Azzorre, le “isole non trovate”

di Donata Brugioni // pubblicato il 06 Agosto, 2012

…quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avea alcuna

 

Lunghe e sottili, fragili e dinamiche come un levriero in riposo, tirate in secca e ormai reliquie di un’epoca conclusa, le barche baleniere di Pico restano a testimoniare orgogliosamente la storia dei migliori balenieri del mondo. Solo alle Azzorre, la caccia alla balena si faceva con barche che partivano da terra, e non da una nave, e quindi leggerezza e velocità erano requisiti indispensabili per gli scafi, e coraggio per gli uomini, che si avvicinavano ai giganti del mare a forza di braccia, e che a forza di braccia lanciavano i ramponi da una distanza così ravvicinata da contare le incrostazioni sulla pelle della balena. Assurti agli onori letterari grazie a Melville, i balenieri delle Azzorre fecero la fortuna delle navi americane sulle quali trovavano facilmente ingaggi, e i loro discendenti vivono ancora oggi in piccoli ma coesi gruppi nelle città americane che furono porti balenieri, a cominciare da Boston e Nantucket.

Nati dall’incontro di popoli diversi, portoghesi, fiamminghi sfuggiti alle guerre di religione e pescatori bretoni, principalmente, gli azzorriani uniscono coraggio e senso di indipendenza, come dimostra la loro storia; apparentemente lontani da tutto, ma primo approdo per quanto giungeva dal nuovo mondo, comprese le idee, hanno dato il via a tutte le rivoluzioni democratiche che si sono avute in Portogallo, a partire dagli anni Venti dell’Ottocento: qui è nato in quegli anni il primo giornale che si sia pubblicato in Portogallo; da qui, rifiutando la sovranità del re portoghese, è partita nel corso del XIX secolo una richiesta di annessione agli Stati Uniti d’America, visti come baluardo di democrazia e libertà; qui, durante l’ultima guerra mondiale, in un paese neutrale e governato da un regime filonazista come il Portogallo, è stata ospitata una base aerea inglese dalla quale partivano i caccia, con l’obiettivo di affondare i sommergibili tedeschi che siluravano le navi passeggeri in Atlantico.

Straordinario crocevia del mondo, dove fino al 1970 tutte le compagnie telegrafiche avevano una sede e una delegazione perché a Horta, nell’isola di Faial, faceva capo lo snodo del cavo transatlantico che smistava tutte le comunicazioni telegrafiche del mondo occidentale, le Azzorre, esattamente a metà strada tra Europa e America, hanno giocato un ruolo fondamentale nella scoperta del nuovo continente, permettendo rifornimenti, riparazioni e sosta durante le lunghe navigazioni transoceaniche. Qui, fino dal 1937, facevano scalo i primi voli regolari delle compagnie aeree tedesche e inglesi diretti in America.
Fuori dal mondo, ma al centro del mondo, Horta, capoluogo dell’isola di Faial, è oggi punto di ritrovo per tutti i velisti che attraversano l’Atlantico, e sono ogni anno oltre mille: il porto è un luogo straordinario dove ogni giorno convergono yacht partiti dalle coste di tutta Europa, dal continente americano e dai Caraibi. A ciascun equipaggio è riservato in banchina lo spazio per dipingere una scena che ricordi l’arrivo in questo porto, e i colori vengono forniti dall’autorità portuale. Alcuni di questi murales elencano le date di ripetuti approdi dello stesso equipaggio, anche a distanza di molti anni.

