Boldini a Parigi

di Sara Pietrantoni // pubblicato il 20 Gennaio, 2010

Ci sono città che rappresentano un’intera epoca: Atene al tempo di Pericle è divenuta simbolo di democrazia e buon governo; Firenze nel quattrocento è la vera culla dell’arte moderna; la Roma seicentesca ben rappresenta la ricchezza ed il fasto del barocco. Per quanto riguarda il XIX secolo, punto di riferimento indiscusso è Parigi, capitale della Belle Epoque. Quelli a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento corrispondono infatti ad una vera e propria età dell’oro, caratterizzata dalla grande libertà di pensiero, da scoperte scientifiche, dal miglioramento esponenziale dei mezzi di trasporto, dalla nascita del turismo di massa. C’è però soprattutto da registrare un grande fermento dal punto di vista culturale: i teatri sono costantemente affollati, nascono nuovi giornali e riviste, artisti di ogni tipo cercano fortuna tra le strade della città. 

La Parigi della seconda metà dell’Ottocento è una città nuova anche dal punto di vista urbanistico: il prefetto della Senna, il barone Haussmann, realizza infatti in quegli anni, su incarico di Napoleone III, una serie di interventi che cambiano profondamente l’aspetto del tessuto cittadino. Fino ad allora Parigi aveva conservato l’aspetto di città medievale, caratterizzata da strette e tortuose stradine, spesso dissestate o addirittura invase da topi ed immondizia, che vengono ora sostituite da ampie piazze e spaziosi boulevard. Ai lati di questi lungi viali si costruiscono nuovi edifici in pietra, stazioni ferroviarie (al 1855 si data la Gare de Lyon, dieci anni dopo viene costruita quella du Nord), teatri e parchi, come quello delle Buttes-Chaumont, il parc Monceau ed il parc Montsouris.
Parigi sebbene immensa dà in tutto e per tutto l’idea del piccolo, piuttosto che un gigante somiglia ad un immenso formicaio” scrive Diego Martelli, teorico della pittura dei Macchiaioli toscani, alla madre Ernesta nel 1862, cogliendo alla perfezione la frenesia, il brulichio delle strade, dei salotti e dei caffè. Sono proprio i caffè i luoghi d’elezione per l’incontro di artisti e letterati, che lì discutono di arte di politica, di accademie e poesia tra un bicchiere d’assenzio ed un pettegolezzo. Ed è nei caffè che prende vita uno dei movimenti artistici più innovativi dell’epoca: l’impressionismo. I pittori che ne fanno parte sono accomunati dalla stessa volontà di rinnovamento dell’arte accademica che continua a proporre, nella maggior parte dei casi, soggetti, colori e schemi compositivi sempre uguali a se stessi. L’Accademia di Belle Arti, fondata nel 1684, impartiva infatti ad i suoi allievi un insegnamento classico ed estremamente rigoroso, fondato sullo studio e sulla copia di opere antiche di soggetto sacro, storico o mitologico. Gli insegnanti si preoccupavano inoltre del fatto che le opere risultassero “corrette” anche dal punto di vista formale e che venissero quindi costruite secondo composizioni tradizionale e rifinite in ogni minimo particolare. Ogni opera che si discostasse da questi canoni veniva considerata ridicola, se non immorale, e tenuta alla larga dall’annuale Salon des Beux Arts, la monumentale mostra d’arte ospitata all’interno del Palais de l’Industrie sugli Champs-Elysées, che richiama ogni volta migliaia di visitatori, amanti d’arte ma anche semplici curiosi. Il gruppo impressionista riesce tuttavia a farsi notare dalla critica e dal pubblico grazie a collettive indipendenti (la prima nel 1874) che suscitano un grande clamore per la scelta di trattare soggetti apparentemente banali o sconvenienti e per la consuetudine di dipingere en plein air, concentrandosi sugli effetti mutevoli della luce e dei colori della natura.

Una vera e propria rivoluzione pittorica, che contribuisce a rendere la città la capitale dell’arte contemporanea, grazie anche ai tanti eventi che ospita; basti pensare che nel solo 1867 si può visitare, oltre all’Esposizione Universale ed al Salon, una retrospettiva su Millet, le personali di Courbet e Manet e la mostra dedicata ad Ingres. Una tale quantità di eventi porta in città un numero impressionante di studenti d’arte, pittori improvvisati e giovani desiderosi di farsi un nome nel campo della pittura. Tra questi figurano un buon numero di italiani, tra cui De Nittis, Zandomeneghi, Mancini, Corcos e, soprattutto, Giovanni Boldini. Richiamati dal mito della città moderna e desiderosi di completare oltralpe la propria formazione, questi artisti sono tutti indelebilmente segnati dall’esperienza francese. In particolare tre di loro (De Nittis, Boldini e Zandomeneghi), pur seguendo strade diverse, riescono a trovare un posto all’interno della società parigina, ed i loro dipinti sono amati da mercanti e collezionisti.

