Canti gregoriani
di // pubblicato il 08 Agosto, 2011
Il canto gregoriano segna l’inizio della storia della musica occidentale, dà origine ad un’epoca che conoscerà il fiorire di opere musicali, vede il sorgere di una nuova notazione musicale, quella che attraverso le successive evoluzioni è in uso ancora oggi.
Fino all’età carolingia la storia della musica europea è la storia di una musica non scritta, che si evolve e si trasmette oralmente, una musica che ricorda quasi gli aedi omerici: “I suoni, se non vengono conservati nella memoria, periscono perché non si possono scrivere” (San Isidoro di Siviglia). Con il passaggio e l’utilizzo della nuova notazione si viene formando una musica messa per iscritto: sono proprio i documenti, i manoscritti primi ed i libri stampati poi, che danno il LA all’evoluzione musicale dai canti gregoriani a oggi.
Si intende per “canto gregoriano” quel repertorio di canti liturgici monodici cattolici che fu messo per iscritto a partire dalla dominazione di Carlo Magno: l’aggettivo “gregoriano” è dovuto alla figura di San Gregorio Magno, al ricordo della sua importante azione pastorale, politica e liturgica.
In realtà non si conosce alcun elemento storico di provata fede dal quale risulti una decisa e mirata azione di Papa Gregorio I nei confronti della musica. E nulla fa pensare che il suo pontificato sia stato per qualche ragione “oscurato” ovvero passato sotto silenzio: conosciuti in ogni singola parte sono i suoi interventi nel campo liturgico, che hanno dato alla Messa la conformazione che, ancora oggi con minime modifiche, perdura nel rito romano.
L’attribuzione al Successore di Pietro della composizione del canto che da lui prese il nome ha luogo durante il regno di Pipino detto Il Breve, sotto il cui regime viene a instaurarsi un’alleanza solida tra la monarchia franca ed il Papato. Roma imponeva il suo rito a tutte le Chiese della Gallia, nella persecuzione di un unico scopo, l’unificazione di Fede e di Liturgia di tutto l’Occidente. L’opera di riforma, che aveva il suo primo artefice in Crodegango Vescovo di Metz, non era impresa facile.
Non poche furono le resistenze del clero e dei fedeli, che, già abituati ad un consolidato repertorio di canti, si trovavano costretti ad apprenderne a memoria uno completamente nuovo in un’epoca in cui neppure esisteva un sistema di scrittura musicale e financo la lettura di un testo scritto era privilegio di pochi eletti.
Per ovviare almeno parzialmente al problema, già a metà del IX Secolo, comparivano nei libri liturgici segni che, posti al di sopra delle parole all’interno del testo, avevano lo scopo di simulare un movimento melodico.
Questa primitiva iscrizione, introdotta con la finalità di aiutare la memoria dei cantori, sviluppa la notazione neumatica propria del canto gregoriano, che conosce la sua massima perfezione a cavallo tra il Decimo e l’Undicesimo Secolo. Al fine di dare una maggiore autorevolezza alla nuova liturgia viene letteralmente“adoperata” una guida sicura, che dia il proprio imprimatur anche solo morale al repertorio legittimo: la scelta cade proprio su Papa Gregorio, il cui nome, quale compositore, appare in un proemio in versi di alcuni codici liturgici della Fine dell’Ottavo Secolo.
Nata come semplice aiuto per la memoria, la scrittura neumatica è inizialmente priva dell’indicazione degli intervalli tra un suono e l’altro, che caratterizza, invece, la notazione moderna, è una scrittura per chi già conosce la melodia, è un sostituto grafico alla presenza fisica del maestro di coro, è espressione del ritmo, della dinamica e del fraseggio; tutto ciò è dovuto al suo carattere chironomico, cioè al fatto che la forma dei segni riproduce perfettamente sulla pergamena il tracciato che idealmente sarebbe percorso da un immaginario direttore del coro.
Ogni segno, ogni neuma può assumere gli aspetti più vari e può esprimere la durata temporale di ogni nota, il suo valore dinamico, il suo peso nella frase musicale. Ad esempio, una forma allungata prescrive una azione vocale marcata, i trattini orizzontali sopra un segno esprimono un allungamento del suono o dei suoni su cui insistono, mentre l’interruzione nel tracciato grafico in corrispondenza di neumi incatenati tra di loro ha la stessa funzione della mano del direttore d’orchestra ferma in aria.
Questa ricchezza della notazione neumatica trova spiegazione nella sua stessa origine: i segni parrebbero discendere dagli accenti grammaticali della lingua greca ed in particolari dai segni adoperati dai grammatici per distinguere le sillabe toniche, che secondo la fonetica della koinè si pronunciavano con voce più acuta, dalla sillabe atone, sulle quali vi era una intonazione più grave. Dai due accenti, acuto e grave, sarebbero derivati i due neumi fondamentali, la virga ed il punctum, che indicano rispettivamente un suono alquanto acuto ed uno piuttosto grave rispetto al contesto.