Chi si ferma è perduto: al Teatro Due la maratona di ballo dell’Ensamble
di // pubblicato il 21 Gennaio, 2012
- di Davide Villani -
Le regole del gioco, semplici e concise, vengono pronunciate con sufficienza e rapidità: una pausa di dieci minuti ogni due ore segnalata da una sirena, divieto assoluto di lite tra concorrenti e di accasciarsi sulle ginocchia pena squalifica immediata, proibito rimanere soli per più di ventiquattro ore se il proprio compagno viene cacciato o, peggio, muore di fatica. Gloria al vincitore, pietà al perdente, le danze possono prendere forma e che vinca il migliore.
Il macabro show di Non si uccidono così anche i cavalli?, in scena al Teatro Due di Parma, racconta di cavie e sudore, coppie diverse per età e nazionalità che si sfidano in un ballo senza fine che, come ripetuto nel corso dello spettacolo, “si sa quando inizia ma non quando finisce”. Vince chi resta in piedi, chi resiste allo sforzo fisico e mentale, chi non si lascia trasportare troppo dalle emozioni che potrebbero causare azioni fatali: i soldi del primo premio abbagliano, così come la possibilità di essere visti o addirittura scritturati da produttori o impresari famosi nascosti qua e là tra il pubblico. Il successo, dunque, ma anche la voglia di donare luce ad una vita grigia che accomuna tutte le coppie presenti, dalla donna incinta e povera all’attrice sconosciuta, dal latitante all’anziano marinaio: storie umane che girano intorno allo spazio a suon di musica, che si intrecciano e si scontrano davanti ad un pubblico pagante che altro non deve fare se non godersi quanto lo spettacolo ha da offrire.

Tradotto e adattato da Giorgio Mariuzzo, il testo di Horace McCoy, divenuto celebre grazie al film omonimo di Sidney Pollack del 1969, pur nella sua essenzialità formale delinea un panorama estremamente reale del contesto di riferimento: l’America degli anni Trenta, periodo di grande depressione, viene rappresentata attraverso dei campioni variegati capaci di mostrare gli effetti tragici, nonché le vive speranze di quegli anni. La sfida di ogni coppia è dare sollievo alla propria condizione, provare ad uscire da una situazione difficile che solo il denaro o la fama possono in qualche modo trasformare: e allora la vittoria non è solo gusto personale ma una necessità vera e propria che porta ogni coppia a resistere per giorni e mesi a ballare incessantemente in quanto perdere equivale a non cambiare nulla di quello che si è.

E la giusta motivazione condiziona lo slancio iniziale delle coppie: sorrisi, salti acrobatici, movimenti sfrenati che Joe (Alessandro Averone), il conduttore dello show, sottolinea al microfono incitando le singole performance e invitando il pubblico ad applaudire il suo prodotto. Ma passa il tempo e i sorrisi diventano smorfie, le danze piccoli passi, spariscono i salti e la fatica globale prende il sopravvento: lentamente le coppie vengono eliminate, chi per stanchezza o perché, caso raro, ottiene un contratto redditizio da un impresario presente, chi perché rifiuta di continuare uno spettacolo così immorale e chi perché reagisce con la forza al tradimento della compagna. Alla fine a trionfare è solo chi quello show del massacro l’ha costruito e coloro che l’hanno visto, chi è riuscito a sfruttare le disgrazie altrui per farsi notare perché The show must go on, e per gli altri ciò che resta tra le mani è solo una possibilità mancata.

La scrittura fisica, ad opera di Michela Lucenti, consiste in coreografie precise e comuni in grado di evidenziare le singole personalità, forti o deboli che siano, dei concorrenti in gara: il ballo, dunque, funge da specchio per l’identificazione del personaggio perché è lo stesso gesto, vigoroso per alcuni e meno accentuato per altri, a parlare coerentemente. La staticità, del resto non logica, non viene mai raggiunta se non nei momenti in cui la musica tace e il gioco si interrompe: il resto è dinamismo reale dettato dalla regola e i concorrenti, come topi di laboratorio in un labirinto, non possono fermarsi prima di aver raggiunto un’uscita che significa vittoria.

La concezione spaziale del regista Gigi Dall’Aglio permette che l’attenzione sulla pista da ballo sia totale, con gli spettatori posizionati su tre lati di essa mentre un quartetto di musicisti occupa la parte restante: lo spazio centrale invaso dagli attori dell’Ensemble Teatro Due diventa così il perfetto terreno di gara, il palcoscenico ideale per un reality in cui nulla può sfuggire allo spettatore, non un bisbiglio, non un ammiccamento. Tutto avviene lì, a pochi passi, perché così deve essere: al pubblico non deve importare il nome del vincitore quanto piuttosto vedere lo sforzo fisico, la fatica impiegata dall’uomo mentre cerca con disperazione di raggiungere il proprio obiettivo che gli porterebbe sollievo e pace rassicurante, le dinamiche prodotte nel corso del gioco dai sentimenti positivi o avversi. Lo svolgimento, pertanto, più che la fine: l’interminabile maratona può riassumere delle vite e modificarle durante la sua esecuzione, un vortice incessante che include al suo interno uno spettacolo agghiacciante fatto esclusivamente di vita vera dove chi si ferma è perduto per sempre.