Andromaca
di // pubblicato il 13 Febbraio, 2010
Scenae Frons o Teatro Moderno?
Filologia o drammaturgia dell’attore?
L’Andromaca di Maggi calza entrambe le vesti
Ha debuttato il 9 febbraio all’Arena del Sole di Bologna l’Andromaca di Euripide, coprodotta dal teatro bolognese e dal Teatro Stabile del veneto e già andata in scena lo scorso settembre nella meravigliosa cornice cinquecentesca del Teatro Olimpico di Vicenza, edificio progettato dal Palladio per gli Accamedici Olimpici, all’interno del LXII Ciclo di Spettacoli Classici che si svolge regolarmente nel teatro vicentino.
Lo spettacolo firmato dal regista Alessandro Maggi, già confrontatosi coi classici nel 2007 in Eracle al prestigioso Teatro Greco di Siracusa, sviluppa una sapiente resa delle vicissitudini in terra di Grecia della Vedova Troiana per eccellenza, la vedova di Ettore appunto, Andromaca. Già lo spazio scenico, realizzato da Leonardo Scarpa, un creneau roccioso al fondo del quale spuntano giunchi, risulta semplice ma di forte impatto evocativo e di grande potenzialità per il lavoro corporeo degli attori, i quali indossano abiti dalla foggia orientaleggiante, frutto delle idee della costumista Irene Monti. Colori tenui quelli delle vesti che vanno dal bianco al beige, lasciando colori più vivi quali l’azzurro-verde per Andromaca e il cuivré per Teti e gonne di taglio antico iranico zoroastriano per gli uomini. L’interpretazione di Mascia Musy, vincitrice del Premio Ubu 2008, nel ruolo della madre di Astianatte, ci rivela in toni duri e forti una donna che soffre per il passato e per il presente avverso, ma che riesce ad imporsi orgogliosa della sua stirpe di appartenenza e della ragione logica del suo stato di schiava che la contrappone alle ire ingiuste e immotivate accuse di Ermione, moglie di Neottolemo, figlio di Achille, al quale la stessa Andromaca è andata in schiava. Di grande lavoro corporeo nella Musy, la quale si erge a protettrice dell’unico figlio rimastole, Molosso, generato suo malgrado con Neottolemo, che lo stesso Peleo, alla fine su consiglio della dea Teti, riconoscerà come unico erede del proprio regno.

Ermione, creata da Federica Di Martino, appare come una giovane svampita alle prese con i problemi coniugali dati dalla gelosia e dalla superbia con la quale si rimpiange la vecchia condizione dell’ovo paterno, disprezzando la casa del marito, oltre ad essere ossessionata dal ricordo della madre Elena come donna di facili costumi. Antonio Zanoletti ci offre un Peleo dolcissimo negli anni senili che nutre uno straordinario amore per infanzia, coccolandosi l’ormai unico nipote rimastogli.
Ma se la semplicità e il lavoro sull’attore risultano centrali nell’impostazione di Maggi, il regista si concede di impreziosire la drammaturgia euripidea tramutando i canti del coro in songs di ascendenza brechtiana per una o due attrici, sottolineati sapientemente dalle luci di Gigi Saccomandi e musiche di Antonio Di Pofi.
Concludendo possiamo certamente dire che l’unione tra l’antico valore del testo ed una rinnovata veste spettacolare incarni pienamente le caratteristiche dei due edifici che l’hanno ospitata, l’antico appunto nel Palladio vicentino, semplice ed austero, e il moderno nella Bologna teatrale della Cooperativa Nuova Scena-Arena del Sole.