Ansia d’immagini. Italo Zannier fotografo 1952-1976
di // pubblicato il 23 Aprile, 2010
“Egli si interessa di fotografia da sempre, perché il mondo dell’immagine è per lui un fatto sia naturale e fisico che intellettuale insieme: [la fotografia] sta a lui come gli elementi – aria, acqua, fuoco, terra – stanno fra loro” .
Giusepe Turroni, 1976
Quale sia il compito della fotografia? Una domanda aperta a molteplici risposte.
Osservando i fotogrammi con in quali Italo Zannier racconta l’Italia, la sua fotografia pare essere un indispensabile strumento per descrivere un’identità. Come egli stesso racconta: “Attraversare lo spazio del paesaggio in automobile, lungo le coste e boschi, autostrade e paesi, con lo scopo della fotografia, significa dilatare e restringere continuamente lo sguardo, con salti di scala anche enormi, spesso al variare della velocità, quando sembra di essere immersi in un film interminabile, dentro il quale ogni tanto si preleva un fotogramma, che spero sia una sintesi significativa di tutto il resto: ma questa è la fotografia, ossia una scelta nel tempo e nello spazio, e nient’altro che ideologia, alla quale è comunque impossibile sottrarsi; la fotografia mostra chi siamo, soprattutto” .

Nessuna ansia di apparire, di dimostrare o effigiare, il solo intento di Zannier è mostrare, documentare, e la sola ansia è quella di catturare immagini.
Il forte desiderio di realtà, epurato da ogni retorica, restituendo la verità quotidiana e registrando attraverso il mezzo fotografico lo scorrere del tempo e i cambiamenti che lo accompagnano, diventa presto il tratto distintivo dell’occhio fotografico di Zannier.
Lontano dal “professionismo” dilagante, egli vi contrappone una fotografia lontana dalla perfezione formale in quanto più adatta a mostrare il mondo, ricco ed imperfetto per natura.
“Ansia d’immagini” è il titolo della prima mostra monografica dedicata al fotografo, studioso, critico, intellettuale Italo Zannier, aperta lo scorso 17 aprile al fiorentinissimo MNAF.

Precursore Zannier che, fino a pochi anni fa, era l’unico docente universitario di storia e tecnica della fotografia, e rimane tutt’ora uno dei maggiori rappresentanti della fotografia italiana conosciuti all’estero.
Ma prima di diventare teorico, studioso, curatore di fotografia, Zannier fu fotografo; artista consapevole di esserlo.
Di origine friulana, nato a Spilimbergo nel 1932 la sua avventura di fotografo iniziata negli anni Cinquanta, continuata fino al 1976 è stata, come sottolinea il curatore Angelo Maggi, troppo spesso semplificata e dimenticata. L’esposizione fiorentina offre pertanto la possibilità di meditare su una personalità che, tutt’ora, continua a vivere le tensioni intellettuali che hanno attraversato la nostra cultura fotografica italiana.
Zannier del resto incarna perfettamente il mito della fotografia, così come viene ad esempio delineato da Enrico Unterveger nelle pagine di Rassegna Fotografica: “pazienti indagatori, che spesso non conobbero profitto materiale per le loro fatiche, diedero il loro entusiasmo, studio e amore per il costante progresso della fotografia venuta a largire sommo beneficio e consolazione all’umanità. A questi indagatori vada la riconoscenza di quanti sono dotati d’intelletto e di cuore”.
E il termine “indagatore” ben si lega alla figura di Zannier concentrato, come dimostrano eloquentemente i suoi scatti, nello scandagliare e nel restituire in modo onesto l’immagine di un’Italia che stava cambiando.
“Qualche anno dopo quelle fotografie, purtroppo, sembrarono, piuttosto che immagini di denuncia sociale, un documento romantico dell’Era contadina, qualcosa di dialettale” queste le parole che Zannier spese riguardo ai precedenti scatti friulani.

Se, prima di giungere alla speculazione intellettuale, Zannier fu fotografo, va ricordato inoltre che giunse alla fotografia come tappa successiva di un percorso intrapreso a partire dalla pittura, dalla letteratura e dal “cinema didattico”. Dopo avere avviato gli studi d’architettura, nel 1952 con una cinepresa otto millimetri (una Relian-Kodak) che, seppur piccola, gli offriva l’illusione del “grande cinema”, realizzò il suo primo cortometraggio dedicato al Palazzo Ducale di Urbino per l’esame di storia dell’architettura tenuto da Bruno Zevi, suo futuro mentore.
Le architetture, gli scorci, le prospettive, i volumi, si rivelarono un’ottima palestra per lo sguardo del fotografo, improntato alla ricerca di una composizione di linee e di forme caratteristiche che ritroveremo anche nei tanti scatti dedicati al mondo friulano. Il tipo di lettura colta e raffinata che egli diede dell’architettura lo portò, dagli anni Settanta, a collaborare con diverse riviste del settore (“L’architettura. Cronache e storia”; “Camera”; “Photo Magazine”; “Popular photography”).
L’abilità tecnica venne acquisita molto presto e, come egli stesso scrive: “fu una fortuna per me che la Semflex fosse così modesta, perché mi costrinse a trasgredire, ad accettare l’immagine un po’ sfuocata, o mossa, o male esposta, spesso troppo contrastata; furono questi gli errori che mi stimolarono, e che piacquero a Zevi, che finalmente poteva utilizzare qualche fotografia meno rigida e fredda delle tradizionali Alinari, tutte in peccato di professionismo”.
Ma il cinema marchiò ben oltre la fotografia di Zannier che non tralascia mai ciò che Maggi definisce “l’effetto complessivo di accostamento o di sequenza”. La scena, articolandosi in un racconto, tralascia la fissità iconica, si spinge verso il movimento e la moltiplicazione dell’immagine che sappiamo essere la prima caratteristica del cinema. “E’ nella sintassi associativa e diacronica delle immagini che il valore del singolo elemento trae la sua forza. Quella che Zannier molto spesso coglie è una realtà mobile, quasi come in una progressione di fotogrammi impressa su di una pellicola cinematografica.”
In Zannier inoltre, al crescente apprezzamento per quella nuova realtà dell’immagine che il cinema promuoveva, si univa il vento della letteratura e dell’ambiente neorealisti che il Friuli della metà del secolo offriva. Il respiro neorealista delle prime immagini fotografiche incarnava pienamente l’ansia e la curiosità del giovane fotografo.

