Arte della civiltà islamica. La collezione al-Sabah a Milano
di // pubblicato il 30 Novembre, 2010
Attraversare tredici secoli di storia, percorrere un territorio che si estenderà, nei momenti di massimo splendore, per tre continenti e abbandonare non pochi stereotipi. E’ la formula necessaria per cercare di approfondire l’arte islamica.
L’occasione si presenta a portata di mano e alla portata di tutti. Al Palazzo Reale di Milano con la mostra "Arte della civiltà islamica - La Collezione al-Sabah Kuwait" dove sono raccolti e protetti più di 350 oggetti, di cui un terzo inediti, è possibile ripercorre mille anni di storia dell'arte islamica viaggiando fra una varietà ricchissima di oggetti.

Tra tappeti, tessuti, monete, ceramiche, pugnali, gioielli, miniature, incisioni e sculture provenienti da un bacino che va dalla Spagna all’Estremo Oriente, passando dagli Omayyade agli Abbasidi, ai turchi Selgiuchidi, ai Savafidi fino agli Ottomani, la collezione al-Sabah rappresenta una delle più prestigiose e complete antologie di arte musulmana esistenti al mondo.
Una collezione raccolta in quaranta anni di viaggi e di attente ricerche dallo sceicco Nasser Sabah Ahmed al-Sabah e sua moglie Sheikha Hussah Sabah Selim al-Sabah. Una finestra dalle mille sorprese che si apre su un intero mondo e ci insegna a guardare lontano e in profondità a chi spesso abbiamo vicino, ma non conosciamo così bene.
I fili della storia e delle opere si intrecciano nell’arte di una civiltà millenaria, testimone di uno straordinario dialogo culturale tra Oriente e Occidente, non sempre facile ma storico e profondo.
Indispensabile per introdursi fra le opere dell’esposizione milanese è il filo conduttore offerto dal lavoro di Giovanni Curatola, professore di Archeologia e Storia dell'arte musulmana presso le Università di Udine e di Milano.

Curatore della mostra, profondo conoscitore della materia e fonte infinita di notizie e informazioni, Curatola precisa che la mostra del Palazzo Reale non è una retrospettiva dedicata solo agli intenditori o agli appassionati del genere, ma uno strumento utile per chiunque voglia avvicinarsi per la prima volta al mondo islamico e scoprire la sua storia tanto antica quanto vasta.
La mostra presenta al pubblico opere di vario genere e tipo che illustrano tramite manufatti d’arte e di artigianato con una complessità dei materiali esposti estremamente diversi fra loro,spaziando fra raffinati oggetti di piccolissime dimensioni a tappeti lunghi fino a dieci metri e percorrendo secoli e paesi diversi.
Vero astrolabio per la navigazione nel grande mare dell’arte del vicino e lontano oriente è il catalogo della mostra edito da Skira, che oltre a illustrare le opere più belle della raccolta, racconta, al grande pubblico di non addetti ai lavori, il mondo islamico, la sua cultura e la sua arte.
All’inizio del viaggio, attingendo a piene mani dal bellissimo testo di Curatola, si ripercorre l’inizio della storia. Come tutti sanno all’origine dell’Islam, l’ultima delle grandi fedi monoteistiche rivelate che significa letteralmente “abbandono/sottomissione incondizionata al volere dell’unico Dio/Allah”, è la prima rivelazione che avviene da Dio al Profeta Muhammad (Maometto) intorno al 609 della nostra era mentre si trovava nei pressi della città di Mecca.
La rivelazione divina a Muhammad avviene per tramite dell’Arcangelo Gabriele il quale annuncerà a Muhammad la missione profetica e gli trasferirà oralmente il contenuto del Libro Sacro, il Corano. Fino alla morte nel 632 d.C., il Profeta renderà pubblico il contenuto del Corano e la parola di Allah.
Bi-‘smi ’illah ‘r-Rahmani ‘r-Rahim, “Nel nome di dio Clemente e Misericordioso”, è la formula di esordio di tutte le Sure del Corano, i 114 capitoli a loro volta scanditi in versetti che compongono il libro sacro testo fondamentale che alterna passi di esortazione a prescrizioni, norme igieniche, racconti spesso con materiali anche biblici, norme giuridiche e di buon senso, narrazioni storiche il tutto in una lingua, araba, molto ricca.
Un punto importante nell’esposizione è la parola e la sua trasmissione. La scrittura infatti costituisce un tema centrale e la linea guida di questo percorso attraverso millenni di storia, mediante iscrizioni e semplici decorazioni. Accanto a quei motivi fortemente naturalistici e geometrici che caratterizzano gran parte dell’arte islamica, i cosiddetti arabeschi, troviamo poesie e versetti religiosi, narrazioni e didascalie in grado di trasportarci attraverso molti secoli.
Tre sono gli stili della calligrafia araba, frutto, indubbiamente, di una lenta e costante evoluzione: mudawwar (arrotondato), mutallath (triangolare) e ti’m (una sintesi dei precedenti), presto evoluti nelle due tendenze principali del muqawwar che possiamo considerare il padre di tutti i corsivi, e il mabsut, angoloso e caratterizzato da tratti dritti, con prevalenza di un andamento orizzontale. Altre modalità importanti sono il masq (esteso) e il ma’il (allungato).

