Asian Dub Photography

di Marica Guccini - pubblicato il 10 Gennaio, 2009 in Mostre

I progetti attivati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena s’inseriscono ormai da anni nel tessuto di una città attenta, forse più di quanto si pensi, al contemporaneo.
Dal 2007 la fondazione bancaria ha avviato un programma di acquisizioni nell'ambito della fotografia contemporanea e del video d'autore, volte a creare una collezione permanente. Impostato su base pluriennale il progetto, fatto di acquisizioni mirate per aree geografiche, sfocerà annualmente in una esposizione-censimento degli acquisti fatti. L’obiettivo è quello di coprire gran parte del panorama mondiale. Vedremo infatti il prossimo anno opere di autori dell’Europa orientale, mentre il terzo anno saranno protagonisti il Medio Oriente e l’Africa. Parallelamente gli acquisti volgeranno anche alla selezione di opere di artisti italiani attivi dagli anni Settanta ad oggi.

La prima tappa è dedicata all’Estremo Oriente e al Sud Est Asiatico. Visitabile fino al 1 marzo 2009 nelle sale del Foro Boario di Modena, l’esposizione raccoglie oltre ottanta opere comprensive di fotografie e video di 21 tra i maggiori artisti asiatici contemporanei, alcuni già di fama storica, altri emergenti. Chief curator dell’intero progetto è Filippo Maggia, nome di spicco ed esperto nel settore dell’arte contemporanea orientale che, già dal 1993, è curatore della parte fotografica per la Galleria Civica di Modena.

Asian Dub Photography, un titolo certamente curioso che s’illumina per i fortunati che sappiano coglierne il rimando a quel genere musicale, il dub, figlio del reggae, che del padre riprende le ritmiche rielaborandole e ottenendo così, da quest’unica matrice, numerose varianti. Osservando il panorama artistico contemporaneo vediamo come, in Estremo Oriente e nel Sud-Est Asiatico, il futuro dettato dall’high-tech s’incroci costantemente con il florido passato di queste terre, proponendo un flusso continuo di variazioni e reinterpretazioni, tutte a partire appunto dalla medesima matrice costituita da una cultura millenaria.

Fotografia e video, tecniche nate e sviluppate nel mondo occidentale, si sono, sulla scia della globalizzazione, affermate da circa una decennio anche nei paesi asiatici. Queste opere, tra loro eterogenee, ci raccontano la medesima tendenza all’omologazione e alla massificazione dei processi che, anche un oriente storicamente molto diversificato e attento conservatore delle proprio culture, sta vivendo in questa fase della storia. Le stesse disuguaglianze, lo stesso spaesamento e lo stesso squilibrio sono vissuti e indagati da artisti appartenenti a nazioni diverse. Le loro opere si offrono come una possibilità di lettura utile per creare quella nuova identità scaturita dalla messa in discussione delle formule precedenti. Sono tutti urli di spaesamento e d’incessante e necessaria ricerca d’identità che accomunano artisti di terre diverse ma che condividono un medesimo processo storico.



