Antonio Albanese patrimonio nazionale
di // pubblicato il 31 Gennaio, 2011
Antonio Albanese è tornato al cinema col nuovo film Qualunquemente, scritto a quattro mani da lui stesso con Piero Guerrera e la collaborazione del regista Giulio Manfredonia.
Sgombriamo subito il campo da possibili malintesi, la pellicola non è nata sull’onda dello scandalo che continua a riempire le prime pagine dei giornali travolgendo il mondo politico italiano, affermare il contrario sarebbe riduttivo per il film e non corrispondente al vero.
Il personaggio del politico Cetto La Qualunque è nato più di sei anni fa dall’acuta capacità di Albanese di osservare la realtà. All’epoca si era lontani da ogni coinvolgimento di transessuali e prostitute con personalità pubbliche e qualcuno disse che un accostamento così palese tra sesso e politica era francamente un po’ eccessivo.
Antonio Albanese a mio avviso è molto più di un semplice attore, è prezioso patrimonio nazionale. Nella sua carriera, tra cinema, teatro e tv, ha ormai ampiamente dimostrato una tale maturità espressiva e la capacità di affrontare qualsiasi registro, dal drammatico di Giorni e nuvole, alla commedia agrodolce di Questioni di cuore, fino alla farsa vera e propria di Qualunquemente da non lasciare spazio a dubbi sulla sua grandezza.
Ha osato e vinto la sfida di trasportare al cinema un personaggio televisivo nato per brevi sketch fulminanti. Scommessa vinta su tutta la linea non solo per il successo economico, il film ha incassato quasi cinque milioni e mezzo di euro solo nel primo fine settimana, ma anche da un punto di vista artistico con la realizzazione di una storia ben strutturata e graffiante nella miglior tradizione della vera commedia all’italiana.
La trama è semplice, nell’oscurità di una stanza i vertici dell’ndrangheta stanno facendo le “primarie” su una serie di fotografie per scegliere il candidato all’elezione di sindaco del paese di Marina Di Sopra. La scelta cade su Cetto La Qualunque, imprenditore locale rientrato fresco fresco da una latitanza di quattro anni in Sud America. Con l’aiuto di uno specialista costruttore d’immagini pubbliche, un tale Jerry interpretato da Sergio Rubini, il nostro neo-candidato affronterà la campagna elettorale con tutti i mezzi che il suo senso etico, praticamente inesistente, gli suggerisce per conquistarsi la vittoria.
Coadiuvato da un cast perfetto nel dar vita all’habitat di Cetto La Qualunque, in cui spiccano Lorenza Indovina che è la moglie Carmen e il giovane Davide Giordano, bravissimo nel ruolo dell’ingenuo figlio Melo, il registro della commedia è sempre volutamente sopra le righe, ma proprio per questo efficacissimo nell’affondare il dito nella piaga.
In fondo non possiamo fare a meno di provare simpatia per la cialtroneria a volte anche cinica e cattiva ma sempre divertente del protagonista, che distrugge siti archeologici semplicemente perché estraneo ad ogni forma di cultura per creare il suo Paradais village sul mare, il tutto rigorosamente abusivo. Non si può avere cura e percezione di qualcosa come la cultura quando se ne ignora completamente l’esistenza.

La colonna sonora originale affidata alla Banda Osiris a volte si tinge di epica western evocando mitici duelli al sole che aumentano il divertimento. Sui titoli di coda la canzone Qualunquemente cantata dallo stesso Antonio Albanese, è una rivisitazione molto personale del brano Onda calabra del Parto delle Nuvole Pesanti, con liriche del tipo “se sei un tipo esuberante costruisci abusivamente.”
Alcune battute del politico Cetto La Qualunque sono piccoli lampi di genio dell’entomologo Albanese che sottintendono pensieri complessi sullo stato di salute civica del popolo italiano e sul suo senso della collettività. Una frase come “cominci col dare la precedenza e finisce che ti scambiano per ricchione” fotografa un comportamento antropologico diffuso in questa società dell’apparire che invita l’individuo all’espansione dell’io coltivandone l’arroganza. Quasi tutti gli automobilisti in prossimità delle rotatorie accelerano per paura di non riuscire a passare per primi.
Ho avuto occasione a cavallo di uno scooter di viaggiare in Cambogia, era meraviglioso assistere e prendere parte al valzer intorno alle rotatorie, dove tutti rallentavano avvicinandovisi e nessuno si fermava mai, in un flusso continuo dove ogni individuo è consapevolmente membro di una comunità e occupa il suo spazio senza prevaricare l’altro.

L’ironia assume un colore sinistro quando telefonicamente viene intimato allo scrutatore del seggio di “colorare” le schede bianche, evocando i fantasmi dei presunti brogli sulle elezioni politiche dell’aprile 2006.
La battuta “non conta chi vota ma chi conta i voti” riprende lo slogan del documentario Uccidete la democrazia di Ruben H. Oliva, da un’inchiesta giornalistica di Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio, che mette in fila una serie di indizi per avvalorare la tesi del complotto. In un’intervista il programmatore Clint Curtis, che il 13 dicembre 2004 ha testimoniato davanti a una commissione parlamentare degli Stati Uniti d’aver creato su commissione un programma in grado di ribaltare qualsiasi risultato elettorale, afferma che sono sufficienti il software e quattro o cinque persone soltanto. Se il film/inchiesta non è in grado di dare certezze riesce però a dimostrare che l’operazione è fattibile.

Quando il regista Oliver Stone fu intervistato su La7 per presentare il suo film W su George W. Bush, affermò che negli Stati Uniti è cosa nota e ormai acquisita storicamente che le elezioni politiche italiane del 1948 furono truccate con l’autorizzazione e il supporto della Casa Bianca per impedire al Partito Comunista Italiano di conquistare il governo del paese. In Italia questo dato storico è ignorato o addirittura negato, tutti viviamo un’età dell’innocenza per cui crediamo che da noi queste cose non sono mai accadute e non potranno certo accadere adesso.