Augusto Murer fra tradizione e innovazione

di Adele Tacchi // pubblicato il 09 Dicembre, 2010

Belluno non è vicinissima, ma se si vuole passare un fine settimana dove la qualità della vita è ancora a misura umana, ulteriore motivazione di partenza viene dalla mostra dedicata a Augusto Murer (Falcade, 21 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1985).
Con ancora nettissimo il ricordo di quella su Andrea Brustolon dello scorso anno, continua l’opera di valorizzazione bellunese delle grandi personalità della storia artistica del territorio attraverso la scultura lignea, certamente la forma d’arte più rappresentativa della sua identità.
E infatti, a Palazzo Crepadona, al Museo Civico, nella sede del Circolo Cultura e Stampa Bellunese e in un percorso cittadino - nei giardini, nelle piazze, lungo le vie - settantadue sculture e una quarantina di disegni permettono la rilettura di “uno scultore di gesto e di materia” come lo ha definito Franco Solmi.

A venticinque anni dalla scomparsa, Augusto Murer può essere celebrato come uno dei maggiori artisti del secondo Novecento e critici d'arte e letterati ne hanno colto il valore già quando era in vita.
Questo omaggio permette al grande pubblico di scoprire tutto il cammino artistico del “solitario di Falcade”, il “grosso angelo delle montagne dolomitiche” come ha giustamente puntualizzato Raffaele De Grada.
Il legno, la materia prima per chi aveva realizzato il suo studio-museo in mezzo ai boschi delle montagne Agordine e che diceva: “Sono nato tra le foreste in cui le radici, tronchi e pietre si confondono in un groviglio che corrisponde quasi all’alba della creazione. Il legno è quindi stato il materiale che ha felicemente condizionato la mia scultura; nei tronchi ho sempre veduto agitarsi tutte le altre forme di vita, già con i loro nodi nervosi, le loro vene ricche di linfe e di sangue, le loro mani protese verso l’alto anelito di libertà”.

E' impossibile non farsi coinvolgere dall'autentica profondità di Augusto Murer che nel 1953 inizia a farsi conoscere esponendo a Milano, alla Galleria Cairola, trovando in Tono Zancanaro un amico fraterno con il quale condividere la convinzione che si può fare arte ad altissimo livello anche restando in provincia e traendo ispirazione da quei luoghi.
Nitidissimo quell'assoluto senso della materia e l’ancestrale rapporto con la sua "terra madre" dove le montagne dolomitiche lo hanno circondato e ispirato fin da piccolo.
Profonda l'adesione alle fatiche, ai dolori, alle speranze degli umili - di cui egli si sente parte integrante - e la fiducia nella lezione del reale.
Altissimo il livello di tecnica raggiunto esattamente come è sincero l'amore per l'Uomo e il pathos di opere d’impegno civile come Vajont del ‘63 o Hiroshima dell’80 perché racchiudono tutto il valore di una denuncia generale.

Curata da Antonella Alban, Massimo De Grassi e Franca Visentin, l'esposizione è divisa in nove sezioni e un percorso en plein air.

Gli esordi

Già dal periodo della formazione, Murer racconta la realtà che lo circonda "una grande epopea popolare" e, in questo senso, l’ancora schematico Momento di sosta del 1941, tredici anni più tardi diverrà il blocco compatto del Contadino che dorme.
Riferimenti a una natura madre a matrigna nel Dramma in montagna del 1950 e ai lutti della guerra ne Il torturato (1952).

Saranno i contatti con il movimento realista a fargli privilegiare soggetti che "hanno scritto sul volto il calvario della fatica di tutti i giorni" come il Pastore (1954) e il Minatore (1956). Su quei volti il calvario e la fatica quotidiana.

I "giovinetti achei"

Proseguendo il processo di formazione, nella seconda metà degli anni cinquanta Murer realizza immagini di grande purezza formale e la tecnica esecutiva è priva di incertezze.

