CAVALCASELLE, l’amor patrio di un cervello in fuga

di Marica Guccini // pubblicato il 17 Marzo, 2011

Per avere un’arte […] non bastano gli insegnamenti, ma conviene ch’essa sia sentita nel paese, sia per così dire, un bisogno, un’emanazione del sentimento nazionale stesso, ispirazione d’una grande idea […]
Giovanni Battista Cavalcaselle

Giovanni Battista Cavalcaselle (Legnano1819 - Roma 1897) fu una di quelle figure ancora poco conosciute di storico dell’arte, conoscitore, studioso, conservatore, che regalarono e dedicarono gran parte della propria vita alla salvaguardia di un patrimonio ancora nostro, i beni culturali.
Cavalcaselle iniziò la sua carriera prima ancora che il nostro Stato si fosse costituito, coniugò per molti anni l’attività politica a quella di studio e, una volta lasciata la politica militante, rimase un attivista in termini di conservazione e tutela dei beni culturali. Come egli stesso ebbe modo di affermare nel 1862: “la mia vita e i miei studi furono sempre rivolti alla patria ed alle belle arti”.

Per lui la strada dell’arte si aprì ben presto quando iniziò a studiare disegno a Verona e a Padova, scegliendo poi di frequentare l’Accademia di Venezia. La regolarità del suo percorso cominciò a intessersi ben presto in trame complicate, frutto della consapevolezza che i veri maestri erano quelli del passato, e solo lo studio attento sulle loro opere avrebbe potuto giovare alla sua formazione. Per questo motivo iniziò a essere più assiduo delle Gallerie e dei musei che non dell’Accademia, inaugurando una tradizione di studio attento e rigoroso davanti alle opere che divenne il suo caratteristico modo di operare. La competenza tecnica unita all’acume delle sue osservazioni gli permisero di ottenere ampi risultati che, tuttavia, furono più apprezzati all’estero che non in patria.
Lavorando in un’epoca pre-fotografica, l’efficacia del suo metodo era basata sulla conoscenza diretta delle opere, fatto, questo, che lo spinse a viaggiare per tutta l’Europa. Cavalcaselle era profondamente convinto che lo stile di un artista fosse comprensibile solo all’interno della tradizione alla quale apparteneva, inaugurando un’attitudine che verrà sviluppata da molti altri studiosi, ad esempio dallo stesso Longhi.
Presto iniziò i suoi viaggi per l’Italia motivato da questo desiderio di conoscere capillarmente l’arte di ogni centro, mentre Francoforte e Berlino furono le tappe dell’estate del 1846, dove ebbe modo di conoscere Joseph Archer Crowe (Londra 1825 - Gamburg an der Tauber 1896), futuro compagno di una vita di studi e pubblicazioni. Anche l’inglese, come Cavalcaselle, aveva preferito i musei agli atelier dei maestri.

Tornato in patria Cavalcaselle, mazziniano associato alla Giovane Italia, partecipò attivamente ai moti del ’48 ma, scoperto durante una missione, fu arrestato e condannato a morte dagli austriaci. Riuscì a scampare alla pena raggiungendo Roma, da dove partì alla volta della Francia. Fu poi Crowe ad aiutarlo a raggiungere l’Inghilterra, dove Cavalcaselle trovò esilio e dove visse facendo il disegnatore il restauratore, lamentandosi non delle privazioni corporali “bensì di quelle dello studio”. Il legame con l’Inghilterra fu, da quel momento, indissolubile e fonte principale di sostentamento e finanziamento.

Profeta all’estero più che in patria, la sua fama di conoscitore cominciò a spargersi presto, tanto che nel 1850 fu chiamato a Liverpool, assieme ad illustri esperti, per dare un giudizio circa alcuni dipinti italiani di quella galleria.
La stima di cui poté godere tra gli studiosi e il circolo intellettuale inglese crebbe progressivamente e rimase tale per tutta la vita, ma non si placò quella sua necessità di viaggiare per conoscere. La Spagna, nuovamente la Germania, e poi ancora l’Italia furono le tappe dei suoi nuovi viaggi.
Portava con sé come amico fedele un taccuino sul quale annotava costantemente i propri schizzi, copiando fedelmente i dipinti e le opere incontrate in ogni luogo, cercando di mimare la tecnica e le caratteristiche specifiche di ogni artista e prendendo annotazioni sulle cromie. Anche i cataloghi acquistati presso le gallerie venivano disseminati di postille che, rilette oggi, dimostrano l’ampio raggio dei suoi interessi.

Estremamente interessante, se letta nel contesto dell’epoca, risulta la sua posizione verso il restauro. Già nel 1853, esortato da Crowe, inviò una lettera al presidente della commissione parlamentare che indagava sul restauro dei quadri della National Gallery, nella quale condannò dieci restauri eseguiti dalla galleria.
A due anni dall’unità d’Italia, nel 1863, pubblicando il suo Sulla conservazione dei monumenti e degli oggetti di belle arti e sulla riforma dell’insegnamento Accademico rivolto al ministro della Pubblica Istruzione, non esiterà ad affermare con sorprendente modernità: “meglio avere un quadro alquanto scuro che disarmonizzato nella pulitura”.

Il ritorno in Italia avvenne grazie all’aiuto di Charles Eastlake, direttore della National Gallery che aveva grandemente in stima l’italiano, tanto da assicurargli un passaporto valido per gli Stati della Penisola.
Viaggiava ogni giorno, recandosi in qualsiasi luogo dove fosse segnalato un quadro.
Il tutto fatto a tasche vuote, in due anni fu infatti remunerato con 5044 lire che allora erano una somma piuttosto misera. I mecenati erano ancora una volta gli inglesi (Layard, Eastlake, Tom Taylor, e l’editore Murray) riuniti in una società apposita per la quale Cavalcaselle doveva, come egli stesso racconta, “raccogliere i materiali dietro esame ed analisi delle opere d’arte per un lavoro istorico sopra le scuole italiane da pubblicarsi a Londra”. Come troppo spesso accade, l’arte del nostro paese interessò più agli stranieri che ai diretti interessati!

