Arte, potere e denaro nella Pala della Zecca

di Elisabetta Morici // pubblicato il 21 Luglio, 2011

Quando, nel 1237 circa, venne istituita la Zecca di Firenze, con l’emissione per la prima volta del fiorino grosso d’argento, la città era già proiettata verso uno sviluppo incredibile che nel giro di poco tempo la porterà al vertice dei commerci e delle arti.
Queste due componenti, che potevano sembrare così distanti per la morale dell’epoca, divengono per Firenze sinonimo di un connubio unico e fertile che ha generato opere d’arte di alto valore simbolico sin dal Duecento.
La gerarchia sociale, vista come desiderio divino, trova la sua perfetta espressione nel decoro che troviamo sulle due facce del fiorino, la moneta che viene coniata sin dal 1252: il giglio di Firenze da una parte, San Giovanni Battista il patrono di Firenze, dall’altra. Il valore monetario e quello religioso si fondono nell’espressione di forza della moneta più famosa dell’antichità.

La Zecca era il luogo dove i mercanti fiorentini portavano il loro oro e il loro argento, o monete di altri luoghi, per farlo fondere e monetizzare.
La sede della Zecca antica era ovviamente vicino al palazzo dei Priori, dove oggi sorge una parte dell’edificio degli Uffizi e la Loggia della Signoria.
Nel 1361, infatti, i documenti riportano la notizia di un acquisto di una torre con casolare nel sesto di san Piero Scheraggio in Firenze, per uso della Zecca, come ricordato anche da Matteo Villani nella sua Cronica. I grandi magli che battevano l’oro e che poi coniavano, erano collocati vicino al vecchio canale di Scheraggio, che correva dove oggi c’è via della Ninna, non lontano dal fiume Arno, in modo da usare la forza dell’acqua per muovere le macchine.
Di ufficiali che si occupassero della fabbricazione monetaria, detti inizialmente Ufficiali della moneta e poi Maestri di Zecca, si ha notizia dal 1252, anno della coniazione del primo fiorino d'oro. Il loro compito originario era quello di sovrintendere al conio delle monete garantendone la legalità di peso e fattura.
A questa prima funzione in breve si aggiunsero la vigilanza sulla circolazione del denaro e la giurisdizione sui reati connessi alla moneta, primo fra tutti quello di falsificazione.
Dagli antichi documenti gli ufficiali risultano essere stati due, eletti ogni sei mesi per tratta ed iscritti obbligatoriamente uno all'Arte di Calimala e l'altro a quella del Cambio; dal 1324 l'elezione dei Maestri fu affidata a una commissione costituita dagli Ufficiali di Mercanzia e da due membri delle cinque Arti maggiori.

E’ nel 1372 che i signori della Moneta decidono la commissione di una imponente pala d’altare per la loro residenza, che potesse spiegare la visione spirituale di una società monetizzata quale era quella fiorentina; un’opera che è rimasta presso la Zecca fino al 1863, quando viene trasferita alla Galleria degli Uffizi, per poi trovare collocazione definitiva fra le opere della galleria dell’Accademia.
I documenti ci riportano i tre nomi degli artisti che saranno interessati dalla commissione: Niccolò di Tommaso, Jacopo di Cione e Simone di Lapo. Dei tre artisti il più conosciuto è sicuramente Jacopo di Cione (Firenze, 1325 – 1399), fratello minore di Andrea di Cione detto l’Orcagna, e attivissimo artista a tutto tondo, insieme ai suoi fratelli, in molte commissioni della città, non ultima la costruzione del Duomo di Santa Maria del Fiore: fra il 1378 e il 1380 , infatti, Jacopo lavorò al cantiere di Santa Maria del Fiore con il fratello Matteo, sostituendolo dopo la sua morte nella scelta dei marmi destinati al corpo di fabbrica e probabilmente lavorò anche alla decorazione del portale centrale, oggi distrutto.
Per Simone di Lapo, sfortunatamente, le notizie sono lacunose e la sua fisionomia artistica è stata appena accennata in questi ultimi tempi, denotando un notevole influsso orcagnesco.
Niccolò di Tommaso, pittore fiorentino del quale si hanno notizie dal 1343 circa al 1376, è noto soprattutto per il trittico datato al 1371 della chiesa di S. Antonio a Napoli , oggi al Museo San Martino. Il suo stile è in linea con l’opera di Nardo di Cione, fratello di Jacopo, e quindi anche lui è considerato della cerchia di questa famiglia di artisti. 