Le figure mostrano nuove possibilità della ricerca poi sviluppata nei decenni successivi. Saltimbanchi (1955), Ragazzo che beve (1956) e Adolescente (1960) raccontano gli spazi fisici e mentali della natura incontaminata e di ragazzi che la vivono con innocenza.

Maternità

E' uno dei temi che compare ciclicamente nell'opera di Murer. Maternità è presente in mostra con quella in frassino realizzata tra il '69 e il '70, momento in cui  avvertiva netto l’influsso di Henry Moore da lui considerato il più grande scultore contemporaneo. Ciò traspare anche in Figura femminile il piccolo bronzo del 1971 e nella più matura Maternità del 1981 .
Si percepisce l'allusione di Murer alla feracità della madre terra, anche sotto forma di atteggiamento quasi rinunciatario nei confronti della materia: in Nikolajewka (1973) e nella drammaticissima già citata Hiroshima sembra infatti assecondare la conformazione del tronco, creando immagini di grande forza evocativa.

Il corpo femminile

Oltre alla “madre”, l’universo femminile di Murer si articola, tra gli anni settanta e ottanta, su immagini più sintetiche ed espressive quelle in legno, più accattivanti e sottilmente erotiche quelle bronzee.

Tale confronto è strutturato su due temi. Donna al sole (1982) era il titolo di una celebre opera di Arturo Martini, maestro per un breve periodo di Murer, che però traduce quel lontano esempio con “una perfezione espressiva dove nulla è plasticamente superfluo”.
Un esito che nella Donna al bagno (1984) in bronzo arriva a un'incredibile nitidezza nonostante le dimensioni ridotte, tratti rilevabili nei Torsi a palese dimostrazione di come il materiale per Murer sia un mezzo e mai un fine.

La donna

Percorrendo un personalissimo racconto di femminilità, figure enigmatiche come le umanissime Donna nera e Donna che cammina (entrambe del 1979) contraltare alle immagini efebiche degli adolescenti di vent’anni prima, queste donne offrono la visione di un mondo possibile, denso di potenzialità e di gioia di vivere, non avvelenato dalla contingenza quotidiana.
In mostra anche la prosperosa Zingara (1983), ancora una volta il risultato di una rilettura critica e creativa di un tema caro ad Arturo Martini, che trasforma la giovane in una madre felice che grazie ai due gioiosi bambini che le si sono avvinghiati è assimilabile all’immagine della Carità.

Il dramma

Superata il periodo nerorealista, l’impegno civile di Murer trova ulteriori stimoli negli anni sessanta e settanta e la sua umanità - spesso concentrata su quanti vengono sradicati dalla propria terra da contingenze ambientali (I vinti, 1983) - nuova linfa nella dimensione pubblica della scultura. 

Così i corpi straziati che si intravedono nella formella bronzea di Vajont (1963) traducono l’attualità di quella vicenda, mentre le mani che si alzano disperate in Ostaggi e l’agitarsi scomposto della Profuga - gesti visti nei monumenti di Belluno e Vittorio Veneto - sintetizzano tutto l’orrore della guerra.  In tale ottica può essere letta anche la serie dei Grandi silenzi (1983) dove il sacrificio di un singolo può essere esempio per l’umanità.

La grafica

Il disegno, da sempre complementare alla scultura, la frase di Degas “non la forma ma il modo di vedere la forma” vale anche per Murer, disegnatore efficace.
 
Fra gli innumerevoli esempi i grandi fogli preparatori per il Monumento alla vittoria di Vittorio Veneto (inaugurato nel 1968 e che doveva raccontare il primo secolo di vita della cittadina) dove la drammaticità e il vasto respiro storico dei fatti narrati si esalta con il carboncino.
Certamente più disteso è l’eloquio delle tavole con le quattro Stagioni, dove Murer rappresenta il suo ideale di purezza primordiale con composizioni ampie e dilatate.

