Chiara Dynys all’Archivio Centrale dello Stato: Un viaggio tra Labirinti e Memoria
di // pubblicato il 25 Aprile, 2010
Le biblioteche, luoghi magici, custodiscono la storia, la vita di una città; di una nazione.
Migliaia di pagine in fila sugli scaffali, migliaia di parole si sovrappongono, come nella BIblioteca di Babele descritta da Jorge Luis Borges.
L'artista Chiara Dynys, aveva ben presente questo concetto quando ha accettato la proposta del curatore Fortunato D'Amico ad intervenire con una mostra personale di installazioni site specific negli spazi dell'Archivio Centrale dello Sato a Roma.
Inizialmente titubante, l'artista è poi entrata, corpo e anima, in questo labirintico spazio, dando forma ad una serie di lavori che non potrebbero stare in nessun altro luogo se non in quello in cui stanno.
Sembra tautologico, visto che si tratta di una serie di lavori espressamente concepiti per l'archivio; tuttavia è risaputo che gli archivi sono luoghi sì affascinanti, ma anche labirinti capaci di far smarrire chiunque.
L'artista, forse, dotato di una capacità innata di "perdersi senza smarrirsi", e di esorcizzarne il timore, è come un privilegiato Teseo che può avventurarsi nella dimora del Minotauro con più sicurezza e determinazione. L'artista, visionario precognitore calato nella quotidianità, come lo difinisce la stessa Chiara Dynys ha e avrà la funzione di "ricostruire il mondo", attraverso un gesto consapevolmente rivoluzionario, come quello artistico.

In questo cammino nella storia e nella cultura, gli interventi interagiscono con lo spazio per celebrare la prima, eccezionale apertura al pubblico dell'Archivio che inaugurerà il 3 maggio.
Il percorso espositivo si articola nella totalità degli spazi a disposizione: Memoria e Oblio, è una installazione composta da dodici lettere tridimensionali in acciaio a formare il titolo stesso in una dicotomia che agisce come un punto di partenza per il viaggio nel luogo della memoria per eccellenza.

Doppio Sogno, il cui titolo evoca il celeberrimo romanzo di Arthur Schnitzler, è una scultura, una gabbia a spirale di acciaio dipinto di blu, con una scritta al neon Più luce su tutto, come un "truismo" alla Jenny Holzer.
Seguono le tre videoproiezioni Sfoglia la carne in petali 1, 2, 3 una tripla installazione molto intimistica e personale, in cui la dimensione del "diario" si incrocia con quella "epistolare" e del "documento"; tre differenti manifestazioni di ricerca storica che incontrano la tecnologia dell'installazione interattiva scavando nel passato storico della nazione. Cosi come Sfoglia la carne in petali, Passages è un'altra triade di installazioni video: questa volta l'artista riproduce, proiettandoli, gli altissimi corridoi dell'Archivio Centrale dello Stato ricoperti da documenti cartacei.

Un ritorno alla comunicazione scritta è invece Il futuro dell’umanità è una libreria, in cui l'artista incide sull'intonaco una frase, perentoria considerazione e invito ottimista.
Anche in Cage 1 e 2 l'artista di distacca dalle nuove tecnologie, avvicinandosi, in questo caso, piuttosto alla scenografia; ai giochi di specchi, anche questi, evocativi di luoghi magici e labirinti in cui perdersi fa parte del gioco... e come in un gioco l'osservatore si trova imprigionato in una gabbia dorata, circondato da libri, sommerso dalle pagine... ma è solo un'illusione...
Anomalie è invece una serie di lightbox che interagiscono con led e fotografie, anche qui, dando spazio alla dimensione più onirica e magica del luogo in questione.

Ad Astra è una scala che porta alle stelle toccando i punti salienti della storia d'Italia; metafisica raffigurazione di voler continuare il percorso, l'iter concettuale tra spazio "reale" e spazio "pensato". Altri due frasi, anche qui perentorie asserzioni, sono i concetti che stanno alla base delle ultime due installazioni di cui la prima, Tutto Niente, realizzata a neon rosso e verde su parete bianca, è un chiaro riferimento alla bandiera italiana e una riflessione sullo stato attuale dei fatti nonchè parte della conclusione del percorso.
Ultima opera, Tutto Scorre, riprende il panta rei, attribuito ad Eraclito, come inno al continuo divenire, allo stato infinitamente mutevole delle cose e all'evoluzione.
Una contraddizione se si pensa al fatto che l'archivio è il luogo in cui il passato si fissa, sulla carta, come un monito per il presente.

Questa installazione invece, così come tutta la mostra, vuole essere un invito a perdersi nella memoria e nei suoi labirinti per renderla attuale e per fare che essa viva, forte della consapevolezza di chi ha intrapreso questo percorso; perchè, come sottolinea il curatore Fortunato D'Amico, Gli umani senza memoria sono dei robots alla deriva, privi di autodeterminazione e di potere.
