Biutiful
di // pubblicato il 11 Febbraio, 2011
La sublime poesia di un incontro, forse impossibile, immerso nel bianco candore del bosco di un remoto inverno messicano. Così si apre e chiude descrivendo un anello ideale Biutiful, quarto film di Alejandro Gonzáles Iñárritu dopo i precedenti Amores Perros, 21 grammi e Babel.
In mezzo a questa visione di calma sospesa, una discesa agli inferi spietata e senza redenzione tra un’umanità respinta, invisibile a ogni indagine di mercato che spesso ci sfiora sulla via senza che noi si immaginino i drammi che si porta addosso. Un mondo senza diritti perché estraneo alla “libertà” di consumo e condannato quindi a non esistere, in cui i peggiori istinti dell’animo umano si manifestano a schiacciare, umiliare e persino uccidere gente offesa, vinta nella negazione del più elementare diritto, l’aspirazione a un futuro migliore e a una qualche forma di felicità.
Nella Barcellona multietnica del quartiere di Santa Coloma si vive d’espedienti, tra clandestini cinesi, nuovi modelli di moderna schiavitù, irregolari dal Senegal che spacciano contraffazioni a rischio della stessa vita, poliziotti corrotti che dovrebbero garantire loro impunità e locali da lap dance dove il corpo femminile è solo attraente carne da macello.
Martire colpevole, Uxbal si muove in quest’universo come vittima e carnefice allo stesso tempo, conosce i valori morali a cui dovrebbe fedeltà preservandoli dalla corruzione del profitto, ma lotta quotidianamente per provvedere ai figli Ana e Mateo, stretto tra la materialità del vivere e il tentativo di proteggerli da una madre instabile. Avere figli in questo mondo iniquo è solo fonte di disperato dolore, perché se consapevoli dei propri limiti, dell’impossibilità di proteggerli dai colpi della vita, a queste latitudini anche la quotidiana sopravvivenza può già dirsi una conquista.

Uxbal ha il dono di saper ascoltare i morti quando le anime sono ancora intorno ai corpi, dietro compenso presta aiuto a quegli spiriti irrisolti che opponendo resistenza al passaggio verso altre dimensioni dell’esistere si attaccano a questa vita materiale con ogni forza. Bea, amica confidente e compagna dotata come lui, lo diffida dal far del suo dono mercimonio, gratuitamente è stato ricevuto e gratuitamente dovrebbe essere elargito, in tutto ciò forse la radice dell’accanimento del destino su di lui.
Uxbal è un uomo malato, metafora di una società materialista in decadenza dove il denaro è l’allucinazione collettiva che cancella valori assegnando un prezzo a ogni cosa, anche alla dignità umana. Un mondo corrotto, irrimediabilmente in putrefazione, dove il profitto è il cancro del tessuto sociale, la cecità della logica che insensatamente lo rincorre la sua metastasi.
Ferito dalla vita e sconfitto, il protagonista insegue una redenzione impossibile dal suo universo di sopraffazione, sempre in equilibrio tra la dolcezza del padre e le spietate regole del mercato di esseri umani a cui anche lui si presta. L’estremo bisogno spinge a negare ogni sentimento di solidarietà, la paura per il proprio destino porta ad uccidere anche l’amore, il rimorso inutile per ciò che poteva essere evitato diventa peso di tardiva impotenza. Quando poi uno spirito tornerà indietro macchiato dalla colpa del tradimento, al corpo non sarà consentito di essergli a fianco.

Vite comprate, vendute, usate e sfruttate come oggetti senza valore, spogliate di ogni sentimento e dignità sono il segno di un modello sociale al collasso. Cancellato ogni sentimento anche il sesso diventa merce, efficace più di mille parole la visione allucinatoria di seni a sostituire volti e glutei delle ballerine di lap dance.
Biutiful è scritto in modo sgrammaticato perché il protagonista non conosce l’inglese, ma soprattutto perché simbolo di un mondo che non è certo quello “bellissimo” che viaggia in prima classe, qui le luci sfavillanti del sogno americano possono apparire solo stampate sulla carta che riveste il lampadario a illuminare le solite miserie. Le ciminiere che oscurano il cielo di fumo sono tangibile rappresentazione di un modello economico in agonia, che ignora ogni istanza sociale consumando la parte di molti per garantire lusso ai pochi.

L’occidente vive al di sopra delle proprie possibilità, importando materie prime perché non ne avremmo a sufficienza per i nostri consumi e sottraendole alle popolazioni più deboli del mondo, già adesso il pianeta è sovrappopolato e quando le risorse scarseggeranno, alcune come l’acqua sono già al razionamento in molte parti del globo, quale mondo in perenne conflitto per la sopravvivenza spetterà ai nostri figli?
Un immenso Javier Bardem offre tutta la sua fisicità al ritratto di quest’uomo in cerca di un riscatto dell’anima mentre l’agonia del corpo non riesce a placare i suoi sensi di colpa, frutto di una società in lutto per la sua inevitabile estinzione.
Giustamente premiato al Festival di Cannes 2010 come miglior attore ex equo con Elio Germano per La nostra vita, l’attore spagnolo ha conquistato con questo ruolo la sua terza candidatura all’Oscar, la prima per un film in lingua non inglese, e la pellicola stessa concorre per il Messico alla categoria per il miglior film straniero. Biutiful ha già vinto il mio personale Oscar del cuore.