Il mito

In Murer la civiltà classica si concretizza sul finire degli anni settanta con le figure mitologiche in bronzo quale rappresentazione dell’infanzia del mondo, fuori dal contesto storico, sempre più avaro di valori spirituali e ne sono esempio l’efebico Fauno a grandezza naturale del ‘77 o l’etereo Orfeo dell’81, simboli altresì della felicità perduta.

Invece, il più piccolo e tormentato Caronte (1983), è il tramite tra i due mondi ormai inconciliabili della realtà ideale e quotidiana.
Può essere assimilato a una figura mitologica ‘di transito’ Arlecchino che, già dalla fine degli anni cinquanta, era una sorta di virtuale parallelo dei suoi adolescenti.

Le ultime figure

Nei primi anni ottanta, nonostante il successo della produzione monumentale, Murer crea una serie di nuove figure di spiccata libertà inventiva il cui prototipo è rappresentato dalla Ballerina.

In mostra due del 1983 dove convivono tutte le anime del mondo femminile di Murer: quella monumentale ed elegantissima in frassino e la più movimentata e ‘barocca’ in bronzo.
Sempre del 1983 è il bronzo con gli Amanti quasi 'ellenistico' nel suo composto e raffinato erotismo.
 
La mostra si chiude con Incompiuta, il grande legno del 1985 con abbozzata una donna accovacciata a cui Murer stava lavorando poco prima della morte, un congedo non solo ideale dalla sua attività artistica.

Il percorso nel centro storico 

A conclusione dell'itinerario, una passeggiata per respirare la simbiosi artista-territorio dove, fra gli altri, scoprirete La pietà del 1952, La maternità dell’anno successivo e Uomo che cammina nella neve realizzata nel 1979 per l’amico Mario Rigoni Stern - esposta nel 1982 al Museo Ermitage di San Pietroburgo e nel 1984 alla XLI Biennale di Venezia - forse la scultura simbolo dell’arte mureriana.

Al riguardo, Antonella Alban scrive: “fusione di umanità e di natura di avversità e di speranza. L’uomo avvolto in un grande manto giganteggia nel suo incedere e il volto, unico elemento visibile del corpo, è emblema di una sofferta determinazione ad andare avanti nel cammino della vita”.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI
© Archivio Museo Murer

  • Augusto Murer nel suo studio
  • Augusto Murer nel suo studio, 1977
    (foto Elio Aricò)
  • Augusto Murer
    "Il Torturato", 1952
    Legno, cm. 80x28x28
    (foto Nadia Grassi)
  •  Augusto Murer
    Ragazzo che beve”, 1956
    Legno, cm. 52x70x50
    (foto Nadia Grassi)
  • Augusto Murer
    "Donna al sole", 1982
    Legno, cm. 96x100x72
    (foto Nadia Grassi)
  • Augusto Murer
    "I Vinti", 1983
    Bronzo, cm. 43x55x23
    (foto Nadia Grassi)
  • Augusto Murer, 1977
    (foto Elio Aricò)
  • Augusto Murer
    "Caronte", 1983
    Bronzo, cm 34x47x40
    (foto Nadia Grassi)
  • Augusto Murer
    "Ballerina", 1983
    Bronzo, cm. 92x32x28
    (foto Nadia Grassi)
  • Augusto Murer
    "Amanti", 1983
    (particolare)
    Bronzo, cm. 32x40x7037
  • Augusto Murer
    "Uomo che cammina nella neve", 1979
    Legno, cm 200x70x85

 
 

IN COPERTINA
un particolare di
Augusto Murer con i suoi legni di frassino
all’esterno del suo studio a Falcade, 1969
(foto Berengo Gardin) 


Catalogo edito da Grafiche Antiga

Mappa

Dove e quando

Legni e bronzi delle Dolomiti. Augusto Murer fra tradizione e innovazione

  • Fino al: - 30 Gennaio, 2011
  • Indirizzo: Vari luoghi, Belluno
  • Sito web

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