Another year
di // pubblicato il 04 Marzo, 2011
Non amo il vizio di ritenere un titolo in inglese più appetibile al pubblico, soprattutto quando è facilmente traducibile in italiano e rispettandone il significato originale suonerebbe anche bene.
Another year di Mike Leigh racconta un altro anno nella vita di un piccolo gruppo che orbita intorno alla coppia di anziani coniugi Tom e Gerri, lui geologo, lei psicologa, una cronaca dello scorrere quotidiano fatto soprattutto di piccole, a volte piccolissime, cose.
Strutturato in quattro quadri, uno per stagione dalla primavera all’inverno, preceduti da una sorta di prefazione che anziché introdurre la storia come sarebbe logico aspettarsi, rappresenta una specie di tessuto emotivo che prepara la visione di ciò che seguirà, il film mette in scena la commedia dell’esistenza umana, con le sue amarezze ma anche con l’inevitabile carica di umorismo che porta con sé.
La coppia di coniugi dedica amorevole cura alla coltivazione di un orticello ricavandone ortaggi che spesso dona agli amici, la stessa cura e dedizione necessari a intessere relazioni umane; la porta della loro casa è sempre aperta e ospitale per chi cerca rifugio quando la vita non sorride, un porto sicuro dove approdare al riparo da amarezze e delusioni.

Da sempre il cinema di Mike Leigh fa degli attori la materia prima da plasmare sulla sua narrazione, il personale approccio ad ogni progetto del regista inglese è contraddistinto da una totale libertà che prevede solo un canovaccio molto approssimativo. Agli attori viene spiegato il carattere, il vissuto e l’atteggiamento verso gli altri dei personaggi che sono chiamati a interpretare, poi tutti sono lasciati liberi d’improvvisare ottenendo spesso performance di forte intensità emotiva.
Il regista stesso ha dichiarato che spesso nemmeno lui sa cosa racconterà il suo film fino a che non è terminato e montato in via definitiva, perciò considerando l’iter particolare nella costruzione della storia c’è una vena d’ironia nella candidatura all’Oscar del film nella categoria della miglior sceneggiatura originale.

Un cast di splendidi attori incarna i diversi personaggi in modo talmente efficace da annullare seguendo la storia ogni ipotesi di finzione, l’istintiva empatia per le fragilità e le solitudini delle persone rappresentate finiscono col rendere sincera anche la più piccola sfumatura abbattendo ogni distanza con una reale quotidianità.
Soprattutto il personaggio di Mary, amica e collega di Gerri eternamente insoddisfatta della sua vita sentimentale, è il vero fulcro della storia con le sue difficoltà e anche con le sue pretese. Sarà capitato a tutti d’incontrare persone dedite a una compiaciuta autocommiserazione, che pensano d’aver avuto molta sfortuna e per questo pretendono attenzione e affetto da chiunque come qualcosa che è loro dovuto, così immerse nei loro disagi da risultare prevaricanti verso chi gli sta intorno.
L’attrice Lesley Manville riesce a costruire un ritratto talmente complesso dell’amica che si vede sfiorire e lotta in ogni modo per dissimulare un’evidente solitudine esistenziale, da suscitare sentimenti contrastanti che oscillano continuamente dalla tenerezza al fastidio. Per quanto si possa essere vittime di eventi imprevisti e indipendenti dalla nostra volontà è sempre utile coltivare la capacità di riconoscere la nostra responsabilità nei fallimenti che ci trasciniamo addosso.

A volte capita di mitizzare gli altri che ai nostri occhi risultano immuni da problemi e debolezze, ma una tale cecità impedisce la costruzione di autostima e riduce la capacità di auto analisi necessaria a riconoscere i propri errori e a superarli. Per quanto il passato e gli eventi che l’hanno segnato possano essere causa di insoddisfazioni è troppo comodo assegnare ogni colpa a indesiderati rovesci del destino, il carattere e l’indole congeniti di ogni persona sono l’elemento che condiziona, a volte mina irreparabilmente, la possibilità di costruire relazioni affettive. Cercare negli altri la soluzione ai nostri vuoti esistenziali è sempre un’operazione sbagliata.
Gelosia, ostilità, condivisione, speranza, perdita, la vasta gamma di emozioni e riflessioni che accompagna la visione di Another year sono tanti piccoli tasselli di un puzzle immenso, vitale e sincero, come la vita vera.
