Arcano Giorgione
di - pubblicato il 09 Gennaio, 2010 in Approfondiamo su...
di Elisa Mazzagardi
Per i grandi amanti degli enigmi irrisolti e della fascinazione del mistero la vicenda di Giorgione costituisce sicuramente soggetto di continue dissertazioni. Il fantasma inquieto del pittore che nel 1524, a neanche quindici anni dalla morte, Baldassarre Castiglione annoverava tra i cinque massimi artisti del tempo, accanto a Leonardo, Raffaello, Michelangelo e Mantegna torna a far parlare di sé in occasione della bellissima mostra aperta fino all’11 marzo al Museo Casa Giorgione a Castelfranco Veneto.
Ma chi era in realtà Giorgione? Non si contano neppure sulle dita delle mani le interpretazioni, talvolta bizzarre, e le ipotesi azzardate sulla sua vita e sulla sua produzione artistica.
Di sicuro si sa soltanto che nacque nel 1477 e che l’arco della sua attività va inquadrato negli ultimissimi anni del Quattrocento e sullo scorcio del Cinquecento quando improvvisamente e prematuramente morì, allo scadere del primo decennio, forse di peste. Nient’altro. A contribuire a un ritratto non certo chiaro di quelli che furono in realtà i fatti, fu l’intervento di Vasari e di Ridolfi le cui testimonianze, talvolta persino fantasiose, hanno generato il mito dell’artista leggendario.

“Dilettossi continovamente delle cose d’amore- scrive il Vasari- e piacqueli il suono del liuto mirabilmente, anzi tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche et onoranze e ragunate di persone nobili”.
Si apre così l’importante argomento del rapporto che intercorreva tra l’artista e i suoi committenti sicuramente compartecipi della medesima cultura, e inclini a quella nuova sensibilità, che per la prima volta puntava tutto alla personalizzazione dell’immagine.
Insomma lungi dal voler relegare l’immagine di Giorgione a quella di un gioviale compagnone amante della musica e dei piaceri della vita, sarà opportuno ristringere il campo d’azione, focalizzare l’attenzione proprio sulle curiose e assai dibattute interpretazioni, che, di volta in volta, sono emerse riguardo agli enigmatici soggetti prescelti come emblemi del suo presente.
Nel 1495 quando, secondo Vasari, Zorzi è allievo nella Bottega del Bellini, Venezia è straordinariamente aperta tanto da sembrar perfino città autonoma, in città arriva Dürer e questo è solo l’inizio di una straordinaria circolazione del ricchissimo materiale grafico nordico pieno di repertori di immagini inedite, ma basta aspettare un anno, nel 1496, e non sembra difficile immaginare, tra gli spettatori dell’inaugurazione in Piazza San Zanipolo del Monumento Equestre a Colleoni del Verrocchio, Leonardo da Vinci a cui è stato da poco commissionato il monumento equestre di Ludovico Sforza.
Questo quadro suggerisce solo una visione parziale dell’incredibile fermento che ribolle nelle acque della Laguna, una nuova sensibilità, ardita, inizia a solleticare la richiesta di soggetti non più strettamente legati al mondo della devozione, il lievito umanista prende corpo su riflessioni inerenti la filosofia, astrologia e il sentimento e l’emozione diventano i protagonisti di un nuovo linguaggio che trae spunto, sì da Leonardo da Vinci, il grande innovatore, ma che trova a Venezia, in Giorgione, testimone d’eccellenza.

Si inaugura, in questo modo, una nuova formula iconografica, tipica di Giorgione, apparentemente descrittiva ma infondo elusiva, che sintetizza narrazione allegoria.
Del resto, cosa è il Rinascimento se non la perdita di centralità della vita pubblica a favore di una nuova attenzione rivolta all’Io?
Il nuovo interesse alla letteratura classica, il diffondersi di copie a stampa di manoscritti antichi testimoniano questa nuova tendenza in quelli che si potrebbero definire i “salotti bene” della Venezia di fine Quattrocento, l’aristotelismo padano, in un certo modo, influisce sul giovane artista inducendolo a uno studio quasi amoroso della Natura e dell’Uomo questo è l’Umanesimo.
Frutto mirabile di questo spirito è La Tempesta che sotto all’apparente semplicità nasconde diversissime possibilità interpretative. È una pittura di paesaggio con figure, in cui uomo e natura, posti sul medesimo piano, accantonano la consueta narrazione celebrativa o quella specificamente religiosa.

