Bigonzetti e Aterballetto al Comunale di Bologna, tra riflessioni ataviche e piaceri rossiniani
di // pubblicato il 04 Dicembre, 2010
Il novembre del Teatro Comunale di Bologna ha ospitato Aterballetto, compagnia di danza fondata nel 1979 - prima ad affermarsi in Italia come realtà stabile nel settore al di fuori delle Fondazioni liriche - per Terra e Rossini Cards, lavori firmati dal coreografo Mauro Bigonzetti, già direttore dell'ensemble reggiano e adesso suo principale coreografo.

Passato nel corso degli anni dalla direzione di Amedeo Amodio a quella dello stesso Bigonzetti, per il decennio 1997-2007, e adesso guidato da Cristina Bozzolini - già anima creatrice della prolifica esperienza del Balletto di Toscana - Aterballetto in oltre trent'anni di attività ha visto accrescere sia la propria fama internazionale sia la propria stabilità, aumentando il repertorio con creazioni di coreografi italiani e stranieri e diventando Fondazione Nazionale della Danza.
Per l’appuntamento bolognese il programma ha previsto due lavori nati dal confronto di Mauro Bigonzetti, formatosi presso il Teatro dell’Opera di Roma e già danzatore sotto Amodio per Aterballetto - presto diventato il coreografo italiano più apprezzato e conosciuto all’estero, lavorando per Balletto di Toscana, New York City Ballet, Balè da Cidade de São Paulo, Stuttgarter Ballett, solo per citarne alcuni - con partiture musicali piuttosto singolari, quali le composizioni di Bruno Moretti e le accattivanti melodie rossiniane.
All’origine di Terra, riflessione bigonzettiana sull’attaccamento a valori atavici e necessità materiale di cambiamento, sta Oltremare, composizione commissionata dal New York City Ballet a Bruno Moretti confluita in seguito, conservando la propria struttura originaria, nella creazione citata. Passando da ritmi tipicamente meridionali e mediterranei a sonorità balcaniche e levantine il rapporto conflittuale tra l’attaccamento alla terra natia e la necessità di partire è scandagliata sapiente da Mauro Bigonzetti attraverso le differenti interazioni tra figure femminili e maschili.
Se da un lato gli uomini appaiono più sicuri e forti, già pronti, con le valigie in mano, alla partenza, le donne dal canto loro - elegante vestite con sapore vintage dagli abiti firmati da Edda Petazzoni di Max Mara - si ergono a difesa dell’ultimo attaccamento residuo alla terra madre. Sorta d’ipotetiche o future vedove bianche, già consapevoli, forse, del loro destino, frenano i loro uomini propensi alla partenza.
Disposti in semicerchio i danzatori, in possesso di un l’alto livello tecnico, sviluppano il tessuto coreografico alternando passi a due a movimenti all’unisono; ascendenze neoclassiche si sposano a movimenti marcatamente espressivi in ripetute contrazioni del torso e degli arti superiori.
L’arrivo nella novella terra promessa, vago richiamo, forse, alla cultura ebraica, ceppo comune a tutta l’Europa, si concretizza magistralmente nei ritmi jazz della partitura di Moretti, mentre un orizzonte di fuoco, simbolo del tramonto e della fine dell’iter, segna l’approdo degli emigranti.

In Rossini Cards le melodie del genio pesarese si concretizzano in tableaux, piacevoli visioni formato cartolina, sagacemente offerti da Bigonzetti al pubblico. Dalla Canzone del Salice dell’Otello, riscritta per solo pianoforte da Moretti, ai vari componimenti rossiniani - come Ouf! les petits pois, Prélude fugassé e Prèlude inoffensif - i danzatori, ripetutamente attratti dalla buca di proscenio/golfo mistico, è come se subissero il magico influsso della musica. Come quando, disposto l’intero ensemble lungo la ribalta, uno dei danzatori, ammaliato dalla musica, inizia a spogliarsi, accorgendosi poi con vergogna di essere osservato da tutti gli altri - situazione ripresa nella chiusura finale.
I vari elementi presenti nella drammaturgia rossiniana, quali la tragicità, l’ironia e la passione, sono incarnati dalle coreografie bigonzettiane attraverso un’estetica edonistica, tipica cifra stilistica del coreografo, dove, però, la resa attenta e puntuale della costruzione corporea risulta esserne alla base. Si afferma un policentrismo corporeo in cui gli arti periferici assumono pregnanza semantica e drammaturgica e, i continui incastri di pose e lifts, lungi dall’essere un mero fattore di complicanza, segnano come spie la complessità delle relazioni umane.
L’ umorismo dell’opera buffa rossiniana trova la propria chiave scenica in Rossini Cards attraverso il concertato della Cenerentola, scelto da Bigonzetti come colonna sonora per il chiacchiericcio di un enorme banchetto animato dai gesti spezzati dei danzatori, seduti al tavolo imbandito, tra portate e stoviglie. E i ritmi concitati dell’ouverture de La Gazza Ladra concludono l’omaggio rossiniano di Mauro Bigonzetti. I danzatori vestiti da scanzonati teppistelli, correndo, attraversano in diagonale il palcoscenico, fanno il verso ai cantanti d’opera chiudendo in allegria i tableaux de Rossini.