Colorno la follia di elsinore tra le stanze della reggia
di // pubblicato il 29 Ottobre, 2011
- di Davide Villani -
Si potrebbe sintetizzare il tutto come una storia di passi. Quelli fatti da Amleto, giovane principe di Danimarca, nel progettare la vendetta nei confronti dello zio usurpatore. Quelli barcollanti di Ofelia, figlia di Polonio, compiuti verso il fiume della morte. Quelli della psiche umana, mai così movimentata come in questa storia immortale, che portano a cambiare continuamente direzione e orientamento, in preda all’avidità, alla cattiveria, alla follia. E poi quelli degli spettatori, silenziosi, che nel condurre in ogni nuova stanza quasi inducono la persona a chiedere il permesso ad alta voce prima di entrare.

Questo è l’Hamlet del Teatro Lenz, intenso spettacolo itinerante firmato Maria Federica Maestri e Francesco Pititto che ha curato anche la riscrittura drammaturgica, andato ‘in scena’ dall’11 al 16 ottobre, nel piano nobile della Reggia di Colorno.
Il progetto, frutto di un lungo lavoro partito nel lontano 2000 in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’Ausl di Parma, ha coinvolto numerosi ex-degenti dell’ospedale psichiatrico che proprio lì, in un’ala della Reggia, aveva sede fino alla sua abolizione nel 1978 con la legge Basaglia.

Tra i vari ambienti del Palazzo Ducale, divenuto celebre grazie a Maria Luigia d’Austria, seconda moglie di Napoleone, che vi risedette nel suo periodo di guida al Ducato di Parma, gli attori conducono il pubblico, volutamente ristretto, in un percorso dettagliato e ricco di elementi suggestivi: partendo dalla grande scalinata principale del palazzo, le voci dei personaggi iniziano pian piano a vivere nell’atmosfera angosciante di Elsinore, nelle sue verità celate, nei suoi cunicoli nascosti. Dentro ogni stanza, un nuovo personaggio attende silenzioso l’arrivo dello spettatore: pochi oggetti, anche solo uno, può bastare a caratterizzare in pieno l’identità del ruolo, la sua presenza resa ancora più intensa dalle installazioni video proiettate sui muri, profondi primi piani che raccontano la storia muta in bianco e nero della vita di chi, quella stanza, la sta occupando.
Voci, parole, sussurri ma anche corpo, materia, massa: i personaggi dell’opera si sdoppiano, si concretizzano in più fisicità distinte oppure, al contrario, vivono all’interno di un solo attore incaricato di una doppia fatica. E così non si deve parlare di Amleto ma degli Amleto, interpretati da tre attori completamente diversi tra loro per sesso, vocalità, corporeità: Barbara Voghera è l’Amleto minuto ma grintoso, energico nell’inscenare la sua follia e spavaldo nei confronti del re e della regina; Paolo Maccini è l’Amleto più sobrio, apparentemente più tranquillo ma imperterrito nel commettere gli omicidi sfruttando esclusivamente la declamazione della didascalia testuale (“Ho ucciso Polonio! Ho ucciso Polonio!”), dallo sguardo triste e dalla parlata pacifica, alto e snello al contrario di Enzo Salemi, l’Amleto corpulento e taciturno che resta seduto immobile fissando gli spettatori mentre gli altri due agiscono spinti da macabri intenti.
Intorno a loro si intreccia la vicenda universalmente conosciuta, attraverso gli interventi essenziali dei personaggi coinvolti: Guglielmo Gazzelli è chiamato al compito di interpretare lo spettro del padre che incita il figlio alla vendetta ma anche il personaggio di Claudio, l’irascibile zio assassino.
Due ruoli opposti ma allo stesso tempo del tutto simili: l’ucciso e l’uccisore, il sostituito e il sostituto, il re e colui che lo diventa. In entrambi i casi, la calma dell’attore si mescola con una vocalità aspra fatta di suoni acuti, sillabe e parole che, anche se non sempre comprensibili, vengono pronunciate con tale fervore e decisione da rendere del tutto idonea la resa dei personaggi: la rabbia dello spettro si intona con l’arroganza del re omicida e la scelta di far interpretare ad un solo attore entrambe le parti si rivela così perfettamente adeguata.
Il malinconico e tormentato personaggio di Ofelia subisce anch’esso uno sdoppiamento, ma questa volta nell’altro senso: Delfina Rivieri è la prima Ofelia, quella innamorata di Amleto, straziante in quel ripetere parole e locuzioni in continuazione, mantenendo un ritmo serrato che conserva fino al momento della morte. Seguita dagli spettatori, Ofelia percorre i corridoi del palazzo fino a giungere davanti alle porte del terrazzo: da questo punto è impossibile continuare a seguirla, la donna apre le porte ed abbandona gli spettatori e, scenicamente, la vita.
La donna amata un tempo da Amleto diventa così una voce narrante che il pubblico ascolta in un’altra stanza, quella dove Elena Varoli, la seconda Ofelia, attende il pubblico, in silenzio, corpo immobile.
Altri interpreti che si alternano tra presenza reale in scena e apparizione video sono Franck Berzieri (Gertrude), Lino Pontremoli (Orazio), Mauro Zunino (Laerte) e Luigi Moia (Polonio): attori autentici che danno vita a personaggi autentici, con le loro paure, le loro difficoltà, i loro turbamenti mentali. E poco importa se a volte la recitazione non è impeccabile e qualche parola giunge incomprensibile alle orecchie dello spettatore: ciò che conta è la creazione, del tutto riuscita, della follia di Elsinore. Della sua storia universale raccontata, per qualche sera, in un palazzo della Pianura Padana.