La natura, esaltata nella sua maestosità, si delinea sotto a un cielo burrascoso di nubi verdognole e compatte squarciate dal bagliore di un fulmine, al di sotto sulle due sponde del fiume, due figure: una di donna nuda che allatta scomodamente seduta su un declivio e una di giovane, vestito alla moda del tempo, appoggiato a un bastone, alle loro spalle i ruderi di una città fluviale. Difficile stabilire un’interpretazione certa o definire una chiave, un codice interpretativo univoco, non c’è narrazione.
Si può accettare l’interpretazione della metafora della condizione umana dopo il Peccato (Eva, coperta solo da un panno, allatta il piccolo Caino, alle sue spalle è la turrita Gerusalemme Celeste, il cui accesso è reso impraticabile dall’irrompere dell’Eterno/Fulmine che sbarra il ponte, assiste a tutta la scena il meditabondo Adamo, in abiti moderni, mezzo d’identificazione per lo spettatore del tempo), oppure far prevalere l’interpretazione di un’Allegoria della Guerra (la Lega di Cambrai giunge a Padova nel 1509 e il fulmine dell’Imperatore allunga la mano sulla città), ma delle decine d’interpretazioni non ne emerge nessuna con decisione, e il dipinto resta lo specchio di un nuovo sentire tipico del raffinato clima umanistico veneziano innamorato del “soggetto nascosto” forse rievocazione del De rerum Natura di Lucrezio come espressione di un dibattito politico-filosofico sulle origini della civiltà umana.
L’attenzione di Giorgione si desta, poi, anche a riflessioni sul sentimento amoroso nella resa di un’emozione come succede nel Doppio ritratto di Palazzo Venezia. Un giovane dall’aria afflitta e pensierosa si appoggia mestamente alla penombra di un balcone tenendo in meno un melangolo, agrume amaro simbolo delle sofferenze amorose, alle sue spalle in piena luce l’amico pervaso da un sentimento di compartecipazione data dall’esperienza.

Sono le rinnovazioni degli amori passati perigliose e gravi, in quanto più le seconde febbri sogliono sopravvenendo offendere i ricaduti infermi, che le primiere: sono le rimembranze de’dolci tempi perduti acerbissime, e di somma infelicità è maniera l’esser stato facile”.
Così l’uomo alle spalle, destato alla prima febbre d’amore dell’amico, pare già meditare sulle ricadute, in un’immagine resa poetica dallo scontornare della luce e dall’atmosfera calda che immerge spettatore e ritrattato.
Medesima impaginazione scenica fa da sfondo a uno dei massimi capolavori dell’arte giorgionesca: Le tre età dell’uomo.
A renderlo straordinario: l’esito di un’analisi riflettografica condotta nel 1989, che ha palesato un disegno preparatorio relativo a una Madonna con Bambino, individuando l’immagine a noi visibile come frutto di una presa diretta senza meditazione. La fascinazione della superficie pittorica, pur nella conservazione non uniforme, l’immagine tutta giocata sulle variazioni della luce e sulla pastosità del colore che segna morbidamente i profili di tre uomini, giocano la partita del grande capolavoro enigmatico.
Ancora una volta lavoro doppio per i filologi.
“Non si tratta, beninteso, - scrive Gentili- di una lezione di canto, o di un trio vocale: la differenza d’età fra i tre protagonisti spiega assai chiaramente che la musica in questione non è momento d’esecuzione tecno-artistica ma metafora dell’armonia dell’esistenza umana, a sua volta dipendente dall’armonia dell’universo” Il vecchio con lo sguardo malinconico rivolge al pubblico il monito e impone all’osservatore una riflessione sul trascorrere del tempo, sulla consapevolezza della fine.

Del resto come svincolare, poi, da una più stringente interpretazione neooggettivista, che calca, secondo l’uso comune del tempo, sul valore specifico ai colori: e così il verde della giubba dello splendido ragazzo a destra indicherebbe un mal d’amore che si traduce in musica e lo sguardo severo dell’anziano rivolto a noi chiacchieroni un monito a non disturbare il fluir musicale degli amorosi sensi.
Il gioco delle interpretazioni svilisce la poesia del colore, ma permette di conservare nella memoria l’immagine di un tempo e di un luogo caratterizzati da riflessi mitici e favolosi.
Lungi dai sogni di miti forzati dalla contemporaneità, il vero mito della Venezia del Cinquecento è il nostro patrimonio, la nostra fortuna riscoperta. Là dove poesia, filosofia, arte e libertà segnavano le sorti dei tempi, il profilo di Giorgione si riappropria del ruolo di un personaggio complesso: colto e raffinato, scomparso dalla scena del mondo lasciando di sé un ritratto favolosamente enigmatico.