Artemisia o della forza delle donne

di Elisabetta Morici // pubblicato il 28 Gennaio, 2011

Essere donna non è mai stato facile.
Non lo è oggi, come le cronache internazionali e non, ci raccontano ogni giorno. Non lo era in passato, in un mondo regolato da uomini, che hanno appunto chiamato la sfera femminile sesso debole.
E non lo era di certo nel Seicento, quando una giovane donna di nome Artemisia si è scontrata ed ha lottato contro le prepotenze e i soprusi della quale era stata vittima, per poter difendere la sua dignità e la sua grande capacità artistica. Sì, perché Artemisia Gentileschi non è stata solo oggetto di stupro e di plagio da parte di un uomo della quale si fidava, ma soprattutto è poi stata un esempio di forza interiore nel legittimare il suo ruolo di artista di primo piano nella Roma barocca e negli altri grandi centri artistici dell’epoca, fra cui Firenze e Napoli.

Nata nel 1593 a Roma, primogenita del pittore toscano Orazio Gentileschi, un esponente di primo piano del caravaggismo romano, e di Prudenzia Montone, che morì prematuramente, Artemisia fu introdotta alla pittura dal padre, che comprese il suo talento e cercò per lei un maestro in grado di insegnarle le regole della prospettiva. Ma l’amico pittore al quale si rivolse era un uomo dalle qualità morali discutibili, a giudicare dai documenti relativi alle sue relazioni amorose familiari, e circuì la giovane Artemisia che divenne la sua amante.
Il pittore in questione era Agostino Tassi, che nel secondo decennio del Seicento era impegnato a dipingere insieme ad Orazio Gentileschi in Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma e si fermava frequentemente nella dimora di quest’ultimo in via della Croce dopo il lavoro. Lo stupro avvenne nel 1611 e una coinquilina nonché amica di Artemisia fu complice del Tassi, come riportano le carte del processo: Tuzia, questo il nome, fece in modo di far passare Agostino Tassi nella camera di Artemisia quando il padre non era in casa, lasciando libero il campo alle tecniche di seduzione del maturo pittore sulla sua giovane allieva. Dopo il loro primo incontro il Tassi promise ad Artemisia di portarla all’altare, mentre invece era già sposato e contemporaneamente aveva una relazione incestuosa con la sorella della moglie, informazioni che la giovane artista non sapeva, naturalmente.
Quando il padre di Artemisia venne a conoscenza della relazione, cercò la soluzione riparatrice del matrimonio ma, venendo a conoscenza dello stato civile del suo collega, denunciò per stupro il Tassi.

Certo fu un processo che ebbe una incredibile eco a Roma, e non solo fra gli artisti.
Durò ben sette mesi- moltissimo per l’epoca!- e ne rimane un’ incredibile serie di fogli che ci documentano quasi tutte le fasi, comprese le torture alle quali fu sottoposta Artemisia. Lei, infatti, accettò di essere torturata dai cosiddetti sibilli, ovvero delle cordicelle che venivano strette intorno alle dita delle mani. La giovane donna si difese ardentemente, a giudicare dalle carte dei documenti, ed il giudice dovette più volte richiamare il Tassi, che durante il processo spudoratamente mentiva entrando in contraddizione con se stesso e quindi mettendosi da solo in cattiva luce, non considerando probabilmente quella accusa qualcosa di serio.
Artemisia ebbe anche testimoni a suo favore, ed il primo fu Giovanni Stiattesi, pittore, parente del suo futuro sposo Pietro Stiattesi, che le fu fatto sposare poco dopo il processo.

Il suo racconto del momento nel quale le viene perpetrata la violenza, merita di essere letto per comprendere la forza d’animo con la quale deve aver affrontato questa prova: « Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne » (Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, a cura di Eva Menzio, Milano, 2004)

Le ultime pagine e il verdetto finale sono purtroppo andate perdute, ma è quasi certo che Agostino Tassi fu ritenuto colpevole, visto che fu imprigionato per ben otto mesi alla fine del processo.

