Andrea Brustolon
di // pubblicato il 05 Aprile, 2009
Aveva appena quindici anni Andrea Brustolon, quando si trasferì da Belluno, dove era nato nel 1662, a Venezia. Qui Filippo Parodi andava elaborando, nella sua bottega, il linguaggio e le forme elegantemente modellate del Bernini, arricchendolo di un gusto barocco contenuto entro un misurato virtuosismo.

Alla scuola di questo scultore e intagliatore apprese dunque i modi e le strategie per lavorare il legno, che approfondì poi recandosi a Roma, dove fu affascinato dalla scultura classica ma soprattutto dalle opere del Bernini, grande insuperato maestro del marmo, da cui riusciva ad estrarre finissime trine, morbidi panneggi, lievi intrecci di rami e di foglie.
Affinò quindi il suo occhio indagando i risvolti anche tecnici della scultura, ne apprese i segreti che poi ulteriormente consolidò e diffuse nei suoi lavori, utilizzando come materiale soprattutto il legno, abbondante nella sua terra, e che già nel Cadore aveva una tradizione assai antica.
Ritornato a Venezia, vi aprì una bottega, dedicandosi alla produzione soprattutto, in un primo tempo, di mobili, poi allargando l’area di attività, e producendo un po’ di tutto: dalle opere sacre a quelle profane, dai seggioloni ai portavasi, ai candelabri monumentali, alle statue di angeli e di santi, fino alle grandi pale d’altare.
La prima documentate si trova nella chiesa di San Floriano a Pieve di Forno di Zoldo, eseguita per l’altare intitolato al suffragio dei defunti. La pala infatti, datata 1685, è nota come “Altare delle anime”; è inamovibile per la sua ampiezza e quindi, come altre pale d’altare, non presente nella mostra che, fino al 12 luglio, è aperta a Belluno in Palazzo Crepadona (catalogo Skira).

Ma sarebbe peccato non includerla nell’elenco delle opere da vedere, poiché risulta essere una delle più significative ed interessanti dell’artista, con la complessità dei suoi simboli arcani, le figure di scheletri e di angeli che la completano, allusioni alla morte ed alla vita soprannaturale, raffigurate pure nella grande tela centrale opera di Agostino Ridolfi, che presenta l’Arcangelo Michele e le anime purganti.
Altre pale sono presenti in altre chiese , come le due molto ricche di incastri, volute e gruppi statuari policromi della chiesetta di Mareson a Zoldo Alto, o le due stupende nella chiesa di San Pietro a Belluno, che non si dovrebbero assolutamente trascurare. Esse rappresentano la morte di San Francesco Saverio (1727) e la Crocifissione (1729), e si collocano dunque tra le ultimissime opere del maestro, i suoi due ultimi capolavori, dal momento che egli morì a Belluno nel 1732.

La recente illuminazione, curata dall’Enel con artistica attenzione, consente ora di valutare le due opere anche nei dettagli, dove risalta la preziosità dell’intaglio, il movimento delle figure, dei panneggi e degli angeli, in un sapiente gioco di incastri di forme, di linee avvolgenti, di misurati intrecci.
Aspetti, questi ed altri, che si ha modo di osservare più attentamente nella mostra, perlustrando con attenzione i particolari degli oggetti esposti, notando la sapienza dell’intaglio nelle decorazioni, nei tralci avvolgenti , nella trama delle orditure lignee, nella fastosità delle cornici.
Un barocco di grande eleganza, di misurata opulenza, non straripante né enfatico ma finemente proposto nella perfezione e nel composto equilibrio delle figure che si intrecciano armoniosamente, non mai appesantite né opprimenti o grevi. Anzi, in alcuni casi, si apprezza in molte una particolare leggerezza, come negli angeli esposti nella grande sala con cui si conclude la mostra, come in un maestoso canto di gloria.
Curata dall’architetto Mario Botta, la regia di questo locale è di grande impatto emotivo.

Qui vi sono gli angeli dorati provenienti da Santa Maria dei Frari a Venezia, che danzano nell’aria nella loro dorata lucentezza, e quelli biaccati come di marmo della chiesa di Santo Stefano a Belluno, quasi a rappresentare, insieme a Tizio, figura del peccato, bene e male, Paradiso e Inferno. Si coglie già, in questo demone, che si erge furente e iroso nella calda patinatura del cimolo intagliato, (come peraltro anche in altre opere presenti in mostra), lo spuntare elegante e fastosamente decorativo del rococò veneziano, che in quegli anni germogliava pure in pittura. Ed infatti, nella mostra, un settore è dedicato appunto ai dipinti, con opere di grandi maestri, da Sebastiano Ricci a Luca Giordano ed altri, in un necessario confronto tra i due linguaggi, che di poco precedono i Tiepolo: ultime eccelse voci che s’innalzano nel fastoso crepuscolo della Repubblica di Venezia, prima della sua fine.