Amour

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 02 Novembre, 2012

Il Cinema di Michael Haneke è qualcosa che si attanaglia addosso e non lascia scampo, visioni concepite per dare disturbo e provocare reazioni riflessioni.
In questo senso Funny games, il film del 1997 che impose il cineasta austriaco all’attenzione internazionale, ne è un esempio perfetto se non addirittura un vero e proprio manifesto poetico; vi si racconta il sequestro di una famiglia nella sua tranquilla casa di campagna a opera di due ragazzi, educati e spietati in egual misura, che giocano con le loro vittime come il gatto col topo. Nel sorprendente finale con un certo disagio si raggiunge la consapevolezza che è in realtà Haneke stesso, manipolando la componente voyeurista insita in ogni visione cinematografica, a giocare con noi riservandoci il ruolo della preda.

Molto diverso da quel thriller per temi e atmosfere è il suo nuovo film Amour, fresco vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2012, che non sfugge però alla cifra stilistica di un fare Cinema che prende in ostaggio le emozioni, impedendo ogni consolatoria via di fuga da una visione che sovente rasenta l’insostenibile.
Questa volta è il grande rimosso della nostra società votata all’edonismo, prodiga nel negare ogni naturale passaggio del tempo con un diffuso ricorso al bisturi, il tema che Haneke ci getta in faccia senza pietà: l’oscenità della vecchiaia, il calvario della malattia, l’intollerabile ineluttabilità della morte.

Georges e Anne sono un’anziana coppia di coniugi parigini, li incontriamo a teatro per lo spettacolo di Alexandre, allievo prediletto della donna diventato prestigioso pianista di successo internazionale, li seguiamo sul tram verso casa, nei gesti semplici di un ritorno al conforto delle mura domestiche ignari che presto tutto cambierà, quel concerto sarà l’ultimo rito collettivo a cui abbiano potuto prendere parte.
E’ la naturale inarrestabile decadenza del corpo che viene messa in scena, resa ancor più drammatica da una completa lucidità psichica, materializzazione sullo schermo delle nostre paure più intime rispetto all’incognita della vecchiaia.
Un nuovo letto viene installato per rispondere alle esigenze insorte con la malattia, nello scivolare impietoso di un’esistenza sempre meno degna di questo nome è insita la muta domanda che sembra attaccarsi alle pareti indifferenti della stanza: quanti saranno ancora i minuti, le ore, i giorni da scontare in questo maledetto percorso obbligato?

Amour nasce da un’intima promessa, un patto stretto dal regista, autore anche della sceneggiatura, con sua moglie; nei dialoghi tutta l’espressione viva e pulsante di una dichiarazione d’amore alla vita e al Cinema, che per un cineasta indissolubilmente coincidono.
Nel racconto che Georges fa ad Anne di un lontano ricordo d’infanzia, su un atto di costrizione subito in colonia, tutta la forza di una dolorosa comunione inesprimibile, misto di tenerezza e sconsolata impotenza per un’ingiusta condizione, forse il momento più alto di una pellicola intrisa di straziante poesia.

Due vere e proprie icone del cinema francese come Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva imprimono il marchio indelebile della loro smisurata grandezza all’interpretazione fisica e dolente, impietosa e perciò così vera, della coppia in forzato isolamento dal mondo.
Come in un triangolo l’appartamento in cui vivono i due anziani si fa personaggio, terzo polo in uno scorrere del tempo sganciato da ogni umana codifica, con le incursioni esterne della figlia Eva, Isabelle Huppert, e dell’allievo Alexandre Tharaud vissute quasi col fastidio di una sgradita intrusione.

Arriva un momento nella vita in cui ci si trova a volgere lo sguardo all’interno, ormai estranei alle cose del mondo. I paesaggi dipinti, vuoti e immuni a ogni passaggio di tempo, incorniciati ed esposti nell’appartamento, già pronti all’inappellabile assenza decisa all’origine dalla nostra flebile natura, sono accarezzati dalla macchina da presa come simulacri di un’immortalità anelata e poi rifiutata dall’essere umano ormai irreparabilmente lontano da tutto.

Michael Haneke è un maestro nel creare tensione solo con rumori quotidiani fuori scena, come il fluire dell’acqua di un rubinetto aperto o il suono tipico delle stoviglie maneggiate durante il lavaggio, il suo lessico cinematografico non prevede segnali quando il racconto si sposta dal reale all’onirico o al ricordo e su questo gioca, di nuovo, con l’occhio dello spettatore creando false attese e volute impressioni distorte.

Niente di tutto questo merita d’essere messo in mostra!” inveisce Georges contro la figlia Eva incapace di accettare il distacco dei genitori dalla vita e quindi anche da lei, unica arma di difesa in loro possesso per poter scegliere almeno le modalità della fine.
La cupezza del tema è indiscutibile ma l’espressione artistica non può imporsi censure, deve rappresentare ogni aspetto della vita e quindi anche la morte, per quanto possa risultare sgradevole. Quando poi il dolore del vivere incontra la poesia ecco nascere l’opera d’Arte.

O Morte, quanto sei amara,
se a te pensa un uomo
che ha giorni sereni e possiede abbastanza
vivendo senza preoccupazioni;
e a cui tutte le cose vanno bene
e ancora può godere del cibo!
O Morte, quanto sei amara!

O Morte, quanto sei benigna al bisognoso,
che è debole e vecchio,
pieno di ogni sorta di preoccupazioni,
e non ha più niente da sperare
né da attendersi di meglio!
O Morte, quanto sei benigna!

Johannes Brahms
[traduzione dal tedesco di Ferdinando Albeggiani]

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Jean Louis Trintignant,
l’allarme di Georges nel percepire il precipitare degli eventi
(© 2012 Les Films du Losange / X Film Creative Pool / Wega Film / France 3 Cinéma / ARD Degeto / BayerischerRundfunk / WestdeutscherRundfunk)

- Locandina italiana
- Jean Louis Trintignant è Georges
- Emmanuelle Riva è Anne
- Isabelle Huppert è Eva
- Michael Haneke sul set con i due protagonisti e a
  Cannes con la seconda Palma d’Oro della sua
  carriera dopo quella per Il nastro bianco

© 2012 Les Films du Losange / X Film Creative Pool / Wega Film / France 3 Cinéma / ARD Degeto / Bayerischer Rundfunk / Westdeutscher Rundfunk

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Amour
  • Regia: Michael Haneke
  • Con: Jean Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell, Ramón Agirre, Rita Blanco, Carole Franck, Dinara Droukarova, Laurent Capelluto, Jean-Michel Monroc, Suzanne Schmidt, Damien Jouillerot, Walid Afkir
  • Sceneggiatura: Michael Haneke
  • Fotografia: Darius Khondji A.SC., A.F.C.
  • Musiche: Franz Schubert, Ludwig van Beethoven, Johann Sebastian Bach e Ferruccio Busoni interpretate al pianoforte da Alexandre Tharaud
  • Montaggio: Monika Willi, Nadine Muse
  • Scenografia: Jean-Vincent Puzos
  • Costumi: Catherine Leterrier
  • Produzione: Margaret Ménégoz, Stefan Arndt, Veit Heiduschka e Michael Katz per Les Films du Losange, X Film Creative Pool e Wega Film in coproduzione con France 3 Cinéma, ARD Degeto, Bayerischer Rundfunk e Westdeutscher Rundfunk con la partecipazione di France Télévisions, Canal+, Ciné+ e Orf Film/Fernseh-Abkommen
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Francia / Germania / Austria, 2012
  • Durata: 127’ minuti
 
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