Caravaggio a Roma. Una vita dal vero
di // pubblicato il 14 Febbraio, 2011
L’aura di genio maledetto che si porta dietro da oltre quattrocento anni non ha certo contribuito alla realizzazione di studi approfonditi sulla sua vita quotidiana, sui luoghi che frequentava o sulle persone che conosceva. Basta, a questo proposito, scorrere le biografie che gli sono state dedicate, a partire da una delle prime, quella di Giovanni Baglione, che lo rappresenta come un vero bullo di quartiere, dedito alle zuffe più di quanto non lo fosse alla pittura:
“Michelangiolo Amerigi fu uomo satirico e altiero; e usciva tal’ora a dir male di tutti li pittori passati e presenti per insigni che si fussero, poiché a lui parea d’aver solo con le sue opere avanzati tutti gli altri della sua professione. Anzi presso alcuni si stima aver esso rovinata la pittura”.
Il giudizio di Baglione, suo contemporaneo, è senza dubbio condizionato da una certa rivalità e da un diverso modo di intendere l’arte. Ma chi era davvero Caravaggio, al di là degli stereotipi e dei preguidizi?

I sessanta chilometri dell’Archivio di Stato di Roma costituiscono un tesoro inestimabile per chiunque voglia approfondire gli aspetti noti e meno noti della cultura artistica romana. Qui, archivisti e storici dell’arte, impegnati in un vera e propria caccia al tesoro, hanno riscoperto documenti che fanno luce su alcuni aspetti prima trascurati della vita di Michelangelo Merisi e contribuiscono a rendere più chiara la cronologia che riguarda gli anni romani del pittore, permettendo allo stesso tempo di immergerci nella società della Roma di fine Cinquecento. Con buona pace della maggior parte degli studi dedicati a Caravaggio, fondati su date che risultano ormai del tutto sballate.
Prima di tutto occorre ripensare all’arrivo del Merisi a Roma, fino ad oggi collocato nel 1593. Dalla testimonianza di Pietropaolo Pellegrini, garzone del barbiere frequentato dal pittore, risulta infatti che i due si conoscono dalla primavera del 1596, periodo in cui Caravaggio comincia a frequentare la bottega del siciliano Lorenzo Carli, situata in via della Scrofa. Le sue parole, frutto di una deposizione rilasciata a seguito dell’arresto subito per il furto di un mantello e un’aggressione in cui era stato coinvolto lo stesso artista, sono inoltre preziose perché forniscono un vero e proprio ritratto del Merisi:
“Questo Michelangelo pittore è di età di 28 anni incirca, di giusta statura, più presto grande che altrimente grassotto, non molto biancho in faccia ne anco bruno, et ha un poca di barba negra ma poca, et veste di negro […] non troppo bene in ordine et alle volte va bene in ordine et alle volte no, et porta in testa un cappello di feltro negro”.

Può sembrare singolare il fatto che uno dei primi testi che testimoniano la presenza di Caravaggio a Roma sia una deposizione, ma va considerato nel contesto della società romana del tempo, in cui la miseria, la prostituzione, i fatti di delinquenza minore e le violenze sono letteralmente all’ordine del giorno. Una città in cui è preferibile girare armati, nonostante la legge lo vieti: “Michelangelo è solito portar la spada ch’è servidore del cardinale Del Monte, et io gli ho vista portare assai volte”
Una città, infine, in cui la giustizia viene esercitata in modo esemplare, per tentare di scoraggiare il ripetersi di episodi di violenza. La Roma in cui arriva Caravaggio nel 1596 è la Roma di papa Clemente VIII Aldobrandini, papa inflessibile che qualche anno dopo manderà a morte, a distanza di pochi mesi l’una dall’altro, una giovane fanciulla e un frate filosofo, accusato di essere un eretico impenitente.
La prima è Beatrice Cenci, accusata assieme alla matrigna Lucrezia e ai fratelli Giacomo e Bernardo di aver ucciso il padre Francesco dopo aver subito innumerevoli violenze e vessazioni. A seguito del processo, delle confessioni dei complici ed esecutori materiali dell’assassinio, e soprattutto grazie alla confessione della stessa Beatrice, resa sotto tortura, viene emessa la condanna a morte, eseguita sulla piazza di Ponte Sant’Angelo l’undici settembre del 1599.

