Capolavori fotografici dal Giappone
di // pubblicato il 20 Febbraio, 2012
Cosa accade quando il Giappone incontra la laguna di Venezia? Si presentano e sanno di doversi frequentare fino all’1 aprile 2012.
Sarà infatti in quella data che la mostra “La fotografia del Giappone (1860 – 1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione - direttore del Museo delle Culture di Lugano e da Marco Fagioli, coprodotta dal Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei (GAmm), si concluderà lasciando l’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti che dal 17 dicembre scorso la ospita.
Per la prima volta in Italia oltre 150 stampe fotografiche originali, realizzate da grandi interpreti giapponesi ed europei, illustrano la parabola di quest’arte dagli albori ai primissimi anni del Novecento.
Solitamente viene indicata nel 1860 la data di nascita della fotografia in Giappone, ma nell’impossibilità di effettuare una datazione precisa i fautori di un approccio storico – politico preferiscono farla aderire a due ambiti cronologici peculiari della storia del Paese: il Bakumatsu (1853 – 1867), cioè gli ultimi anni del periodo Edo nei quali si concluse il lungo shogunato Tokugawa (1603 – 1853) e l’era Meiji (1868 – 1912).
Per i sostenitori di una periodizzazione di carattere per lo più stilistico, il vero e proprio esordio della fotografia coincide proprio con il 1860, data in cui sembrano comparire le prime opere frutto di una ponderata scelta estetica; parallelamente, gli stessi fanno coincidere il segmento finale del periodo formativo all’ inizio dell’era Taish (1912 – 1926) in cui si afferma uno stile “pittorialistico” (Geijutsu Shashin fotografia dell’arte) derivato dalla concezione della fotografia come forma d’arte a sé stante, slegata dagli interessi funzionali che l’avevano caratterizzata nella fase precedente.
In un’ottica sociologica, poi, l’inizio dell’avventura fotografica nel Sol Levante coincide con la seconda metà dell’Ottocento, quando “diventa normale per un samurai posare davanti ad una fotocamera come un normale cittadino” e può dirsi conclusa trent’anni dopo allorché si struttura un nuovo gruppo professionale. La seconda generazione di fotografi giapponesi, così, se da una parte continuava ad eseguire opere che soddisfavano le aspettative tecniche ed ideologiche dei committenti occidentali attirati dalla statica rappresentazione di una cultura esotica, dall’altra elaborava un linguaggio autonomo che rispondeva altresì alla domanda di una borghesia locale in costante crescita.
Intorno al 1890 il costo di una fotografia, circa 10 sen, era infatti ancora alto ma non più inarrivabile da parte di quei giovani che si muovevano dalla campagna verso la città, e per i quali un loro ritratto da mostrare alla famiglia rappresentava la prova del raggiungimento del successo e di una rispettabile posizione sociale.

In mostra sono esposte le opere di alcuni grandi fotografi delle origini, primo fra tutti Felice Beato (1833 – 1907) che insieme a Raimund von Stillfried-Ratenicz (1839 – 1911) è stato a lungo considerato uno dei principali autori della fotografia realizzata con la tecnica all’albumina, quella più diffusa all’epoca.
Felice Beato, assieme al fratello Antonio e al disegnatore inglese James Robertson all’epoca si stava già affermando nella professione che oggi chiameremo di fotoreporter; in virtù di una grande professionalità e di una discreta dose di bravura gli vennero affidate una serie di commesse che lo portarono a viaggiare in diverse nazione dell’Estremo Oriente. Raggiunto il Giappone, e più precisamente Yokohama, virò gradualmente il suo interesse dalle foto di attualità alla cultura, al paesaggio ed al popolo giapponese. Queste immagini, infatti, destinate prevalentemente ai viaggiatori stranieri, offrivano rappresentazioni dettagliate dell’ambiente e degli aspetti culturali del Giappone, diventando così dei ricercati souvenir di viaggio e registrazioni di una memoria straniera per molti, fino a quel momento, solo immaginata.
L’uso della tecnica all’albumina, introdotta solo pochi decenni prima dal francese Blanquart Evrard, presupponeva prima la meticolosa preparazione di una gelatina fotosensibile da stendere sulla lastra fotografica e, successivamente, tempi di esposizione molto lunghi per far sì che l’immagine in negativo si imprimesse sul supporto.
Le pose privilegiavano, di conseguenza, soggetti statici come i paesaggi o richiedevano accurate ricostruzioni in studio utilizzando fonti di luce artificiale, rendendo le pose conseguenti frutto di lunghe ore di immobilità decisamente poco naturali e spontanee.
Successivamente veniva preparata e stesa su un supporto di carta una diversa gelatina con fissante a base di albume d’uovo e materiale fotosensibile al nitrato d’argento. La stampa del negativo avveniva per contatto portando, attraverso l’esposizione ad una fonte luminosa, l’immagine a passare sul supporto di stampa.
Ciò che ne risultava diventava poi l’aerea di lavoro di artisti specializzati che adottando tecniche di colorazione tradizionali creavano un’inedita espressione artistica, sintesi di due differenti culture.
L’uso di colori pastello permetteva infatti di cogliere ciò che “riposava” sotto lo strato cromatico, conferendo all’immagine un impianto compositivo tenue e delicato. Il colore ad olio (tipico della pittura occidentale) sarebbe stato troppo oppressivo e avrebbe così privato la fotografia di quella leggerezza che la tecnica stessa le aveva donato.

L’esaustività del percorso espositivo si esprime nell’organizzazione in sezioni: la rappresentazione del paesaggio e la natura “educata” della cultura, il sapore dell’esotismo e il profondo rapporto tra la fotografia e le stampe, si affianca alle immagini della donna colta nei molteplici aspetti della bellezza sublimata, come in quello dei mestieri e delle attività della casa, della bottega e dei campi.
Frequentemente immortalata era, altresì, la donna di piacere dei quartieri a luci rosse chiamati “città senza notte”. Parallelamente assistiamo all’analisi degli stereotipi dell’immagine maschile, dai samurai ai bonzi, dai lottatori di sumo a tutti gli interpreti quotidiani di una realtà ideale che talvolta declina verso il capriccio.
La mostra si conclude, poi, con le opere dei grandi interpreti della fotografia giapponese e straniera, come Kusakabe Kimbei, maestro anch’egli nella realizzazione di sofisticate fotografie all’albumina colorate a mano.

Sembra quasi che queste particolari immagini fotografiche e le stampe giapponesi siano legate da un’arcaica relazione, non solo per la similitudine nelle tecniche di colorazione ma anche e soprattutto perché davanti ad entrambe è come fluttuare e perdersi nel piacere, allontanare la malinconia della realtà e del dolore, per immergersi in un mondo che pur non essendoci più si rivitalizza ogni volta che lo sguardo vi si posa sopra.