Coltivare memoria del passato per costruire futuro
di // pubblicato il 27 Gennaio, 2011
Il 27 Gennaio 1945 l’ingresso delle truppe dell’Armata Rossa nel campo di sterminio di Auschwitz rivelò al mondo la realtà aberrante della Soluzione finale con cui il regime nazista meticolosamente procedeva allo sterminio del popolo ebraico.
Mentre giustamente il mondo intero celebra la Giornata della Memoria istituita nell’anniversario di quel giorno, avvenimenti più recenti rivelano che quell’orrore nella Storia dell’umanità non ha mai avuto fine, perché il male e il potere hanno dimostrato nei secoli una particolare capacità di rigenerarsi.
Un filo rosso sangue lega l’Olocausto alla tortura somministrata con chirurgica precisione dalle giunte militari al potere negli Stati dell’America latina, dove la maggior parte dei criminali nazisti si sono rifugiati dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Attraverso lo Stato Vaticano transitarono molti nazisti in fuga che lì reperirono nuovi documenti e nuove identità, spietati carnefici ripararono in Argentina, paese particolarmente ospitale verso di loro grazie al fatto che Evita Perón e suo marito, il generale Juan Domingo Perón, giunsero alla Casa Rosada con una campagna elettorale in gran parte finanziata dal denaro del terzo Reich.
Il film Amen di Costa Gavras racconta omertà e connivenza garantita ai criminali di guerra nazisti e anche se le polemiche feroci che accompagnarono l’uscita del film dimostrano la difficoltà dell’istituzione clericale a fare un mea culpa si tratta di verità storica provata.
Coltivare la memoria ha senso se finalizzata alla costruzione di una società migliore, ma per quanto siano stati realizzati innumerevoli libri, film e documentari che hanno raccontato da ogni punto di vista la feroce crudeltà della Shoah, l’umanità sembra non aver tratto alcun insegnamento da questa tragedia.

Innumerevoli sono stati i genocidi e le operazioni di pulizia etnica portati a termine nella Storia dell’umanità prima ma anche dopo la seconda guerra mondiale. Ma allora perché proprio lo sterminio subito dal popolo ebraico ha un posto di rilievo nella coscienza collettiva?
Tra tanti motivi due sono a mio parere i più importanti. Prima di tutto le proporzioni del massacro, con i suoi sei milioni di vittime l’Olocausto non è paragonabile a nessun altro evento della Storia umana e in secondo luogo gli ebrei oggi, nella società moderna, spesso occupano posizioni di prestigio anche economico che consente loro la creazione di fondazioni e iniziative benefiche che tengano in vita la memoria. Cosa impossibile per i sopravvissuti di altri genocidi come quello operato in Cambogia dai Khmer Rossi o il massacro del popolo armeno in Turchia.
Queste nobili attività di cultura della memoria presentano però un rovescio della medaglia che non deve essere sottovalutato. A volte, davanti all’ennesima opera sui lager nazisti è palpabile quasi un’insofferenza per qualcosa ritenuto ormai noto, ma se questo è un aspetto legato unicamente alla sensibilità del singolo e per cui si può fare ben poco, ce n’è un altro che può essere ancor più pericoloso e diffuso..jpg)
Credere, rievocando lo sterminio e le torture naziste di anni lontani, che tali pratiche siano scomparse e essere meno vigili abbassando la guardia. Invece la verità è che le tecniche di tortura si sono trasformate e anche se in scala ridotta sono sopravvissute al tempo e ancora applicate.
A questo proposito è interessante citare una pellicola che nel 2008 ha vinto l’Oscar come miglior documentario, Taxi to the dark side di Alex Gibney. Partendo dalla storia di Dilawar, un giovane taxista afgano di Yakubi, che dopo cinque giorni di torture nel carcere di Bagram è morto con l’unica colpa di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, il film disegna un quadro impietoso della situazione attuale.
Le interviste a ex prigionieri di Guantanamo, ad alcuni soldati della polizia militare addetti agli interrogatori, tra cui qualcuno incriminato per le sevizie nel carcere iracheno di Abū Ghurayb, restituiscono un profilo reale delle tecniche di tortura applicate agli interrogatori dei sospetti terroristi.
In barba a ogni enunciazione della Convenzione di Ginevra che intima di rispettare la dignità umana dei prigionieri e che George W. Bush definisce troppo vaga per poter essere applicata, tutta una serie di azioni che prese singolarmente non costituiscono atto di tortura, combinate insieme diventano letali per demolire la psiche e il corpo di qualsiasi individuo.

Otto anni di amministrazione Bush hanno trasformato gli Stati Uniti negli sceriffi del mondo, sentiero su cui sono stati seguiti anche da altri paesi compreso lo Stato di Israele.
Quando il 31 Maggio 2009 un commando di soldati israeliani ha assaltato la nave turca Mavi Marmaris e altre cinque imbarcazioni, per impedire a oltre cinquecento tra pacifici attivisti e giornalisti di portare aiuti ai palestinesi della striscia di Gaza, il bilancio dell’azione di guerra ha registrato dieci morti e almeno ventisei feriti.
Alla fine di tutto io credo che il problema sia sempre lo stesso, la corruttibilità della natura umana che purtroppo non si orienta automaticamente verso l’idea del bene. “Se metti le persone in situazioni folli fanno cose folli” afferma il soldato scelto Damien Corsetti in Taxi to the dark side e “Se scruterai a lungo nell’abisso, l’abisso scruterà in te” scriveva Friedrich Nietzsche.
Ancora una volta il mito biblico dei fratelli Caino e Abele nella sua lineare semplicità è la rappresentazione più sincera dell’animo umano. I mostri sono persone come noi, nel libro Cuore di mostro della psicologa Maria Rita Parsi sono raccolte le testimonianze dirette di anime ferite che, dopo aver subito un danno interiore irreparabile, si sono macchiate delle azioni più aberranti nel tentativo di sopravvivere a se stesse.

Anche il nazista Adolf Eichmann, responsabile e coordinatore dei convogli per le deportazioni degli ebrei ad Aushwitz, catturato in Argentina e portato sotto i riflettori del processo che nel 1960 a Gerusalemme lo condannò a morte per impiccagione, si rivelò per quel che era: solo un misero freddo burocrate incapace di qualsiasi empatia con altri esseri umani. Il libro di Hannah Arendt sul processo lo definisce perfettamente nel suo bellissimo titolo La banalità del male.
Il nostro direttore scientifico Cinzia Colzi è in viaggio in questi giorni sul Treno della Memoria che da Firenze ripercorre il viaggio dei deportati fino al campo di Aushwitz in Polonia. Avremo modo di tornare sul tema della memoria che deve restare viva per costituire fondamento di un’umanità migliore.