I primi incarichi statali arrivarono nel 1861 quando, per via del pericolo di dispersione del patrimonio artistico appartenente agli ordini religiosi soppressi in seguito all’annessione delle Marche e dell’Umbria, Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione, inviò Giovanni Morelli come commissario straordinario accompagnato proprio da Cavalcaselle. Partiti da Torino il 27 aprile 1867, per 68 giorni si dedicarono alla registrazione e notifica delle opere che, da quel momento, furono legate al demanio statale.
In seguito Cavalcaselle offrì la propria candidatura al ministro in un progetto, ideato di suo pugno, per la tutela delle opere d’arte e l’istituzione di un ispettorato tecnico. Da quella prima lettera nacque il già citato Sulla conservazione dei monumenti… nel quale egli non esitò a prendere una precisa posizione: “so bene che in ogni mutamento politico, ancorché buono, come è il nostro, le arti antiche e i loro monumenti sono esposti a ricevere ingiuria; so che non si può demolire per rifabbricare senza che qualche pietra non cada in fallo. Non intendo con ciò d’incolpare alcuno, ché se vi è colpa è più dei tempi che delle persone. Una volta però che il male è stato rilevato, è dovere di ricercare il modo possibile di ripararlo. Parrebbe dunque che il governo dovesse nuovamente riprendere questo affare in più attento esame, e vedere se col mezzo del parlamento sia ancora in tempo di rimediarvi […]”.
Ritenuto persona scomoda, egli venne tenuto il più possibile lontano dal ministero. Segnato profondamente dalla complessa situazione che si era delineata, in una lettera indirizzata all’amico e sostenitore inglese Layard il 17 gennaio 1863 scriveva: “a me non rimane di caro che il mio paese, intendo dire l’Italia d’un passato e la speranza d’un suo avvenire, ma il disprezzo del presente ove tutto è fango e corruzione”. Tuttavia l’amor patrio che qui si legge non verrà mai meno, ed alcuni anni dopo avrà nuovamente modo di riconoscere come l’Inghilterra fosse il paese che gli offriva il modo di procurarsi da vivere, ma: “l’Inghilterra non è il mio paese, e del mio paese non mi rimane che la trista memoria di tre colpi di pugnale. Non perciò amo meno il mio paese; e come sotto i colpi degli assassini ho gridato viva l’Italia, così farò quando morirò all’ospitale[…]”.

La difficoltà e la quasi invisibilità nella quale si voleva fare cadere la sua figura, risulta ancora più ossimorica considerando la quantità di pubblicazioni d’importanza capitale accumulate all’estero. Un esempio è l’uscita, nel 1866, del terzo volume della New history of painting in Italy. Se l’opera ottenne in Germania una fortuna tale da prospettarsi subito una edizione in tedesco, in Italia se ne ebbe una prima recensione solo nel 1868.
Cavalcaselle era inoltre a lavoro, sempre con Crowe, a una History of Painting in North Italy uscita poi nel 1871, mentre due celebri monografie usciranno nel 1877, Life of Titian, e nel 1883-5 vedrà la stampa Raffaello, la sua vita e le sue opere, finalmente in italiano.

Nel 1867 otteneva la nomina a ispettore del Museo di Firenze, il Bargello. Durante questa parentesi il principe ereditario di Prussia, giunto a Firenze nel 1868, volle incontrarlo e averlo come guida agli Uffizi nello sconcerto generale degli stessi collaboratori del Bargello a dimostrazione, ancora una volta, di come la fama acquisita e accresciuta all’estero non avesse il minimo riscontro nella patria da lui tanto amata.

Nel 1871 fu trasferito a Roma con l’incarico di redigere gli inventari delle opere delle Gallerie e dei Museo del Regno. Contemporaneamente arrivò l’immancabile riconoscimento dall’estero quando, nel ’73, Cavalcaselle e Crowe furono invitati dal governo austriaco a riordinare la Galleria del Belvedere.
Nel 1875 venne istituito e affidato a Cavalcaselle il ruolo di ispettore generale per la pittura e la scultura, la china lentamente risaliva e gli uomini di governo iniziavano a riconoscere le necessità urgente di tutelare il patrimonio artistico italiano. In questo contesto si inserì la ristampa del Sulla conservazione dei monumenti… dove, con evidente lungimiranza, Cavalcaselle aveva espresso la necessità di una legge che prevedesse il diritto di prelazione, la necessità che si formasse una associazione di amici dell’arte per il riscatto di opere esportate, che si instituisse un ispettorato delle arti, che si riordinassero le gallerie curandone il loro completamento, che si sorvegliassero i restauri evitando di ridipingere le opere. Riprendendo un discorso sul quale aveva avuto modo di esprimersi sin dagli anni inglesi Cavalcaselle sostenne: “meglio per l’intelligente e per lo studioso una pittura deteriorata o mancante di alcuna parte, che una pittura terminata o rinfrescata dal restauratore, che finisce per essere né opera antica né opera moderna. Questo devesi inculcare nel pubblico [...]

Ritenuto tra i fondatori di una moderna critica d’arte Cavalcaselle fu, innanzitutto, esempio encomiabile di amatore del nostro patrimonio culturale.

La cupidigia del guadagno, sotto maschera d’amore per le arti, fu sempre ed è tuttora molto grande.
Giovanni Battista Cavalcaselle, 1862.

 

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