Artisti delle steppe. L’altra faccia dei Barbari
di // pubblicato il 26 Gennaio, 2012
Le invasioni barbariche. Un evento sciagurato, l'arrivo di nemici rozzi e primitivi che distruggono e saccheggiano anticipando la catastrofe dei secoli bui. Ma se uscissimo dalla nostra prospettiva romano-centrica e provassimo a valutare lo stesso evento da un altro punto di vista, l'evento stesso cambierebbe di significato rivelando la nostra parzialità.

La sorte toccata all'impero romano nei primi secoli DC, ovvero la caduta del potere centrale in seguito all'invasione di tribù barbariche provenienti dalle steppe eurasiatiche, toccò anche all'impero cinese degli Han, che si piegò definitivamente alle invasioni nel 220 DC.
Tali tribù barbariche, composte da gruppi relativamente piccoli di abilissimi guerrieri a cavallo, sono da considerare di importanza vitale, in quanto apportarono gigantesche modifiche alla struttura sociopolitica del continente eurasiatico a partire dal primo millennio AC
Dalla più remota antichità infatti, l'intero continente Eurasiatico è stato territorialmente suddiviso e condiviso da due gruppi umani, che basavano la propria sopravvivenza su attività diverse ma complementari, i cui contatti sono stati segnati da sanguinose guerre e conflitti, ma anche da grandiosi scambi culturali ed artistici.

I cosiddetti “barbari”, descritti come rozze e sanguinose macchine da guerra dalle storiografie antiche cinesi e romane, in realtà non erano altro che gruppi di pastori nomadi che si muovevano attraverso l'enorme fascia di terra solcata dalla ferrovia transiberiana, dall'Ungheria fino al nord Corea, troppo fredda e arida per sopravvivere senza spostarsi. I pastori delle steppe, sebbene avessero caratteristiche fisiche differenti a seconda della razza (caucasica, mongoloide ecc..) basavano la loro sussistenza sul commercio e sull'allevamento di diversi capi di bestiame e condividevano perciò lo stesso tipo di economia e di cultura.
Lungo tutto il primo millennio AC, i nomadi delle steppe, suddivisi in innumerevoli tribù differenti, (ai quali ci si riferisce spesso col nome generico di Unni o Saka), inventarono e perfezionarono diverse tecniche di allevamento, di transumanza, di cavalcatura e di lavorazione dei metalli (oro, argento e bronzo). Tali tecnologie permisero loro non solo di spostarsi velocemente ed efficacemente per cacciare e combattere, ma anche di commerciare con le popolazioni agricole abitanti la fascia a sud del continente eurasiatico.

La storia della Cina antica (1000AC-1400DC circa), come la storia dell'Europa antica, è segnata da questo scambio tra coltivatori e pastori nomadi, i quali entrambi necessitavano dei beni prodotti dall'altro per migliorare la propria qualità della vita. Dalle steppe, i Cinesi introdussero, tra le altre cose, il cavallo e il carro da guerra, armi di importanza primaria per la sopravvivenza di qualunque stato, pantaloni sorretti da cintura e stivali, oltre a pelli, pellicce, tappeti, pietre preziose e giada, da sempre in Cina considerata il materiale sacro per eccellenza. Dall'altra parte i nomadi, occupanti l'attuale provincia del Gansu e Mongolia interna, venivano riforniti con prodotti alimentari tra cui cereali, frutta e verdura e con beni di lusso tra cui sete e specchi di bronzo.
Uno scambio per lo più pacifico e conveniente si trasformava in guerra, assalto e saccheggio quando i patti commerciali per ragioni politiche o economiche non erano rispettati.

Sebbene non vi siano documenti scritti originali che possano testimoniare della vita e della religione dei nomadi, nelle loro tombe sono state ritrovati una varietà immensa di manufatti, specialmente metallici che pongono delle questioni ancora aperte riguardo alla vita spirituale e sociale di queste popolazioni.
Nonostante le cronache cinesi antiche descrivano la vita dei nomadi come selvaggia e sregolata (facendo tuttavia trasparire una punta di romanticismo ed esotismo), in realtà la società nomadica era finemente organizzata e regolata in un sistema di confederazioni tribali, i cui capi (Khan) si scambiavano doni simbolici in segno di rispetto e reciproca stima.
Date le difficili condizioni ambientali delle steppe, dove sopravviveva solo che era fisicamente e naturalmente prestante, la società nomade puntava fortemente sull'educazione e sullo sviluppo dei bambini e dei giovani. Al contrario, quella Cinese, similmente alla nostra, era basata sulla gerarchia degli anziani, presunti detentori della cultura antica.
Nonostante le condizioni di vita precarie, la mancanza di una gerarchia e di un apparato statale fisso e la necessità per tutti i componenti della tribù di contribuire alla sopravvivenza comune, possibilmente rendeva le società nomadiche meno gerarchiche e nettamente più egalitarie delle società agricole.

Questa teoria è confermata dalla differenza tra i ritrovamenti tombali dei capi nomadi consistenti per lo più in placche di sottile metallo non più larghe e alte di cinque centimetri e quelli dei nobili cinesi, dentro le cui camere funerarie abbondano beni di lusso come sete, giade e lacche.
Nonostante possano apparire umili in confronto alle raffinate sete cinesi, le placche ritrovate nelle tombe nomadi risalgono ad un'età antichissima (a partire dal 1000AC circa) e presentano intricate e affascinanti raffigurazioni di animali reali ed immaginari, scene di caccia, scene di vita quotidiana e occasionalmente paesaggi.
La mancanza di qualunque tipo di documento scritto riguardante questi manufatti, li rende oscuri e misteriosi e ne rende lo studio ancora più affascinante. Le placche sono state generalmente ritrovate nelle tombe in corrispondenza di particolari punti del corpo del deceduto, aprendo la questione del loro possibile uso rituale. Inoltre è stato dimostrato che alcuni tipi di placche, raffiguranti feroci scene di caccia, erano associate per lo più a persone di sesso maschile, mentre altri tipi, raffiguranti scene pacifiche erano associate a persone di sesso femminile.

Le teorie riguardanti il loro uso e significato in ogni caso sono molte e complesse. Alcuni studiosi pensano che fossero prodotti essenzialmente come oggetti decorativi e che non avessero nessun tipo di significato ulteriore. Altri invece ipotizzano che fossero utilizzati come bene di scambio e tributo e che rappresentassero simboli di status. Diverse teorie ipotizzano che le placche avessero un profondo significato rituale o religioso e che gli animali rappresentati facessero parte del pantheon di religione animista che le popolazioni nomadi adoravano.
Nonostante tutte queste teorie possano risultare sensate, non c'è ad oggi purtroppo nessuna maniera di provare la loro totale veridicità e a noi non resta che ammirare la raffinatezza di queste minuscole opere d'arte, avvolte nel mistero della vita delle steppe.