, nella ritualità del quotidiano e nella relazione tra gli elementi della stessa comunità.
Anche a livello terminologico si parla di network, di community e di web intendendo delle modalità e delle forme di connessione che spesso sconfinano dal mondo virtuale a quello reale. Di pari passo, nell'arte i nuovi media hanno svolto un ruolo fondamentale aprendo agli artisti possibilità infinite anche dal punto di vista relazionale.
I luoghi da cui possono sorgere forme artistiche, così come quelli della socialità non sono solamente le strade, le città, le case e i luoghi di svago convenzionale ma sono anche i social network, i forum e i blog ad indicare che oltre ai "luoghi" e i "non luoghi" si inserisce una categoria comprendente i "luoghi del virtuale" su cui, peraltro, in molti fondano parte delle proprie relazioni private e professionali.

L'attenzione è rivolta innanzitutto alla fotografia in quanto strumento in grado di restituire immagini della realtà capaci di essere materiale di ricordo ma anche documento. E' questo il valore degli scatti del bolognese Nino Migliori e di Mario Cresci, i cui lavori, rispettivamente degli anni Cinquanta e Settanta "parlano" di quotidianità attraverso lo sguardo di gruppi di individui o di nuclei familiari.
L'aggregazione e il profondo senso comunitario sono protagonisti anche del lavoro fotografico di Gabriele Basilico, incentrato su testimonianze storiche degli anni Settanta.

Da qui l'attenzione della mostra si sposta seguendo quasi una "storia delle dinamiche aggregative" focalizzandosi sulla dimensione urbana attraverso l'analisi di alcuni elementi costitutivi della città. Lo testimonia la serie di Marina Ballo Charmet dedicata ai parchi, luoghi di transito che spesso determinano l'identità della metropoli stessa, basta pensare a Central Park a New York, Hyde Park a Londra o al Parco Sempione a Milano.
Dalle foto ai video che trattano temi legati alla città con uno sguardo internazionale si passa quindi ai lavori di Olivo Barbieri e Adrian Paci; mentre è orientato sull'integrazione tra persone di estrazione differente lo sguardo di Paola Di Bello.
La valenza "rituale" di alcune forme di aggregazione sociale passa attraverso lo sport percepito non solo nel suo aspetto ludico ma anche in quanto accentratore di ricordi e contenitore di esperienze. Cristian Chironi, attraverso il suo lavoro, fa riflettere sul valore trasversale di elementi quotidiani, come il calcio, in questo caso, inserendo la propria immagine in contesti "storici".
Una forma metafisica di aggregazione che evoca per certi versi il passaggio dalla comunità del "reale" a quella virtuale è quella che contraddistingue il lavoro, e parte dei lavori, di Vanessa Beecroft, in questo caso l'opera riprende una performance realizzata a Palermo nel 2008 e, come in diversi lavori dell'artista, nell'opera sono coinvolte una serie di figure femminili statiche, ieratiche in alcuni casi apparentemente abbandonate in luoghi suggestivi ma in cui la comunicazione è azzerata. 
Si assiste qui alla manifestazione di un paradosso che si accentua ancora di più se si tenta di riflettere sull'impatto delle tecnologie che se da un lato rendono molto più immediata la comunicazione annullando addirittura i divari spazio temporali, dall'altro, soprattutto se si tratta di community e social network, rischiano di mantenere i dialogo e la relazione tra individui su un piano perennemente superficiale e alla lunga vuoto.
Trasversalmente a questa tematica, legata al flusso di informazioni visive e di contenuti, Franco Vaccari, già nel 1972 sembrava aver avuto una visione premonitrice di quello che sarebbe stato lo scorrere delle foto, dei volti in rete e in occasione della Biennale di Venezia, con le fotografie prodotte in una cabina appositamente installata in loco, ha fornito un primo input su quella che sarebbe diventata la quotidianità.
Lo scorrere di volti ed espressioni è lo stesso rappresentato da Naomi Vona sostituendo alla Photomaton la tecnologia più attuale di Youtube in un lavoro che fa riferimento ad uno dei canali attualmente più frequentati della rete.
La mostra si conclude con l'intervento del collettivo milanese Alterazioni Video e con i lavori interattivi di Carlo Zanni e del gruppo Flatforum. In entrambi i casi gli artisti lavorano direttamente con il pubblico per giungere al completamento dell'opera a dimostrare, come completamento del percorso, la necessità progressiva di integrazione "comunitaria", appunto, attraverso le tecnologie, come prova di sinergia tra la società e le arti visive.
