Aterballetto in Le Sacre di Bigonzetti: sacrificio veramente consumato?
di // pubblicato il 07 Maggio, 2011
Sono molti gli esponenti appartenenti al mondo della danza che hanno sentito, prima o poi, l’esigenza, o sarebbe meglio dire l’urgenza, di confrontarsi con l’opera spartiacque del Novecento coreico: Le Sacre du Printemps. La suggestione per lo scandalo parigino del 1913, data di debutto dell’opera, unita al peso artistico delle grandi personalità che lo idearono - Stravinskij per la musica, Roerich per le scene e i costumi e Nižinskij per la coreografia – hanno spinto vari coreografi a lavorare alla rilettura del capolavoro dei Ballets Russes di Djagilev, affrontando l’atto ‘primitivista’ sacrificale in esso presente.
Nei vari ‘sacres’, proposti durante tutto l’arco del Novecento, sono sostanzialmente due i tipi d’approccio all’opera seguiti dai coreografi per la loro personale rielaborazione. Infatti, c’è chi predilige rapportarsi principalmente alla partitura poliritmica stravinskiana e chi, invece, opta per una riattivazione drammaturgica della dimensione rituale e ancestrale.

Il momento fatidico è giunto anche per Mauro Bigonzetti - già nel 2002 confrontatosi con altri due titoli stravinskiani, quali Petruška e Les Noces – che con Aterballetto ha presentato il proprio Le Sacre lo scorso 8 aprile al Festspielhaus di Baden Baden.

Per la prima italiana, il 17 aprile al Teatro Comunale L. Pavarotti di Modena, la nuova creazione di Aterballetto è stata accompagnata dal sofisticato Come un respiro. Creato da Bigonzetti nel 2009 per l’ensemble reggiano, Come un respiro sviluppa attraverso complicati giochi di contorsione le suggestioni derivanti dalle partiture di Händel eseguite al pianoforte, che l’idea compositiva del coreografo vuole associate alle differenti qualità del respiro umano. In un susseguirsi di passi a due, soli e momenti d’insieme, i tecnicissimi ‘avviluppamenti’, ormai cifra stilistica precipua di Bigonzetti, mostrano sapientemente il virtuosismo di cui Aterballetto è in possesso.

In Le Sacre, Bigonzetti decide di non percorre un’unica via, preferendo perlopiù amalgamare nella propria opera differenti matrici compositive. Così a elementi che richiamano, se pur vagamente, l’aspetto drammaturgico del rito sacrificale il coreografo associa parti modellate secondo aspetti squisitamente ‘sinfonici’. Frenate e ripartenze continue segmentano e spezzano il tessuto drammatico, evidenziando una predilezione di Bigonzetti per il frammento che tende, però, a far smarrire un lineare sviluppo fruitivo. Passi a due e soli presentano le tipiche ‘complicazioni corporali’ bigonzettiane, mentre l’ensemble designa e isola diverse figure femminili atte a incarnare il ruolo dell’eletta, ‘migrante’ da una danzatrice all’altra. Movimenti segmentati di mani e braccia - omaggio, forse, all’idea del bassorilievo presente nell’altro capolavoro nijinskiano L’Après-midi d’un Faune, si stagliano contro una scena scarna, firmata da Carlo Cerri, a tinte rosse che vanno da tonalità crepuscolari a nuances color sangue.

In fine il sangue versato sull’addome di una danzatrice, adagiata su un interprete che accogliendola funge da ara sacrificale, porterebbe a immaginare un’effettiva consumazione del sacrificio rituale, anche se all’interno del lavoro di Bigonzetti in senso drammatico svanisce dietro l’urgenza di esperire all’atletismo dei corpi.
Interprete che ‘è stata unta’, torna, poi a costruire assieme agli altri interpreti il tableau creato in precedenza: in bilico si erge su un ensemble adagiato a terra e con le gambe sollevate a ricordare il dorso di un istrice, mentre lei continua a dimenarsi tentando forse di salvarsi in extremis.
Che Bigonzetti abbia voluto rappresentare in Le Sacre l’impossibilità di portare oggi a compimento ‘il rito di rigenerazione’, costringendo la tribù ormai impotente a ‘ripetersi’?