Cave of forgotten dreams
di // pubblicato il 18 Novembre, 2011
Evento speciale della 52ª edizione del Festival dei Popoli, l’ultimo film di Werner Herzog Cave of forgotten dreams [La grotta dei sogni perduti] è un viaggio nel tempo verso un luogo proibito e inaccessibile che custodisce nell’oscurità l’essenza stessa dello spirito umano.
Il 18 dicembre 1994 lo speleologo Jean-Marie Chauvet, accompagnato dagli amici Éliette Brunel e Christian Hillaire, fece un’escursione vicino al fiume Ardeche nel sud della Francia. Seguendo un impervio sentiero attaccato alla parete rocciosa della montagna i tre percepirono una corrente d’aria provenire da una stretta fenditura, scostarono alcune pietre e si calarono nell’ignoto.
Scendendo nel ventre della terra raggiunsero una caverna che circa 20.000 anni fa è stata sigillata dal crollo di un imponente blocco roccioso, al suo interno oltre a un paesaggio naturale mozzafiato le pitture rupestri più remote della Storia umana, risalenti a 32.000 anni fa, almeno il doppio più antiche di quelle fino ad allora conosciute.
L’importanza scientifica enorme della scoperta fu subito evidente, fin dal giorno successivo l’accesso alla grotta fu immediatamente interdetto, lo stretto passaggio d’accesso allargato e sigillato con una pesante porta d’acciaio per proteggere il microclima interno da ogni possibile alterazione.
Nella famosa grotta di Lascaux, aperta a visite di massa già negli anni ‘50, è stato sufficiente l’alito dei visitatori a generare muffe che hanno deteriorato i dipinti.

Una squadra ristretta di archeologi, storici dell’arte, paleontologi e geologi ebbe l’esclusiva disponibilità d’accesso alla grotta di Chauvet, così battezzata in omaggio al suo scopritore, per effettuare studi e rilievi secondo un vero e proprio calendario di appuntamenti.
Il regista Werner Herzog, abituato a sfide in luoghi impervi, basti pensare alla nave trasportata davvero nella giungla amazzonica nel suo Fitzcarraldo, ha ottenuto dal Ministero della Cultura francese il permesso di poter girare il film all’interno della grotta, rendendo visibili al mondo le impareggiabili opere d’arte che essa contiene.
I limiti fisici imposti dal pozzo attraverso cui si accede alla grotta e rigide regole a salvaguardia dell’integrità di quella che si può considerare la più antica galleria d’arte del mondo, hanno condizionato fortemente la realizzazione del progetto. Il film è stato girato con macchine da presa non professionali da una troupe di appena quattro persone, utilizzando il 3D che qui trova una sua precisa ragion d’essere.

Herzog era contrario all’utilizzo di tecnologie stereoscopiche ed è stato quasi costretto a convertirvisi dai produttori del film, l’ingegno del direttore della fotografia Peter Zeitlinger ha sopperito ai limiti imposti dalla delicatezza del luogo girando oltre venti minuti con due videocamere grandi come un pacchetto di fiammiferi tenute insieme da nastro adesivo.
Il risultato è la visione in tre dimensioni più sorprendente che io abbia mai visto, perché consente di percepire i volumi delle pareti dipinte con cui gli artisti paleolitici hanno interagito dando alle loro opere la dinamicità del movimento, sfruttando protuberanze e avvallamenti della roccia. La freschezza dei colori rimasti intatti nell’ambiente sigillato rende difficile credere che siano lì da un tempo così umanamente inconcepibile, soltanto il velo di calcite luccicante che li ricopre formatosi in migliaia di anni è garanzia che non può trattarsi di contraffazione.

L’impronta di una mano così sconvolgente nella sua somiglianza alla mia, travalica ogni abisso temporale e induce all’identificazione, chissà se qualche molecola di quell’essere primordiale così simile a me vive nella biologia del mio corpo?
In un universo naturale in cui tutto si trasforma, muore e si rigenera, io e quell’antenato lontanissimo siamo fatti della stessa materia, dello stesso spirito. Le nostre flebili vite sono solo un battito di ciglia al cospetto del tempo incomprensibile che ci separa, ma quell’esigenza primaria di dipingere il suo mondo per comunicare attraverso il tempo le sue emozioni visive è la stessa che mi appartiene.
L’arte figurativa come linguaggio superiore oltrepassa il limite di ogni idioma e tramanda notizie su specie scomparse dalla fauna europea, come mammuth, rinoceronti e i leoni europei senza criniera.

Per questo la testimonianza dell’archeologo Julien Monney, ex artista circense che alla prima visita ha passato cinque giorni nella grotta, quando racconta una sorta di regressione onirica a quell’era primordiale che ha riempito in quei giorni i suoi sogni di leoni, il suo esprimere il trauma emotivo di trovarsi li, davanti a messaggi provenienti da un mondo così remoto è il momento emotivamente più forte del film.
L’aborigeno rispondendo all’occidentale che gli chiede perché dipinga, “non sono io, è lo spirito che abita in me” esprime con la semplicità della sintesi ciò che l’uomo moderno ha in gran parte dimenticato, la sua attuale incapacità di fermarsi ad ascoltare il respiro del mondo.

“Noi viviamo prigionieri del tempo, loro non lo erano!” riflette a voce alta Werner Herzog nel commento del film e ammirare il frutto creativo di quella libertà, meravigliose pitture rupestri che come in una dissolvenza naturale riemergono intatte dal buio di millenni, è un’emozione fortissima che rasenta la commozione.
La comunione spirituale che s’avverte nei confronti di questi artisti del paleolitico, uomini come noi in un mondo completamente diverso, è forse ciò che ha portato una folla enorme al cinema, costringendo il Festival dei Popoli ad una seconda proiezione fuori programma per soddisfare le moltitudini rimaste all’esterno in attesa.
Speriamo che qualche distributore italiano inserisca presto Cave of forgotten dreams nel proprio listino, perché non si tratta semplicemente di un film, è un viaggio sorprendente, un’esperienza cosmica verso l’essenza stessa dell’Essere umano.

E’ possibile fare un tour virtuale sul sito istituzionale della grotta curato dal Ministero della Cultura o attraverso il racconto dello scultore inglese John Robinson pubblicato dalla Fondazione Bradshaw.
Sul finale il film rivela la presenza di una centrale nucleare ad appena 35 km dalla grotta di Chauvet e spande un brivido di terrore nel ricordare a tutti la transitorietà di ogni cosa.