Cassandra a Catania. Inaugurazione rara che apre il disgelo su Vittorio Gnecchi
di // pubblicato il 29 Gennaio, 2011
L’11 gennaio l’apertura della Stagione 2011 del Teatro Massimo Bellini di Catania – edificio costruito su progetto di Carlo Sada e inaugurato nel 1890, in dedica al nativo compositore della Norma – si è distinta per la rarità del titolo proposto, mancante dalle scene italiane dal 1942 e da quelle straniere dal 1975. Si tratta dell’opera Cassandra del compositore milanese Vittorio Gnecchi, per la quale il Teatro Massimo Bellini di Catania, sotto la direzione artistica di Will Humburg, vanta il primato di messa in scena integrale in tempi moderni.
L’opera, debuttata in prima assoluta nel 1905 al Teatro Comunale di Bologna con la direzione del celebre Arturo Toscanini, fu ispirata al colto e raffinato Vittorio Gnecchi (1876-1954) dall’Agamennone di Eschilo.
Proprio come nella tragedia greca, all’inizio dell’opera la personificazione del Prologo (Nicola De Michele) e le Eumenidi espongono la materia della vicenda. Ci troviamo a Micene, la guerra di Troia è ormai finita. Clitennestra - qui creata dall’eccellente e raffinata sapienza espressiva del soprano di fama internazionale Giovanna Casolla – ancora adirata per il sacrificio di Ifigenia perpetrato da Agamennone e ormai legata a Egisto (Carmelo Corrado Caruso), maledice la flotta achea, sperando che i flutti sommergano il marito. Agamennone (John Treleaven) giunge in patria accompagnato dalla troiana Cassandra (Mariana Pentcheva), profetessa figlia di Priamo e adesso sua schiava. Presagendone la morte, Cassandra tenta di salvare Agamennone dal complotto ordito da Clitennestra ed Egisto, ma non essendo creduta, a causa della maledizione scagliatale da Apollo per il rifiuto dei suoi amori, sarà pugnalata dalla stessa Clitennestra. In fin di vita, però, Cassandra profetizza la vendetta di Oreste sulla madre omicida.
All’epoca del debutto l’Ellade Antica rappresentava l’ideale modello da raggiungere da parte di vari esponenti delle arti per il rinnovo della scena - come Isadora Duncan e i padri della regia. Oltre che nel libretto, per il quale Gnecchi chiese e ottenne la redazione da parte di Luigi Illica, già librettista di Puccini, il compositore ricreò il sapore grecizzante in partitura attraverso scale modali arcaiche greche e insignendo il coro del ruolo fondamentale d’accompagnatore dell’intera opera.
Il buon esito della rappresentazione bolognese del 1905, però, non salvò dalle polemiche l’autore, all’epoca appena ventinovenne. Maligne voci girarono su presunte elargizioni da parte del facoltoso lombardo a Toscanini per ottenimento della recita in teatro, cosa che mandò su tutte le furie il direttore, il quale non volle più dirigere alcun lavoro di Gnecchi.
Il fato avverso colpì ancora il povero Gnecchi, questa volta da nord.
All’Opera di Dresda nel 1909 andò in scena l’Elektra di Richard Strauss, compositore stimato da Gnecchi, al quale il compositore milanese ripetutamente aveva consegnato in passato la partitura di Cassandra, richiedendone un parere che, però, non pervenne mai. Analogie tra Cassandra ed Elektra, sia sul piano musicale sia su quello del soggetto, apparvero subito evidenti, essendo l’una la naturale prosecuzione dell’altra.
Qualche mese dopo, il musicologo Giovanni Tebaldini pubblicò sulla Rivista Musicale Italiana un saggio dal titolo Telepatia musicale, nel quale affrontava un’analisi comparata delle due opere, sottolineandone i tratti comuni. Travisando gli stessi intenti di Tebaldini, tra gli addetti ai lavori scoppiò un vero e proprio “Caso Cassandra”: Strauss veniva accusato di plagio per Elektra, senza che Gnecchi avesse mai apertamente denunciato la cosa. Alla fine l’immenso polverone non fece altro che danneggiare il povero Gnecchi. Nessuno volle mettere più in scena la sua opera, per non “mancare di rispetto” a Strauss, gettando un promettente compositore nell’oblio. Sino alla fine dei suoi giorni Gnecchi in patria sarà emarginato e isolato dalle istituzioni musicali. Solamente in Austria e Germania, forse per rimorso coscienzioso, continuarono a essere eseguite le sue partiture.
Primo allestimento italiano in tempi moderni, la Cassandra del Bellini di Catania porta la firma della regista tedesca Gabriele Rech, già curatrice della messa in scena per l’Elektra di Strauss - titolo presentato la scorsa stagione dal teatro massimo - e qui coadiuvata da Benedikt Borrmann.
Le scelte registiche della Rech propongono per Cassandra una versione della grecità epurata dal mero filologismo decorativo e tradotta nelle pure linee e colori della scena. L’ampio uso degli spazi da parte dei cantanti, con tanto di ponte che attraversa su un lato della buca dei musicisti, richiamo all’hanamichi del Kabuki, tende a trasfigurare la platea sino a suggerirne la funzione di propaggine estrema del golfo mistico, in ricordo, forse, dell’antica orchestra del teatro greco.
La scena di Giuseppe Di Iorio per la bipartizione in due livelli ricorda la struttura della skêné del teatro greco del periodo ellenistico: proskenion e episkenion. Nella sobria dicromia nero-bianco dell’ordine basso, tre porte scorrevoli richiamano, le antiche thyromata, immettono i personaggi in scena. Una tribuna digradante all’ordine superiore accoglie il coro, spettatore e commentatore della tragedia in atto.
Presenti in scena due elementi di forte valenza semantica: il letto, emblema del vincolo nuziale infranto, sul quale Egisto e Clitennestra amoreggiano, e il piccolo cavallo di legno che prende fuoco. Si rendono segni tangibili le cause di rovina dei personaggi, i legami parentali e la guerra.
I movimenti scenici impostati della Rech per i cantanti arricchiscono in significato, un soggetto di per sé già determinato da un destino ineluttabile, come afferma la stessa regista. All’incipit la sottrazione di Ifigenia ad opera di Agamennone e lo sprezzo di Clitennestra, realizzato attraverso una pantomima, su un momento solo strumentale, si mostrano come necessario antefatto.
Delicata e commovente è la scena del canto propiziatorio delle Coefore, recanti foto vintage con un nastro nero a rappresentare il lutto dei caduti in Troia. Superbo l’asse semantico ascendente creato dalla Rech per la fine dell’opera, mentre Cassandra in platea tra il pubblico presagisce l’omicidio di Agamennone, il quale si consuma poco dopo sul primo livello scenico sotto l’impassibile sguardo del coro posto in alto al secondo livello. Oltre a richiamarsi al libretto che prevedeva in questo momento la presenza di due cori, cui il secondo è la comunitas/pubblico, la regista enfatizza la portata ineluttabile della scena.
E chissà se dopo l'esempio catanese qualche istituzione musicale non accetti la sfida di mettere in scena Atalanta (1929), unica partitura per balletto del nostro Gnecchi.