Il porto di Horta si trova proprio davanti al cono vulcanico dell’isola di Pico, che si innalza dal mare per quasi 2.400 metri: è immediato il richiamo alla “montagna bruna” di Dante, nel canto di Ulisse e Diomede, e al “folle volo”. E’ vero che i primi a rivendicare diritti di proprietà sulle isole furono i portoghesi nel 1432, ma è anche vero che l’Atlante Mediceo del 1351 riportava già alcune delle Azzorre, fra cui Faial, denominata isola de la ventura; e allora, viste le sterminate cognizioni di Dante anche nel campo della geografia, perché stupirsi se in qualche modo potesse aver avuto notizia di questa straordinaria montagna, unica per il rapporto fra altezza e vicinanza al mare?
Se l’isla de la ventura era già indicata e denominata negli atlanti trecenteschi, dovette trascorrere un secolo prima che i portoghesi partissero alla ricerca di quelle che definivano isole non trovate, perché pur conoscendone l’esistenza nessuno era più in grado di indicare la rotta per raggiungerle, andata misteriosamente perduta.

A Nossa Senhora da Esperança, protettrice dei naviganti, è dedicata una delle chiese più frequentate di Ponta Delgada, capitale dell’arcipelago: Maria, con il Bambino in braccio, sostiene una grande ancora, del tutto simile a quella, in rilievo e dipinta di nero, che campeggia all’esterno lungo il fianco della chiesa sovrastando la scritta ESPERANÇA; una panchina solitaria è collocata da lungo tempo proprio in corrispondenza della scritta e dell’ancora. Era già lì quando il poeta azzorriano Antero de Quental, l’11 settembre 1891, scelse quel luogo appartato ma in pieno centro cittadino, per dare il suo addio alla vita. Nessuno meglio di Antonio Tabucchi nel volumetto Donna di Porto Pim - i cui racconti sono tutti ambientati nell’arcipelago azzorriano - ha narrato la biografia di Antero, facendone una sorta di premonizione della personalità di Fernando Pessoa, o forse una personificazione dei motivi più profondi dell’anima portoghese, di quella saudade che è insieme rimpianto del bene perduto e nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

L’esistenza umana come riduzione ad una sola delle infinite possibilità che ogni istante ci propone e il conseguente rifiuto di accettare questa costrizione tremenda e ineluttabile, è forse uno dei motivi che portarono Pessoa alla creazione degli eteronimi: questi offrivano al poeta la possibilità di altre vite parallele, potenzialmente infinite, riconosciute ufficialmente sulla sua tomba - un quadrilatero che porta sulle facce oltre al nome di Fernando Pessoa quelli dei tre suoi più famosi eteronimi, che con lui giacciono nel chiostro del monastero dos Jeronimos per l’eternità. Pessoa, che in portoghese significa “persona”, con tutti i significati che il termine richiama, sembra il più eteronimo di tutti, e anche questo rovesciamento di prospettive si addice straordinariamente al poeta. Poste sulla linea di fuoco che unisce/divide tre placche tettoniche (euroasiana, americana e africana), le Azzorre sono il prodotto di una alchimia che ha permesso di far ambientare e prosperare al meglio uomini e piante provenienti da paesi e climi molto diversi tra loro, dando vita a un mondo di serenità che unisce lo sfolgorare del sole su verdi vigneti circondati da nera lava (un ricordo di Pantelleria) alle cimmerie nebbie dei pascoli collinari - immersi in un’atmosfera quasi irlandese - ai vulcani e alle caldere che richiamano l’Islanda, fino ai villaggi dalle architetture simili a quelle del Portogallo continentale, anche se meno ricche di colore, perché qui domina il contrasto fra la pietra lavica, quasi nera, e il biancore della calce.