Da quel fermento e da quel periodo caratterizzato da forti cambiamenti storico sociali (sono gli anni del dopo ricostruzione, del passaggio da un’economia agraria ad un primo sviluppo industriale, dell’abbandono delle campagne ma anche della speculazione edilizia e della povertà) nacque il “Gruppo friulano per una nuova fotografia” fondato proprio a Spilimbergo nel 1955, e che ebbe in Zannier uno dei principali promotori insieme a Beltrame, Bevilaqua, i Borghesan, Del Tin e Roiter.
Il gruppo, come espressamente appuntato nel manifesto che lo accompagnò (1 dicembre 1955), “vuole agire attraverso una fotografia che sia documentazione poetica dell’umanità che gli vive attorno” ma continua Zannier “un’istanza precisa di noi neorealisti è stata quella di porci in modo civile nei confronti del soggetto”.
Osservato, indagato e ritratto senza giudizio, il soggetto viene rispettato, e gli viene così permesso di lasciare traccia indelebile di sé in immagini che diedero corpo al primo Fotolibro sul Friuli dedicatogli da Zannier nel 1963.
L’occhio fine dell’architetto, non è dimenticato nemmeno in queste immagini nelle quali il paesaggio friulano viene osservato nelle geometrie delle sue tante case arroccate che riempiono le fila degli scorci, ripresi e indagati quali fossero paesaggi esotici. Si ha talvolta l’idea infatti, osservando quegli scatti, di prendere parte a un mondo geograficamente lontano dal nostro, mentre in realtà ciò che osserviamo è il ritratto di una realtà che stava cambiando e lentamente abbandonando le proprie radici rurali.

Architetture e paesaggi in continua evoluzione diventano tasselli di una cronaca storica di luoghi in trasformazione.
Ed eccolo Zannier a cavallo della sua Volfswagen: “per circa dieci anni (1967-1976) ho percorso l’Italia, da Nord a Sud, da Est a Ovest, lungo le coste, e attraversando i monti, con un fedele maggiolino” intento a censire un paesaggio italiano dal quale nacquero cinque volumi sulle Coste d’Italia e quattro sui Monti, gli Appennini.
Negli anni Sessanta, Zevi lo considera “uno dei rari fotografi impegnati nella critica architettonica” e ancora “una sua fotografia critica può risparmiarci una pagina, o un’ora di lezione, cogliendo l’immagine attuale, pertinente, segreta di un’opera di architettura”, condensando bene in poche parole l’essenza dello scatto intellettualmente aggiornato di Zannier.

La mostra, nata da una selezione degli oltre 47.000 scatti in b/n e a colori conservati nelle Raccolte Museali della Fratelli Alinari, insieme alle 5.000 stampe fotografiche originali d’epoca appartenenti al fotografo, danno corpo a un percorso all’interno dell’attività fotografica svolta dallo Zannier tra il 1952 e il 1976. Tre sezioni, partendo dall’esordio neorealista friulano attento alle architetture spontanee scomparse in seguito al terremoto del 1976, passando attraverso l’attività professionale nel settore dell’architettura e come fotografo industriale per importanti aziende (Rex, Alfa Romeo..), termina con gli scatti che Zannier dedicò ai maggiori architetti e designer italiani (Gancarlo De Carlo, Marcello D’Olivo, Marco Zanuso, Gino Valle ma anche l’austriaco Adolf Loos) e con le immagini d’Italia scattate tra il 1967 e il 1976 a corredo della grande opera curata da Italo Insolera e Enrico Ascione, sfociata in nove volumi editi dall’ENI sulle Coste e i Monti, ampia ed esaustiva enciclopedia del paesaggio italiana.
Si segnala inoltre che è contemporaneamente in corso a Venezia, presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, la retrospettiva sulla fotografia italiana “Il furore delle immagini, fotografia italiana dall’archivio di Italo Zannier nella collezione di Fondazione Venezia” che, curata da Denis Curti, racconta la storia della fotografia italiana dagli esordi alle tendenze contemporanee, importante tappa volta a valorizzare l’archivio fotografico di Zannier acquistato dalla fondazione nel 2007.
“Il fotografo-disegnatore ero proprio io”.
(Italo Zannier)