La Pala della Zecca è stata oggetto di un restauro, che in verità non è ancora completamente concluso, da parte della restauratrice Lucia Biondi, per poter essere collocata come opera d’apertura della prossima mostra di Palazzo Strozzi. Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità, che sarà aperta il prossimo 17 settembre 2011, è una mostra voluta fortemente anche dal suo sponsor principale, ovvero la Banca CR di Firenze, visto che l’evento si propone di illustrare con originale acutezza il rapporto fra arte e banca, due elementi che hanno costruito la storia e il successo di Firenze.
La mostra, che documenta la nascita dei primi banchieri fiorentini alle soglie del rinascimento e gli intrecci delle loro attività con la politica e la società civile, non poteva avere che la Pala della Zecca come primo gradino per questo excursus nella storia del sistema bancario moderno e nel perenne conflitto fra valori spirituali ed economici.
E’ questo, infatti, un dipinto emblematico di questo sentimento; l’incoronazione della Vergine è impostata su un fondo d’oro luminoso alla presenza di santi legati alla città ed alla sua storia. Ci sono i santi protettori della città, San Giovanni Battista e San Zanobi, primo vescovo di Firenze, Santa Reparata con il vessillo del popolo di Firenze e sant’Anna, che è riconoscibile grazie ad una rappresentazione del centro di Firenze che reca in mano e che ci restituisce una delle più antiche immagini di Firenze. Poi ci sono San Vittore e San Barnaba, onorati a Firenze dopo le vittorie conseguita rispettivamente sui pisani a Cascina nel 1364, il giorno dedicato a San Vittore, e sui senesi a Campaldino nel 1289 nel giorno di San Barnaba. L’evangelista Matteo è presente perché protettore dell’Arte del Cambio, così come il San Giovanni Battista è anche protettore dell’arte di Calimala: sono le due arti dalle quali si eleggevano i signori della Zecca.
Nel gradino della pala la serie di stemmi celebrano ancora la vita civica e politica della guelfa Fiorenza, con quelli della famiglia Alberti, dell’Arte di Calimala, il giglio di Firenze, lo stemma angioino, il Sigillo di Firenze, l’emblema degli Angiò di Durazzo, della Parte Guelfa, dell’Arte del Cambio e della famiglia Davanzati. Gli stemmi degli Alberti e dei Davanzati sono riconducibili ai rappresentanti delle corporazioni di Calimala e del Cambio in carica all’epoca dell’esecuzione del dipinto presso la Zecca, ovvero Bartolomeo di Caroccio Alberti e Davanzato di Giovanni Davanzati. 

Venerdì 14 luglio il restauro della pala è stato presentato alla stampa, alla presenza di Lorenzo Bini Smaghi, Presidente della Fondazione Palazzo Strozzi, Aureliano Benedetti Presidente Cassa Risparmio di Firenze, Ludovica Sebregondi e Tim Parks, curatori della mostra, e naturalmente la dottoressa Biondi, restauratrice della tavola.
La presentazione è avvenuta nel laboratorio della Biondi, dove fortunatamente la pala, di dimensioni notevoli, essendo cm.350X190, è riuscita ad entrare passando per il vano scale, e che se fosse stata di poco più grande, come ha ammesso la restauratrice, avrebbero dovuto trovare un nuovo laboratorio.
Il restauro ha ridato una incredibile luminosità e leggibilità all’opera, che era scurita ed abrasa a causa di un vecchio restauro ottocentesco, e presentava una spaccatura longitudinale sul lato sinistro nella commettitura di due assi che si sono maggiormente asciugate e ritirate e che, a detta della restauratrice, è il lato che ha sofferto di più da sempre, a giudicare dalla sua condizione odierna.
La spaccatura è stata riempita con del legno di balsa e poi con della colla e gesso, ma lasciando dello spazio fra una parte e l’altra per dar modo al legno di muoversi senza provocare ulteriori danneggiamenti.
La pulitura è stata meticolosa ed ha ovviamente previsto un lavoro di analisi al microscopio, insieme all’osservazione a luce radente e a luce ultravioletta, che ha messo in evidenza ogni caratteristica dell’opera, che è una summa della tecnica artistica su tavola della seconda metà del Trecento fiorentino: tempera a base d’uovo mescolata a pigmenti preziosi e brillanti, come il blu di lapislazzulo, e dove l’oro è steso a guazzo per buona parte della pittura, ma anche a sgraffito e a missione per ottenere l’effetto delle bellissime stoffe e dei drappeggi delle vesti.
Il restauro è stato diretto dalla dottoressa Daniela Parenti, vice direttrice della galleria dell’Accademia, che ha dichiarato di aver lavorato in grande accordo e armonia con la restauratrice Biondi grazie al suo approccio sempre molto scientifico e pragmatico.
La restauratrice ha dichiarato che dovrà ancora lavorare all’opera per tutto il mese di luglio e poi a settembre, fino ad arrivare a ridosso dell’apertura della mostra, nella quale L’Incoronazione avrà il compito di accogliere i visitatori.
Al termine della mostra, il 22 gennaio 2012, l’Incoronazione tornerà al museo dell’Accademia, nelle sale del piano terra insieme ad altri dipinti di periodo orcagnesco, anche se la direzione del museo, ci confessa la dottoressa Parenti, avrebbe voluto trovargli una posizione al piano primo dove il nuovo allestimento è molto suggestivo; la grandezza dell’opera non permette il suo passaggio per le scale e perciò tornerà dove è stata prima dell’intervento conservativo, ad emanare la sua forza simbolica e spirituale della Fiorenza che fu.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Jacopo di Cione
    (Firenze, doc.1365-1398),
    Niccolò di Tommaso
    (Firenze, doc. 1346-1376),
    Simone di Lapo (Firenze, doc. 1371-1372)
     Incoronazione della Vergine e i santi Giovanni Battista, Caterina, Anna, Matteo, Vittore papa (a sinistra);
    Zanobi, Barnaba, Antonio abate, Reparata, Giovanni evangelista (a destra);
     i profeti Isaia e Ezechiele (in alto);
    Stemmi (gradino)
    1372-1373
     tavola
    cm 350 x 190
    Peso: 220 kg.
    Firenze, Galleria dell’Accademia,
    inv. 1890 n. 456- prima del restauro
  • Incoronazione della Vergine,
    particolare Incoronazione
  • Lucia Biondi al lavoro sull'opera




IN COPERTINA
un particolare
Incoronazione della Vergine