Cella 211

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 16 Aprile, 2010

Juan Oliver è un giovane agente della polizia carceraria spagnola appena assegnato al penitenziario di Zamora. Per cercare di fare un’ottima impressione e farsi un’idea del nuovo posto di lavoro, si reca nel carcere parzialmente in ristrutturazione con cantieri aperti qua e là, il giorno prima di prendere servizio, ma proprio mentre due colleghi gli stanno facendo visitare un braccio dell’istituto Juan rimane colpito alla testa da un pezzo d’intonaco che improvvisamente si stacca dal soffitto e a seguito della ferita sviene. I colleghi decidono di accomodarlo temporaneamente nella cella 211, rimasta vuota dopo la morte del detenuto che la occupava, e si accingono a chiamare il dottore del carcere per fargli visitare il ferito, ma proprio in quel momento scoppia nel carcere una rivolta capitanata dal pericoloso e carismatico pluriomicida Malamadre e i due poliziotti fuggono in preda al panico lasciando il nuovo arrivato tramortito dentro la cella.

Quando riprende conoscenza Juan comprende la situazione e decide di fingersi un detenuto, fa appena in tempo a far sparire la sua cintura e i lacci delle scarpe che secondo la prassi vengono tolti ai detenuti all’ingresso in carcere che quasi di peso viene portato davanti al capo rivolta Malamadre. L’assassino si convince progressivamente che davvero il poliziotto in incognito sia un nuovo incarcerato pestato dai secondini e perciò sporco di sangue, tra i due uomini s’instaura uno stano rapporto fatto di amicizia e competizione per la supremazia sul controllo della rivolta

Attraverso la struttura di un thriller carcerario teso, violento e imprevedibile, Cella 211 mette in scena la vicenda dell’uomo comune Juan Oliver che si ritrova per una serie di coincidenze in una situazione estrema di lotta per la sopravvivenza, usando la narrazione come pretesto per scandagliare i meandri più reconditi della natura umana, con il protagonista costretto, trascinato dall’inarrestabile procedere degli eventi, a fare scelte difficili, in conflitto con i valori su cui egli ha impostato la sua vita fino a quel momento ma che, per quanto riprovevoli possano apparire, non intaccano la sua integrità interiore. Il giovane poliziotto al suo primo giorno di lavoro, prigioniero di una sommossa imprevista, dovrà imparare velocemente i codici comportamentali e le regole di quel mondo violento e fuori dai confini del vivere civile per poter dar credito alla messa in scena della sua menzogna.

Il film di Daniel Monzón rappresenta una riflessione sul conflitto che esiste in noi tra l’immagine interiore che ognuno ha di se stesso e quello che realmente siamo, tra ciò che gli altri vedono in noi e la nostra essenza più vera che solo nei momenti critici dove è in gioco la vita rivela se stessa fino in fondo, nel bene e nel male.
Dentro una confezione da film di genere Cella 211 fa una riflessione sul rapporto tra singolo individuo e potere dello Stato, qui rappresentato dai poliziotti e dagli inviati del governo per trattare le condizioni di rilascio dei terroristi baschi presi in ostaggio dai ribelli capitanati da Malamadre. Il valore della vita umana in certi contesti non è assoluto, ma strumentale a questioni politiche e di comodo che cambiano col ribaltarsi delle alleanze e nel variare dei rapporti di forza tra le parti in campo. Quando la vita del singolo può essere sacrificata al bene della comunità e chi ha legittimo titolo a stabilire quale sia questo bene? Le rivendicazioni dei detenuti ribelli denunciano trattamenti inumani e al limite della tortura, relativi alle procedure d’attuazione del regime d’isolamento, che in un paese civile non dovrebbero esistere più, ma che in qualunque situazione in cui a un essere umano è dato il potere di prevaricare sul suo simile in nome dello Stato, possono verificarsi ancora e degenerare.

La forza di un film come Cella 211 sta nei ritmi serrati di una tensione che non cala mai durante tutto lo svolgersi della vicenda, piena di continui ribaltamenti di ruolo tra le parti contrapposte per cui ad ogni snodo narrativo non si sa mai quali sono gli amici e quali i nemici. Un detenuto che il regista ha incontrato durante la fase di preparazione del film ha definito la realtà del carcere come “un mondo che è esattamente identico a quello esterno, l’unica differenza è che è in formato mp3”, cioè in altre parole il carcere riproduce in piccolo la società esterna ad esso e la sua violenza.

Il dramma del giovane secondino Juan sembra dettata, come nella miglior tradizione della tragedia classica, dall’imponderabilità del fato che agisce imprevedibile sopra le esistenze dei personaggi, così, sono gli eventi che determinano il continuo spostamento del confine tra bene e male, dove non ci sono più realtà codificate inoppugnabili e dove un poliziotto può essere un delinquente peggiore dei detenuti che è chiamato a sorvegliare o un assassino incarcerato può avere un’integrità morale di livello superiore ai suoi carcerieri. Alla fine le sorti di ogni persona sembrano determinate dalla fortuita congiuntura delle circostanze più che dalla volontà degli individui.

Quarto film del regista Daniel Monzón, Cella 211 è il primo ad essere distribuito in Italia da Bolero Film, tratto dal primo romanzo dello scrittore Francisco Pérez Gandul Celda 211, è stato girato in digitale con largo uso della macchina da presa a spalla per conferire alla pellicola quell’alone di verità tipico dei servizi giornalistici d’attualità e dare la sensazione allo spettatore di trovarsi sempre al centro dell’azione. In Spagna Cella 211 è diventato campione d’incassi con più di quindici milioni di euro al botteghino ed è stato premiato con ben 8 premi Goya, il riconoscimento più importante e prestigioso del cinema spagnolo. Tra essi il premio al miglior film dell’anno, al regista Daniel Monzón e agli attori Luis Tosar, già marito violento in Ti do i miei occhi di Iciar Bollain e che qui interpreta il pericoloso Malamadre, e Alberto Ammann nel ruolo del protagonista Juan Oliver come miglior attore esordiente.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Celda 211
  • Regia: Daniel Monzón
  • Con: Luis Tosar, Alberto Ammann, Antonio Resines, Marta Etura, Carlos Bardem, Manuel Morón, Luis Zahera, Vicente Romero, Fernando Soto, Jesús Carroza, Manolo Solo, Félix Cubero, Juan Carlos Mangas, Antonio Durán Morris, Jesus Del Caso
  • Soggetto: Francisco Pérez Gandul dal suo romanzo Celda 211
  • Sceneggiatura: Jorge Guerricaechevarría, Daniel Monzón
  • Fotografia: Carles Gusi
  • Musica: Roque Baños
  • Montaggio: Cristina Pastor
  • Scenografia: Antón Laguna
  • Costumi: Montse Sancho
  • Produzione: Emma Lustres, Borja Pena, Juan Gordon, Álvaro Augustin per Vaca Films, Morena Films e Telecinco
  • Origine: Spagna, 2009
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 104’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- L’esordiente Alberto Ammann è
  il protagonista Juan Oliver
- Luis Tosar interpreta il pericoloso
 capo dei rivoltosi Malamadre
- Malamadre, con Juan tra i ribelli,
  comunica con l’esterno attraverso 
  una ricetrasmittente