Berlin Alexanderplatz
di // pubblicato il 12 Ottobre, 2012
“…è facile definire qualcosa o qualcuno "il male”, perché questo ci deresponsabilizza".
Rainer Werner Fassbinder *
Trent’anni fa, il 10 giugno 1982, Rainer Werner Fassbinder a soli 37 anni poneva fine con un’overdose, nessuno saprà mai quanto deliberatamente, alla sua vita, l’irrequietezza espressiva della sua breve parabola artistica è testimoniata da una filmografia copiosa costituita da oltre quaranta titoli.
L’ultimo scandaloso film, il metafisico Querelle, rimane il suo testamento spirituale, un’opera di prorompente potenza visiva e bellezza quasi ipnotica, [ne ho scritto sul numero secondo di Iperuranio] ma voglio qui ricordare il grande regista scomparso con l’imponenza titanica, quasi 15 ore complessive, di Berlin Alexanderplatz.
Tratta dal romanzo omonimo di Alfred Döblin, la vicenda si svolge a Berlino nel 1928 in un clima di forte insicurezza sociale, con la crisi economica che porta alle stelle il tasso di disoccupazione e l’ascesa del nazismo alle porte.
Franz Biberkopf esce dal carcere di Tegel dopo quattro anni, immobile sulla porta contempla titubante la libertà con un senso d’inadeguatezza alle cose del mondo. Nonostante le apparenze, un grande Günter Lamprecht offre al personaggio tutta la sua corpulenta fisicità, il Franz emozionalmente è ancora un bambino, capace di grandi slanci d’affetto e incontrollabili esplosioni violente.

Il Franz ha giurato a se stesso di restare onesto ma non sarà facile, costretto ad affrontare difficoltà di quotidiana sopravvivenza, la forma sgrammaticata del suo esprimersi e l’articolo davanti ai nomi propri tradiscono l’ignoranza di un ambiente che occupa lo scalino più basso della società e dal quale è difficile affrancarsi senza adeguati strumenti culturali.
Eloquente nel raccontare la condizione della donna nell’Europa tra le due guerre, attraverso le diverse compagne del protagonista il film mostra i limiti di una morale che voleva la figura femminile sempre e comunque subordinata a una presenza maschile al suo fianco la cui assenza era ritenuta inconcepibile.
Così ecco la Lina, abbordata in un bar e subito compagna di vita nelle stanze in affitto della signora Bast, la Fränze e la Cilly, circuite e portate via all’infido complice Reinhold incapace di dare il benservito alle donne di cui si è stancato, e la giovane Mieze, ribattezzata così dal Franz, che guadagna per lui accettando la compagnia di ricchi uomini d’affari.
Quasi sempre senza premeditazione gli uomini finiscono comunque con l’essere carnefici di donne sempre esposte al ruolo di vittime sacrificali.

“Film in 13 episodi e un Epilogo” è il sottotitolo di Berlin Alexanderplatz, a sottolineare la differenza totale, nella forma come nei contenuti, tra la narrazione degli episodi e l’epilogo.
Durante tutto il suo corso la storia è condotta sempre esclusivamente su un piano reale, la violenza di rado è mostrata e se lo è risulta stilizzata per mitigarne l’impatto, i personaggi parlano senza dirsi quasi niente di concreto, ogni rapporto è minato da continue esasperanti omissioni, come se non si volesse mai incrinare la superfice delle apparenze facendo emergere inquietudini interiori comunque presenti.
Fassbinder è magistrale nel disseminare sottintesi talmente sottili da creare dubbi nello spettatore che, avvertendo una certa tensione sessuale o di violenza latente, s’interroga sulla presenza reale di quelle pulsioni e soltanto gli ultimi rivelatori minuti dell’episodio conclusivo porteranno una scintilla di verità che getta una luce nuova sull’intera vicenda.

L’epilogo si distacca completamente dal resto, tutto si svolge su un piano onirico traboccante di ogni non detto accumulato, deformato dall’essenza dei sogni in cui volti e luoghi possono cambiare repentinamente ma eloquente nel creare il contrasto che finalmente rivela l’intimo abisso della persona umana.
Una vera e propria incursione nel subconscio del povero Franz Biberkopf con immagini forti che evocano l’incubo futuro dei lager nazisti, il valore simbolico della visione rimescola il vissuto del protagonista mettendo a nudo ogni sua vulnerabile fragilità, un pozzo interiore nelle cui acque è facile specchiarsi.

Anche la colonna sonora sottolinea il cambio di registro, mentre negli episodi predomina la musica originale di Peer Raben con qualche canzonetta d’epoca a ricreare l’atmosfera della Germania del 1928, nell’epilogo il viaggio nella mente del Franz è accompagnato da una serie eterogenea di brani musicali che spazia dai classici, come i valzer di Richard Strauss o le opere di Gustav Mahler, a canzoni più moderne come Chelsea Hotel Nr.2 di Leonard Coen, Silent Night cantata da Dean Martin, Santa Lucia con la voce inconfondibile di Elvis Presley e persino Amara terra mia di Domenico Modugno.

Berlin Alexanderplatz è un’opera dolente, piena di drammatica poesia, prodotta nel 1980 dalla Bavaria Film di Monaco per la televisione della Germania Ovest in coproduzione con la Rai Radiotelevisione Italiana, un film d’autore lontano anni luce dallo stucchevole buonismo delle fiction attuali, popolate di preti e carabinieri che esistono solo nei ristretti confini della finzione televisiva.
Restaurato con le tecniche digitali più avanzate, Berlin Alexanderplatz è oggi facilmente reperibile in dvd e la sua visione giova gravemente alla salute.

*Intervista a cura di Myriam Muhm, pubblicata su La Repubblica il 13 settembre 1980.
Elenco episodi:
Episodio I. Comincia la pena
Episodio II. Come si deve vivere se non si vuole morire?
Episodio III. Una martellata in testa può ferire l’anima
Episodio IV. Una manciata di gente nella profondità del silenzio
Episodio V. Un mietitore con il potere che viene dal Buon Dio
Episodio VI. Un amore costa sempre caro
Episodio VII. Ricorda, un giuramento si può amputare
Episodio VIII. Il sole riscalda la pelle e qualche volta la brucia
Episodio IX. Questa eternità spalancata tra i molti e i pochi
Episodio X. La solitudine apre anche nei muri fessure di follia
Episodio XI. Sapere è potere, e il mattino ha l’oro in bocca
Episodio XII. Il serpente nell’anima del serpente
Episodio XIII. L’esterno e l’interno, e il mistero della paura di fronte al segreto
Epilogo - Il mio sogno da un sogno di Franz Biberkopf