Leggenda vuole che Caravaggio sia lì presente, e che sia stato testimone di quel triste spettacolo, descritto minutamente nel Registro dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, che ha il compito di assistere i condannati a morte nei loro ultimi momenti:
“Le dette signore Lucretia e Beatrice furono caricate di carcere e condotte in Ponte a piede avanti alle dette carrozze, accompagnati tutti dalla nostra compagni secondo il solito. Arrivati in Ponte a dette due signore sopra un palco eminente fu tagliata la testa et Iacomo su lo stesso palco fu accoppato e squartato, perseverando tutti fino all’estremo in buona et cristiana disposizione et il signor Bernardo stette sempre sopra il detto palco”.
Il 17 febbraio 1600 teatro di esecuzione è invece Campo de’Fiori. Qui viene approntato il rogo destinato a Giordano Bruno, frate domenicano che aveva messo in dubbio il dogma della Trinità e la teoria della divisibilità dell’infinito, per questo processato e messo a morte. Possiamo immaginare che Caravaggio sia presente anche questa volta, visto che la piazza del rogo non è molto distante dai luoghi che il pittore abitualmente frequenta. I documenti d’archivio che citano espressamente il pittore milanese fanno infatti quasi sempre riferimento al rione Campo Marzio, area compresa tra via della Scrofa, piazza Sant’Agostino e San Luigi dei Francesi, il Pantheon e Piazza Navona. In quest’area si trovano, come detto altrove, la casa e la bottega del pittore siciliano Lorenzo Carli, ma anche palazzo Madama, residenza di uno dei grandi mecenati di Caravaggio, il cardinale Francesco Maria Del Monte, e palazzo Giustiniani dove abita invece il marchese Vincenzo, altro grande committente del pittore.
In vicolo di San Biagio si trova invece (ed esiste tuttora, in vicolo del Divino Amore 19) lo studio nel quale dal 1604 lavora Caravaggio: il contratto d’affitto, documento cercato per anni, addirittura falsificato, è tornato alla luce svelando alcuni preziosi particolari, su tutti l’autorizzazione richiesta dall’artista (e concessa da Prudenzia Bruni, usufruttuaria dell’appartamento) di “scoprire la metà della sala”. Un fatto apparentemente di poco conto, ma cruciale se si fa riferimento alle opere alle quali Caravaggio sta lavorando in quegli anni e segnatamente alla Morte della Vergine, commissionata da Laerte Cherubini per la chiesa trasteverina di Santa Maria della Scala. Una tela dalla grande dimensioni, per lavorare alla quale Merisi ha bisogno di spazio, tanto spazio, e di luce, che gli viene dal lucernaio della mansarda, visibile proprio grazie allo smantellamento del tavolato della soffitta.

Dobbiamo infine ad altri documenti, ancora una volta relativi ad un processo, una delle poche, forse l’unica dichiarazione sulla pittura fatta direttamente da Caravaggio. Partiamo però dall’antefatto, e cioè dalla comparsa di alcune poesie ingiuriose dedicate a Giovanni Baglione e ad una sua opera, Amor Sacro e amor profano. Baglione non ha dubbi: è Caravaggio l’autore di quelle parole, e con lui i suoi compari Orazio Gentileschi e Onorio Longhi. Al 28 agosto 1603 è registrata la querela contro di loro “perché li suddetti querelati sempre m’hanno perseguitato”. Chiamato a deporre, Caravaggio dà un suo giudizio sugli artisti del suo tempo. Parole preziose che fermano su carta una delle caratteristiche principali della sua pittura. A lui, perché saremmo indegni di proseguire, lasciamo la conclusione dell’articolo:
“Quella parole valent’huomo appresso di me vuol dire che sappi far bene, cioè sappi far bene l’arte sua, così un pittore valent’huomo, che sappi depinger bene et imitar bene le cose naturali […]. Io credo di cognoscere quasi tutti li pittori di Roma et cominciando dalli valent’huomini io cognosco Gioseffe, il Caraccio, il Zucchero, il Pomarancio, il Gentileschi, Prospero, Giovanni Andrea, Giovanni Baglione, Gismondo e Giorgio Todesco, il Tempesta et altri […]. Da quelli che ho nominati di sopra non sono miei amici né Gioseffe né Giovanni Baglione, né Gentileschi né Giorgio Todesco, perché non mi parlano, gl’altri tutti mi parlano et conversano con me […]. Delli pictori che ho nominati di sopra et per buoni pittori Gioseffe, il Zuccaro, il Pomarancio, et Annibale Carraccio, et gl’altri non li tengo per valent’huomini […]. Me ben scordato de dirvi che Antonio Tempesta ancora quello è valent’huomo”.