Il tema della calligrafia è molto importante e trasversale a tutta l’esperienza artistica islamica, non vi è in pratica monumento islamico che non presenti una iscrizione, ed è un elemento palpabile dell’esposizione sia che si ammiri l’iscrizione coranica in thuluth proveniente dalla madrasa, la scuola coranica Buyuk Karatay di Konya in Turchia, data 1251 d.c. con lettere nere su fondo di un bel colore turchese o la piccola lastra tombale in marmo scolpito, con il nome della giovane donna che morì in Egitto nel 1107 d.c. . O ancora la scatola di legno dell’ Iran Orientale del 1344, costruita per ospitare un manoscritto in più sezioni del Corano che tra tralci foglie raccoglie iscrizioni di tipo religioso e racchiude il nome del committente.
Oppure i delicati e preziosi tessuti della veste talismanica che dall’India del XV secolo ci riporta le iscrizioni coraniche, o ancora il piccolo contenitore in bronzo bianco per profumi e oli essenziali, probabilmente X secolo d.C. con l’iscrizione “Gloria e favore divino a chi persegue l’integrità spirituale” che lo decora.

Un’altra tematica “trasversale” -introduce sempre Curatola- a tutta l’arte islamica è quella del motivo del tralcio con foglie chiamato con il nome di arabesco. Una parola che porta per le prime lettere arab, a una connessione naturale e istintiva col mondo arabo. In realtà, invece, l’antica definizione rinascimentale italiana è di a rabesco, con tralci, con rami, quindi di origine classica, tardo antica,dunque è più mediterraneo che non orientale. Si tratta della foglia di acanto mossa da una sottile brezza o della foglia di vite con i suoi pampini, riccioli visivamente intricati, che spesso si dividono a creare un fluire continuo che è naturale.
L’artista musulmano non cristallizza la natura in un preciso istante con realismo, perché ogni cosa -voluta e creata da Dio nella sua infinita e instancabile opera - ha un suo fluire, ripreso mirabilmente negli arabeschi, e una sua vita temporale che non può e non deve essere interrotta-, ma lo astrae, fornendone una visione sovratemporale.

Altro preconcetto da abbatte è quello della rappresentazione della figura. Il Corano non proibisce le immagini. Nell’arte islamica non esiste iconoclastia. Due affermazioni perentorie che Curatola fa proprie a dimostrazione di come è diffuso l’uso di pensare agli Islam- perché in tanti secoli e in così tanti territori non si può parlare di un solo Islam -come a una realtà monolitica e nella quale non esista alcuna distinzione fra religione e politica e quindi se l’Islam è tutto religione anche la sua arte deve, necessariamente, uniformarsi a questo principio.
Tutto da sfatare per perdersi nelle raffinate pagine miniate dai rossi lacca, dai blu cobalto, dai versi smeraldini. Sono le scene di caccia del “Manuale dei nobili sulle finezze della poesia” che arriva dall’ Iran del 1341, o i nobili a cavallo sulle pagine del “Shah Namah”, il libro dei re. Le miniature su seta dell’ Asia centrale del XV secolo.
Assolutamente da non mancare è l’ultima sezione della mostra con i gioielli in gran parte attribuibili alla dinastia del Moghul (1526-1858 d.C.). I lavori esposti sono attribuiti in particolare al XVII-XVIII secolo d.C quando l’arte orafa raggiunse il momento più fulgido della sua produzione sia come qualità che quantità. Una profusione di oro, rubini, smeraldi, diamanti, giade e argenti creano insieme alle alte capacità tecniche degli artisti orafi anche nel visitatore un forte impatto emozionale e fantasie da mille e una notte.