Caravaggio guardato mentre si guarda. Viaggio nel “santuario lombardo dell’arte semplice”
di // pubblicato il 14 Aprile, 2011
In un periodo in cui Caravaggio è soggetto prediletto di rassegne ed esposizioni, una mostra recentemente inaugurata al Museo Diocesano di Milano, si pone sulla medesima strada, reinventando allo stesso tempo tema e modalità.
Come ci si aspetterebbe dal titolo “Gli occhi di Caravaggio. Gi anni della formazione tra Venezia e Milano”, la mostra dovrebbe accogliere significative e famose opere del grande pittore lombardo.
Le aspettative, invero, vengono smentite da un scelta ideologica di fondo alternativa e intelligente.
Intenzione precipua di Vittorio Sgarbi, curatore della mostra, è quella di realizzare “non una mostra monografica, […], e neppure su una tendenza o un periodo della storia dell’arte, bensì una mostra geografica, che perlustra un’area, vasta, delle ricerche artistiche del nord Italia, tra Veneto e Lombardia […]”.

Non si tratta dunque dell’analisi della sua produzione nel periodo romano, o napoletano, o maltese, data l’inflazione oramai dilagante nell’incentrare l’esposizioni su quest’ultimi lassi temporali, ma è stata compiuta una scelta critica totalmente differente e forse più didatticamente corretta.
Ripercorrere la strada calpestata a suo tempo da Michelangelo Merisi, è a tutti gli effetti un “viaggio pittorico” nelle più grandi città del nord, allora importantissimi centri culturali e artistici.

Divisa programmaticamente per sezioni, la mostra si svolge in semplice chiarezza attraverso coordinate geografiche e temporali, accompagnando per mano il visitatore per “terre venete e lombarde [dove si sono incrociate] innumerevoli esperienze di pittori straordinari”.
Pittori la cui opera e lo straordinario modo di dipingere influenzarono profondamente il Nostro, apportando spunti e suggerimenti durante gli anni della sua formazione. “[…] pensai ad una mostra diversa, a questa mostra, nella quale si vede non ciò che Caravaggio ha fatto ma ciò che Caravaggio ha visto. Ecco allora il titolo evocativo, per indicare gli anni della formazione del pittore.”
Scelte oculatamente tra la vasta produzione dei singoli pittori, le opere esposte possiedono in nuce qualcosa che è già tipicamente caravaggesco.
Chiaroscuri, tagli compositivi, dettagli rappresentativi e stili ricordano l’attività del Nostro, che, di queste influenze arricchirà il suo talentuoso bagaglio di partenza. I limiti cronologici entro cui si concentrano le opere, sono quelli immediatamente precedenti gli anni di formazione di Caravaggio e prossimi alla sua data di partenza per Roma (1595-1596), collocandosi comunque nell’intero arco del XVI secolo.

La prima sezione che apre il percorso espositivo è dedicata alla Serenissima, polo avanguardistico dal punto di vista artistico, e così facendo si intende “sciogliere il dubbio sul presunto viaggio del pittore lombardo nella città lagunare. Perché se anche a Venezia non fosse mai stato, ipotesi poco probabile, i suoi occhi videro e i suoi sensi s’immersero nelle opere di Giorgione, Tiziano, Tintoretto e Bassano.”
Se non in loco dunque, sicuramente con alcune delle opere di questi grandi maestri si imbatté lo sguardo del pittore lombardo. Tre magnifici ritratti di Lorenzo Lotto (attivo anche a Bergamo) dall’incredibile meticolosità della resa realistica, altrettante tele del Tintoretto, dalle grandi dimensioni e i colori brumosi, il San Giovanni Battista di Tiziano prospiciente il Doppio ritratto giorgionesco. E poi ancora opere del Cariani e del Bassano.

Spostandoci nello spazio della mostra ci si muove virtualmente in quello territoriale, da est a ovest, approdando alle città padane di Brescia, Bergamo e Milano. Artisti come Moretto e Savoldo, le cui cangianze e luminescenze dei panneggi influenzarono nettamente la percezione e trattamento della luce nei dipinti di Caravaggio, sono qui esemplificati da opere come il San Gerolamo in meditazione, la Maddalena, l’Annunciazione e la Crocefissione.
Nel cremonese i fratelli Giulio, Vincenzo e Antonio Campi, comunemente a Bartolomeo Passerotti Luca Cattapane, intrapresero una ricerca luministica particolare e di assoluta innovazione. In particolar modo Antonio Campi, tra i primi sperimentatori di effetti luminosi notturni.

Non solo rese tonali degli incarnati, ma anche generi e soggetti ricordano le successive opere di Caravaggio, come il San Matteo ispirato dall’Angelo o il cruento Martirio di San Lorenzo.
La ritrattistica di Gian Battista Moroni è, inoltre, motivo di ricerca fisiognomica, elemento di cui la poetica caravaggesca è impregnata; egli infatti, come rammenta Vittorio Sgarbi, ci restituisce nei suoi capolavori una riproduzione “mimetica della realtà, nel senso letterale della parola, come fosse una calco di un corpo”.

Più ricca ed eterogenea la sezione dedicata al comune milanese, dove una carrellata di nomi, tra cui il Peterzano presso la cui bottega Caravaggio divenne apprendista, testimonia il variegato e attivo clima pittorico milanese. Esposti, non solo dipinti di grande levatura e qualità di realizzazione, come l’Adorazione nell’orto e la Sacra Famiglia con San Giorvannino e un angelo del Peterzano, ma anche bozzetti e disegni di squisita rapidità d’esecuzione. “I disegni di quegli autori così potentemente analoghi a figure compiute da Caravaggio nelle sue opere romane, da far pensare che egli avesse quasi rubato e portato con se o ricalcato i disegni di questi autori incrociati a Milano”.

L’ultima sezione conclude il percorso concentrandosi sulla figura del Nostro, esponendo alcune delle sue più mirabili opere: Il riposo durante la fuga in Egitto (esposta solo per il primo mese di apertura), La Flagellazione di Cristo, imponente e affascinante composizione quasi sicuramente influenzata dai disegni preparatori di Michelangelo Buonarroti e la Medusa Murtola, straordinario capolavoro ad olio su tela applicato su uno scudo di pioppo. Probabile autoritratto, “la forza della Medusa è nello sguardo, fatale coincidenza: occhi per occhi”.