Celebrato il ritorno di un Carpaccio da troppo tempo lontano dall’Italia
di // pubblicato il 22 Luglio, 2010
Volti assorti, capelli cesellati, uomini tardo quattrocenteschi nelle vesti di apostoli biblici.
Cristo, lo sguardo distratto, qualcosa lo ha richiamato. Il globo crucigero similmente bronzeo, il gesto benedicente del Salvator Mundi. Dipinto indicativamente intorno al 1490, il giovane Vittore Carpaccio (1465 ca – 1525/1526) qui recupera la classica tradizione rappresentativa di Cristo in qualità di Pantocrator.
Il mezzo busto ieraticamente frontale, con la rigorosa imposizione della mano destra in atto benedicente e la sinistra a raccogliere il simbolo del trionfo della divinità sulla terra, sono le convenzioni iconografiche ricorrenti in molti dipinti di questo genere: da Dürer, passando per Antonello da Messina, Hans Memling e poi ancora in un avanzato Vittore Carpaccio.
Quest’ultimo contorna la figura del Figlio di Dio con quattro santi, realisticamente sorpresi in espressioni pensose.

Un primo assaggio di una maestria prossima, seppur qui annunciata con qualche pentimento e rigidità tipiche di un giovane artista, nel quale la critica ha rintracciato l’“antonellismo convinto e militante in sintonia con la reinterpretazione umanistica del mondo antico”
Passando da una collezione di New York ad una londinese, il dipinto è approdato nel 2009 presso la Fondazione Agnese e Luciano Sorlini, la cui collezione si premura di approfondire e comprendere i rapporti tra arte veneta e lombarda. L’esposizione della nuova acquisizione permette di ammirare finalmente il lavoro carpaccesco, che in Italia non veniva esposto dal 1963, in occasione della rassegna monografica organizzata a Palazzo Ducale da Pietro Zampetti.
Contestualizzato grazie all’accostamento di altre opere appartenenti alla ricca dotazione pittorica della collezione Sorlini, di questo dipinto se ne racconta la storia, le vicende che lo hanno caratterizzato.
La prima documentazione storica risale all’ 800 e colloca l’opera presso la proprietà di Antonio Contin di Castelseprio, a Venezia. Dopodiché un passaggio di consegne vede spostare il dipinto a Firenze presso il celebre antiquario Enrico Maria Del Pozzolo, per poi entrare in possesso del banchiere inglese Thomas Brocklebank. Messo all’asta alla morte del magnate, il Salvator Mundi è acquistato all’asta (1938) da uno storico dell’arte russo, Vitale Bloch.
Sempre afferente al circolo longhiano, il conte Alessandro Contini Bonacossi accoglie a sua volta, nella sua prestigiosa collezione, la tavola dell’artista veneziano.
Una lunga serie di passaggi tra mani competenti, che hanno assicurato a quest’opera fama e un adeguato riconoscimento.
Oltre ad un’indagine storicistica è stato possibile condurre l’analisi fisica dei materiali costituenti il dipinto. La riflettografia, effettuata grazie all’intervento del laboratorio Laniac dell’Università di Verona, ha confermato la presenza di precedenti restauri e pentimenti relativamente l’area della mano reggente la sfera, rivelando l’assonanza tra l’iscrizione (VETOR SCARPAZO) e la firma, l’alta qualità della composizione nel disegno, in particolar modo nelle teste dei Santi.
La mostra, allestita nella sede bresciana all’interno del seicentesco Palazzo di Carzago di Calvagese, si propone di illustrare il dipinto e la sua storia, accostandolo alle importanti opere di proprietà della Fondazione, accomunate alla suddetta opera in questione per tipologia e località di creazione e significative per comprendere il clima di fervore artistico caratterizzante la Serenissima in quel periodo.
Un tuffo nell’arte veneta e lombarda di Bellini, Ricci, Veronese, i Guardi e Canaletto, in una dimora storica nel lussureggiante e ameno entroterra gardesano.