Ricchissima è la selezione dedicata al Giappone. Tra i già affermati artisti nipponici compaiono i Flowers di Nobuyoshi Araki, nota serie nella quale le sinuosità e i colori sgargianti di dei fiori sono rimandi alla bellezza femminile e alla morte dato che gli scatti, realizzati nel momento della massima fioritura, sono preludio all’istante immediatamente successivo nel quale inizia la decadenza. Dello stesso artista sono ancora più celebri i Bondages, immagini di nudi femminili che si riallacciano a una radicata tradizione giapponese del ritrarre donne legate appese e imbavagliate, che vuole esplorare il sottile confine esistente tra piacere e dolore, tra vita e morte. Anche se in modi diversi le immagini che l’artista ci propone sono sempre rappresentazioni liminari di stadi opposti.
Vanto della collezione sono i preziosissimi e rari lavori di Hiroshi Sugimoto che il curatore ha saputo accaparrarsi attraverso un acquisto mirato nella galleria della moglie dell’artista. La tecnica eccelsa di questi bianco e neri è plasmata in immagini perfette e nitide, utili a immortalare i momenti eterni ed immutabili dei Diorama (ambientazioni in scala di vario genere) dei musei di scienze naturali, in modo da poter così rivolgere uno sguardo diretto sulle origini dell’uomo.
Bellissime sono poi le sedici fotografie acquistate dalla Fondazione e scelte grazie a un serrato dialogo con l’autore Daido Moriyama che realizza immagini, sempre in bianco e nero, ma più sgranate e talvolta sfuocate, per mostrare le mille facce di un Giappone raccontato senza mai nessuno sguardo che ceda al compiacimento della moda.
Diverse e prive di compiacimento estetico sono le apocalittiche immagini di Ryuji Miyamoto che documentano la città di Kobe distrutta da un terremoto del 1995. La devastazione che l’artista, attento agli aspetti sociali del vivere urbano, coglie è tipica dell’attenzione che egli dedica alla fase terminale della vita degli edifici. L’immobilità e l’assenza della presenza umana collocano queste immagini fuori dal tempo.
Tra i video spicca Laugh at the Dictator di Yasumasa Morimura (2007). Esperto nell’arte del travestimento, l’artista veste questa volte i panni di Adolf Hitler attraverso la rilettura fatta da Chaplin nel celebre film del 1940 “Il grande dittatore”. L’artista-attore ripete allo sfinimento la frase “non voglio essere un dittatore” interrogandosi su quali siano al giorno d’oggi le possibili forme dittatoriali. Uno stato, un individuo, le corporazioni, le mode, le tecnologie, tutto quanto finisce per essere potenziale dittatura. Pertanto la conclusione non può che essere che tutti quanti a modo nostro siamo, e non possiamo fare altro che essere dittatori, come dice lo stesso Morimura “Il dittatore del XXI secolo non ha la faccia da cattivo [..] è un fantasma che nessuno riesce a vedere”.
Tra le nuove generazioni notevole è la figura della giovane Tabaimo. Il suo video Dream Diary del 2000 che apre la mostra è un video di animazione onirico e inquietante, dove l’artista utilizza forti richiami alla pittura tradizionale per riproporre le paure di una civiltà che sta perdendo la propria identità.



Ben rappresentato è lo scenario cinese, anch’esso sottoposto a rapidissime trasformazioni sociali ed economiche che s’insinuano in un difficile e conflittuale dialogo tra mondo tradizionale e innovazione. L’ossimoro vigente, che fa dei cinesi moderni consumatori ma ancora soggetti vessati da forti restrizioni sulla propria libertà individuale, porta questo popolo a sentire fortemente la necessità di ridefinire le proprie identità e ruoli sociali. Interessanti in tal senso sono le provocatorie fotografie di Yang Zhenzhong che ci mostra surreali e scherzose figure capaci, metaforicamente e fisicamente, di sollevare ogni più pesante portato della tecnologia.



Termina la mostra una sezione dedicata alla Corea anch’essa sostenuta da un’economia in espansione che ha saputo nutrire un mercato artistico interno in continua crescita. Le inquietudini che nascono da questa realtà ancora instabile prendono forma, ad esempio, nei tableaux vivants di Hung-Chih Peng, che ricostruisce le scene dei più famosi crimini avvenuti in Malesia proponendo, in questo modo, una riflessione sull’uso consumistico che si è ormai soliti fare di ogni cosa, compreso il dolore.

Completa l’evento una cospicua cornice di manifestazioni tra: conferenze settimanali con eminenti personalità del settore, incontri volti a ricostruire le raffinate tradizioni giapponesi quali la Cerimonia del tè o quella dell’Incenso e, infine, una ricca rassegna dedicata alla cinematografia del Sud Est asiatico.

Didascalie & Dettagli

www.fondazione-cromo.it

Didascalie immagini

  • Tabaimo, Dream diary, 2000, video installation, 5’ loop
  • Nobuyoshi Araki, fotografia dalla serie Flowers, cibachrome, 49 x 59 cm
  • Hiroshi Sugimoto, Gorilla, 139, 1994 dalla serie Dioramas,
    stampa alla gelatina d’argento, 51 x 61 cm
  • Ryuji Miyamoto, Nagata-ku, 1995, stampa alla gelatina d’argento, 61 x 51 cm

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