Anniversari
di // pubblicato il 06 Marzo, 2011
Ricorrono tra un mese i 120 anni dalla nascita di Sergej Sergeevic Prokof'ev morto cinquantotto anni fa, precisamente il 5 marzo del 1953.
Di agiati natali e figlio di una pianista, a soli 13 anni fu ammesso al Conservatorio di San Pietroburgo, dove conobbe l’amico e collega di vita, Nikolaj Mjaskovskij.
Il Padre della sinfonia sovietica non è l’unico Grande con il quale Prokof'ev ebbe modo di incontrarsi e confrontarsi nel corso della sua vita. Era del resto nella sua natura eclettica il cercare negli altri la possibilità di arricchire se stesso e le proprie composizioni, trovando in ogni novità una diversa possibilità di espressione del suo talento.
Basti pensare alla produzione di Il giocatore, opera basata sull’omonimo romanzo di Dostoevskij o all’innovativa attività svolta per il mondo del cinema come compositore di colonne sonore. Una per tutte, quella dell’Aleksandr Nevskij di Ejzenstejn, film della fine degli anni Trenta che incarna la tradizione russa e lo spirito nazionalistico “rivisto e corretto”nel culto della personalità di Stalin. Proprio lui che ebbe la malaugurata idea di morire lo stesso giorno del compositore, con ciò oscurandone totalmente il doveroso cordoglio.
Poliedrico nell’arte, sempre alla ricerca di nuove suggestioni, Prokof'ev fu un viaggiatore.
A 23 anni era a Londra, dove conosceva Debussy e componeva, quasi in coppia con Djaghilev, Ala e Lollij, il suo primo balletto, che poi traspose quasi interamente nella Suite Scitica, composizione che richiama nei ritmi incalzanti la mano e la mente di un altro russo in quel periodo ospite di Sua Maestà, Igor Stravinskij.
Tornato in Patria e al Conservatorio, faceva appena in tempo ad ideare la sua prima sinfonia, intitolata La Classica, che nel 1918 era già in cerca di nuovi incanti, che ben esprimeva e rappresentava poi in musica, riscuotendo successo, con gli amici e colleghi compatrioti “parigini” Djaghilev e Stravinskij. Una diversa fortuna caratterizza le sue esperienze negli Stati Uniti: fu accostato infatti al genio in esilio di Rachmaninov, e tuttavia non riscosse subito pari fama.
A San Francisco non riuscì a vedere in scena L’amore delle tre melarance, mentre a Chicago l’opera tratta dalla commedia di Carlo Gozzi fu rappresentata, ma non ebbe il riscontro sperato e poi meritatamente incontrato pochi anni dopo a San Pietroburgo, ormai Leningrado.
L’accoglienza trionfale nelle esecuzioni sovietiche e numerosi concerti in giro per l’Europa aprirono la via per l’ultima frontiera; soprattutto il quarto concerto per pianoforte, scritto per la mano sinistra del pianista Paul Wittgenstein, mutilato di Guerra sul fronte russo.
Sulla scia dei successi europei, Prokof'ev riceveva finalmente il meritato trionfo americano.
Ad oggi l’opera più nota resta forse il Romeo e Giulietta, composta su commissione del Balletto Mariinskij, e andata per la prima volta in scena in Cecoslovacchia.
Detta notorietà non deriva tanto dalle problematiche politiche che “consigliarono” di modificarne l’inedito lieto fine, quanto dal fatto che proprio la versione originale riuscisse ad ottenere la “prima mondiale” – e un successivo tour tra New York, Londra e Chicago – solo a settanta anni dalla prima “prima”, grazie anche all’attività di concerto degli eredi del Maestro, dell’Archivio di Stato russo e di Simon Morrison, uno dei maggiori storici della musica sovietica.
L’opera più affascinante di converso risulta l’Angelo di fuoco, la cui stesura richiese quasi dieci anni di lavoro a cavallo degli Anni Venti.
E Prokof'ev non la vide mai rappresentata: la “prima “integrale” dell’opera, la più massacrante per un soprano, quella dei nefasti amori di Renate e del suo delirio abbagliante, quella delle celebrazioni sataniche, è infatti andata in scena nel 1955 al Festival di Venezia, due anni dopo la morte del suo autore.