Boldini nasce a Ferrara nel 1842; il padre è Antonio Boldini, pittore di buon livello decisamente influenzato dalla pittura quattrocentesca e dai Nazareni, che lo portano a scelte decisamente puriste. Antonio si segnala in particolare per le sue copie di artisti ferraresi del XV secolo e per la riproduzione degli affreschi del palazzo di Schifanoia, scoperti da poco. È in questo ambiente, permeato di forme chiare, piene e razionali, di luce limpida e serena, che si forma Giovanni.
Trasferitosi a Firenze agli inizi degli anni ’60, si trova quindi perfettamente a suo agio tra i pittori che stavano dando vita, in questi stessi anni, alla pittura di macchia. Ad accomunarli infatti, lo stesso interesse per l’arte umanistica e rinascimentale; tuttavia, se questo debito sarà sempre evidente in artisti come Vincenzo Cabianca e Raffaello Sernesi, Boldini sviluppa invece uno stile rapido, che abbandona la tavolozza chiara, tipica dei macchiaioli, prediligendo invece toni scuri sui quali spiccano chiazze di colore brillante. Una scelta che ben si adatta alla riproduzione di luoghi chiusi e di ritratti, di scene familiari e di interni zeppi di divani, velluti e tendaggi. che occupano un posto importante anche nella prima produzione boldiniana. Lentamente, grazie anche all’assidua frequentazione della villa “L’Ombrellino” di proprietà dell’intellettuale francese Marcelin Desboutin, Boldini matura uno stile del tutto personale, fatto di pennellate rapide e sicure.
La svolta per il pittore arriva però nel 1867, quando si reca a Parigi per visitare l’Esposizione Universale. Qui incontra Degas, Manet e Sisley; vede le opere di Courbet. Il soggiorno nella capitale francese lo colpisce profondamente, tanto da determinare in lui la decisione di trasferirvisi. “Tutto il mio pensiero finché starò qui sarà quello di pensare per andare a stabilirmi a Parigi” scrive da Firenze (che ormai gli sembrava nient’altro che “il sobborgo di un villaggio”) all’amico Cristiano Banti. Nel 1871 torna finalmente in Francia. La città lo coinvolge: la vita frenetica dei boulevard, i caffè affollati, i parchi e le piazze rappresentano una continua fonte di ispirazione (per Baudelaire “la vita parigina è fertile di soggetti poetici e meravigliosi. Il meraviglioso ci avvolge e ci bagna come l’atmosfera”).
Boldini collabora inizialmente con la ditta del mercante Goupil, per il quale realizza soprattutto piccole scene di gusto settecentesco, che gli consentiranno di farsi un nome nei salotti della borghesia cittadina, quella stessa borghesia desiderosa di farsi ritrarre per segnare così la propria affermazione sociale. Conscio di questo tipo di richiesta, Boldini diventa assiduo frequentatore dei salotti mondani del tempo e, grazie anche alle conoscenze della sua compagna, la contessa Gabrielle de Rasty, comincia una veloce scalata della società.

Sin dai primi ritratti risulta evidente la particolare maniera di inquadrare il soggetto: il punto di vista è sempre decentrato, in tralice, addirittura sghembo, a volte, contribuendo però a dare al dipinto un dinamismo ed una vitalità inusuale. Dagli anni ottanta i ritratti si fanno più leggeri, grazie all’uso del pastello, suggerito forse dall’amico Degas. I corpi risultano allungati, estremamente eleganti, colti in quelle pose all’apparenza innaturali in cui l’artista costringeva i suoi modelli. Uno dei suoi soggetti, Robert de Montesquiou, dedica a Boldini un articolo sulla rivista “Les Modes”, nel quale sottolinea la sua raffinatezza ed il suo essere ormai completamente parigino: “Realizzatore senza pari delle civetterie della parigina […]. È che, lo ripeto, questi artisti esclusivi, e ricettivi a un tempo di ogni bellezza, sono affascinati come farfalle prigioniere dall’inebriante fiore dall’aroma complicato, dalla molteplice seduzione, forma dell’eterno femminino che potrebbe chiamarsi l’universale femminino: la parigina! Si, pariginismo, modernità, sono le due parole scritte dal maestro ferrarese su ogni foglia del suo albero di scienza e di grazia”. L’attenzione per la moda del tempo risulta centrale nei ritratti di Boldini, che ama addirittura rovistare nei bauli delle donne da ritrarre per trovare l’abito più adatto, quello più scenografico che avrebbe fatto risaltare al meglio la bellezza delle sue modelle, disposte a sopportare ogni tipo di angheria pur di farsi ritrarre da uno dei miti della Parigi fin de siécle.

 

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Federico Zandomeneghi
    Al Caffè Nouvelle Athènes, 1885
    Olio su tela
    Collezione privata
  • Giuseppe De Nittis
    L’amazzone
    Olio su tela
    Genova Raccolte Frugone
  • Govanni Boldini
    Conversazione al caffè
    Olio su tavola
    Collezione privata
  • Giovanni Boldini
    Emiliana Concha de Ossa
    Pastello su carta applicata a tela
    Collezione privata


IN COPERTINA
un particolare
La divina in blu, 1905
acquarello su carta
cm 50×36
collezione privata

Mappa

Dove e quando

Boldini e gli italiani a Parigi

  • Fino al: - 14 Marzo, 2010
  • Indirizzo: DART Chiostro del Bramante, Roma, Arco Della Pace 5
  • Sito web

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