Baarìa: passione e politica
di - pubblicato il 06 Ottobre, 2009 in Cinema
Dopo una lunga gestazione e una presentazione al Festival di Venezia accompagnata da varie polemiche, è finalmente uscito nelle sale Baarìa, il film che Giuseppe Tornatore ha voluto dedicare al suo paese d'origine. Il film è sbarcato nei cinema raccogliendo però immediatamente un successo di pubblico che va al di là delle previsioni, balzando in testa alle classifiche degli incassi già nel primo week-end di programmazione.
Si tratta di un film molto personale, come annunciato sin dall'inizio e come ribadito dal regista in occasione della presentazione alla stampa, anche perché largamente autobiografico.
La trama
Il film racconta vita, passioni e vicissitudini delle generazioni della famiglia Torrenuova, dagli anni '20 a oggi: attraverso i loro gesti e i loro occhi Tornatore dipinge un affresco nella cittadina siciliana di Baarìa — Bagheria — alle porte di Palermo.

Il film si apre con una corsa fantastica: quella del piccolo Pietro che negli anni '60 corre lungo una delle strade di Bagheria, corre a perdifiato come solo i bambini sanno fare, così forte da decollare e volare in alto guardando il paese dal cielo. Da qui vediamo, nelle stesse strade, un altro bambino correre a perdifiato: ma siamo negli anni '20, il bambino è il padre di Pietro e si chiama Peppino.
Adottando una narrazione assolutamente non lineare nella prima parte — forse un po' troppo frettolosa — il regista comincia a intrecciare una moltitudine di storie, tra le quali emerge quella di Cicco Torrenuova, uomo umile ma animato da veri ideali: con caparbietà si oppone al regime fascista, e ostinatamente coltiva la lettura, in un contesto in cui leggere e scrivere è roba per i signori e gli uomini di potere. Ma Cicco fa sì che il figlio Peppino riesca a studiare, e gli trasmette la passione per la politica, intesa nel senso originario di partecipazione all'amministrazione della comunità.
È proprio Peppino il personaggio destinato a diventare il fulcro di tutta la storia: la sua travagliata storia d'amore con Sannina è il fil rouge che unirà tutte le altre storie. Durante la loro vita insieme i due personaggi attraverseranno, con sguardi molto differenti, i grandi avvenimenti storici e i cambiamenti sociali che questi comportano.

Arriva infatti la guerra, e in seguito, alla caduta del fascismo Peppino può finalmente iscriversi al Partito Comunista: seguendo gli insegnamenti, morali e politici, che apprende in sezione, diventa ben presto un punto di riferimento per i propri compagni. Sarà infatti in prima linea nelle lotte contadine, sfilerà vestendo il lutto per le vittime di Portella della Ginestra, porterà le lotte della sinistra italiana nella difficile realtà locale.
Ma nel frattempo l'Italia cambia, cambia anche il modo di fare politica, e arriva il momento in cui Peppino si rende conto che un'epoca è finita. Suo figlio Pietro, ormai un giovane studente e non più il ragazzino che corre a perdifiato, fa parte della generazione della contestazione che è distante anni luce dal modo di vivere la passione politica che ha contraddistinto la generazione precedente: lascerà la sua città per andare altrove.
Ma queste due generazioni, così distanti, si incontreranno ancora: in un punto fuori dal tempo e dallo spazio Peppino, ancora lo scolaro ribelle degli anni '20 che abbiamo visto all'inizio, si trova a camminare in una Bagheria contemporanea che non riconosce, e correndo — all'indietro — per tornare da dove proviene, per un attimo incrocia lo sguardo di suo figlio Pietro, che continua la sua corsa — in avanti — a perdifiato per le strade di Bagheria degli anni '60.
Una storia di passioni
Baarìa è molte cose: è un film corale — 63 gli attori professionisti impiegati nella pellicola, tra cui molti nomi noti — ma anche una storia epica, nel senso in cui sono epiche le storie Orlando che Cicco recita in rima durante le veglie invernali.
È anche un omaggio alla terra d'orgine del regista, alla sua lingua, alle tradizioni antiche e alla sua storia recente: la fotografia di Lucidi e l'innegabile maestria di Tornatore nel giocare con inquadrature e movimenti della macchina da presa restituiscono immagini che sembrano uscite direttamente da quadri realisti.
Ma soprattutto Baarìa è un film che parla di passioni vere: l'amore dei protagonisti e la politica. E ne parla adottando una poetica personalissima, scegliendo un approccio magico per raccontare una terra ricca di simboli misteriosi.
È infine un film con tutti gli ingredienti del cinema che fa sognare, quello "classico", che Tornatore cita più volte nel film e che ha già descritto in Nuovo Cinema Paradiso e ne L'uomo delle stelle.
Il tema della politica resta comunque la chiave di lettura più importante dell'opera: come precisato dallo stesso Tornatore, l'intento era quello di parlare della politica intesa come fede, fatta per la gente e dalla gente, in un tempo in cui il vissuto politico/pubblico e quello etico/privato erano inscindibili. In questo senso Baarìa è il ritratto di un'epoca in cui fare politica era una grande conquista e allo stesso tempo una grande utopia — “la politica è bella” è l'unica cosa che ripete Cicco in punto di morte al figlio. Invece Peppino purtroppo farà in tempo a vedere una politica che di “bello” non ha più nulla: perché un'utopia per definizione non si raggiunge, è la meta di una corsa impossibile, il giocattolo rotto che vediamo nelle mani di Pietro bambino alla fine del film.
Eppure, non è la disillusione di Peppino a chiudere la storia, ma la risata cristallina di suo figlio che non piange per il giocattolo rotto, ma ride, felice della leggerezza che vi era racchiusa e che è rimasta intatta.