ANTES MORRER LIVRES QUE EM PAZ SUJEITOS è il motto sullo stemma delle Azzorre, dove il rapace dal quale prende nome l’arcipelago spiega le ali sormontato da nove stelle, una per ciascuna isola. Un fiero senso di appartenenza e di libertà caratterizza tutta la storia delle Azzorre: Angra, capoluogo di Terceira e prima città atlantica della storia, ha aggiunto al suo nome l’appellativo “do Heroismo” agli inizi dell’Ottocento, caposaldo e punto di partenza delle forze liberali che sbarcarono sul territorio del Portogallo continentale e proclamarono nel 1832 la costituzione.
L’isola di Terceira - che deve il proprio nome al fatto di essere la terza in ordine di tempo scoperta dai Portoghesi - assunse grande importanza in seguito allo sviluppo delle esplorazioni marittime e al consolidarsi dei commerci tra il regno del Portogallo e le colonie in America, Africa e nelle Indie. La città di Angra, capoluogo dell’isola, divenne uno scalo essenziale per il traffico dei galeoni carichi di oro, argento e merci preziose. Protetta da due fortezze sull’oceano che la difendevano dalle incursioni dei pirati, la città si sviluppò in funzione del porto, verso il quale scendono le strade principali.
Divenuta già nel 1534 sede dell’arcivescovo delle Azzorre, Angra si sviluppò per questo suo ruolo con una notevole proliferazione di edifici religiosi, tra cui nove grandi conventi: infatti, per i figli cadetti delle famiglie più eminenti, la scelta obbligata era tra la carriera militare e l’abito monastico, mentre alle figlie che non fossero destinate a rinsaldare per via di matrimonio alleanze mercantili o politiche, si aprivano inesorabilmente le porte del chiostro.

Città ricchissima nel Cinque e Seicento, conserva ancora oggi un tessuto urbano di palazzi dell’epoca, e il suo centro - dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità – ha un carattere assolutamente originale, in una felice fusione dello stile portoghese proprio del nord del paese e di influenze dell’architettura coloniale, soprattutto brasiliana, del XVI e XVII secolo. Tornata al suo splendore dopo il rovinoso terremoto del 1980, Angra stupisce per la inaspettata monumentalità di chiese e palazzi, se si considera che tutta l’isola (con un territorio che è circa una volta e mezzo quello dell’isola d’Elba) conta poco più di cinquantamila abitanti.
Sorprendente a Saõ Sebastiaõ la chiesa più antica delle Azzorre, dedicata al santo da cui il villaggio ha preso il nome, con affreschi quattrocenteschi discretamente conservati nonostante il clima dell’isola, caratterizzato da un altissimo tasso di umidità (una media annua dell’80%): le nere scogliere in riva al mare colorate da muschi e licheni, la nebbia che al mattino si posa a pochi metri dall’acqua, l’erba che cresce rigogliosa ovunque, la costante sensazione di essere appena usciti da un bagno.

Lo stile architettonico caratteristico delle Azzorre associa alle superfici murarie bianche a calce ricche decorazioni in pietra lavica nera, creando un netto contrasto esaltato dalla limpida luce atlantica. Tra manierismo e barocco numerosi gli esempi significativi, che in alcuni casi associano il tado-gotico manuelino a uno stile più tardo, dalle notevoli assonanze con il barocco coloniale, modellando la pietra in forme ridondanti ed evocatrici di forze oscure e magmatiche, più prossime a memorie ancestrali di riti tribali che alle coeve architetture continentali. Gli interni riservano la sorpresa di una decorazione dalla straordinaria ricchezza, fantastica ed esorbitante, fatta di legni scolpiti e dorati, tra cui figurano le essenze più preziose provenienti dalle lontane colonie, spesso arricchite da intarsi in avorio tratto dai denti di capodoglio, una materia prima che abbondava in tempi di attività baleniera. Con questo materiale venivano realizzati fino agli inizi del secolo scorso oggetti di uso quotidiano, in particolare le pipe e le tabacchiere che non potevano mancare nel corredo degli uomini di mare, e ai quali è dedicato un piccolo museo sul porto di Horta, nell’isola di Faial.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Sao Miguel Ponta Delgada, chiesa Mae de Deus

© Donata Brugioni, 2007
a esclusiva integrazione del presente articolo
 

  • L'isola di Pico vista dal mare
  • Sao Miguel Vila Franca do Campo Nossa Senhora da Paz
  • Faial Cattedrale di Horta
  • Sao Miguel Ponta Delgada chiesa Mae de Deus
  • Terceira, chiesa di Sao Sebastiao
  • Terceira Angra Convento di San Francesco
  • Tabacchiera in avorio di capodoglio
  • Sao Miguel Ponta Delgada, collegio dei Gesuiti