Probabilmente subito dopo la fine del processo e poco prima di partire per Firenze nel 1613, che sarà la sua nuova città per qualche anno, Artemisia dipingerà per la prima volta un soggetto particolarmente crudo, che è stato spesso letto in chiave psicologica: Giuditta che decapita Oloferne. Il quadro, oggi conservato al museo di Capodimonte, è una tela di grandi dimensioni, che inquadra in modo drammatico il momento nel quale la giovane e bella eroina biblica decapita il generale che lei stessa aveva sedotto per poter liberare la sua città dalla sua violenza.

Il pensiero corre veloce all’idea di rivalsa che può essere corsa fra le corde emotive di Artemisia, ma va anche considerato che questo genere di temi erano in gran voga fra i seguaci del Caravaggio, che li aveva ben frequentati drammaticamente con risultati unici, qualche anno prima. Dopo poco tempo, probabilmente nel 1620 circa, Artemisia tornerà a comporre un’altra tela con lo stesso soggetto, per poi donarla al Granduca Cosimo II de’Medici. Il dipinto fa parte delle collezioni degli Uffizi e rivela una serie di particolari che denotano l’accuratezza e la maestria nell’uso della luce che Artemisia aveva raggiunto dopo il periodo fiorentino. Anche le vesti, così come i gioielli, rappresentati nel dipinto di Firenze, sono più preziosi e vicini a quello che probabilmente la corte medicea desiderava. Ma la drammaticità della composizione è comunque potente e serrata, con una inquadratura degna di un film pulp.

L'opera napoletana, di cui ignoriamo la destinazione originaria, arriva a Capodimonte nel 1827; sebbene sia stata ridotta, la tela ci descrive un gruppo concentrato e calibrato in modo perfetto, dove la luce tende a non accentare eccessivamente l’azione tragica che le due donne- grande differenza con Caravaggio dove la fantesca non è parte attiva- stanno compiendo.
La tavolozza è particolarmente brillante, elegante, grazie al blu di lapislazzuli che contrasta col rosso vestito della fantesca e il bianco che illumina da basso la scena. Una scena che la Gentileschi, pur non con la stessa composizione, tornerà spesso a ripercorrere, forse proprio come un percorso terapeutico per potersi liberare da quel terribile fatto occorsole anni prima. Molto spesso è stata notata anche la somiglianza dell’eroina con la stessa figura fisica di Artemisia, quasi a volersi veramente immedesimare nella donna che giustizia Oloforne.

Tante sono le letture che potremmo dare a questi eventi e a queste opere d’arte, ma una certezza possiamo averla: l’arte è stata la forma di pieno riscatto che Artemisia Gentileschi ha avuto per affermare la sua indipendenza anche come donna, libera dalle regole che le erano state imposte nei suoi anni di gioventù.
La sua determinazione la porterà a vivere con le sue figlie, che educherà da sola, dopo il fallimento del suo matrimonio, riuscendo a farsi valere ed apprezzare in molte importanti città, da Venezia a Napoli, fino ad arrivare alla corte inglese. Le sue amicizie con Galileo Galilei o con Cassiano del Pozzo sono un chiaro segno di quanto fosse apprezzata dai grandi intellettuali della sua epoca.
Gli scherni degli epitaffi che ancora a Roma la perseguivano e la perseguiranno anche dopo morta non hanno intaccato la sua figura: la sua arte è e sarà ben più duratura del fango che le è stato gettato addosso. Un esempio da non dimenticare.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI
Artemisia Gentileschi

  • Giuditta che decapita Oloferne, 1612-13
    olio su tela
    158,8 × 125,5 cm
    Museo di Capodimonte, Napoli
  • Giuditta che decapita Oloferne, 1620
    Galleria degli Uffizi, Firenze
    olio su tela
    199 × 162,5 cm
  • Autoritratto, 1638-1639 
    olio su tela
    98,6 × 75,2 cm
    Kensington Palace, Londra

IN COPERTINA
il particolare del volto dell'Atutoritratto