ALFREDO Jaar “It is difficult”…
di - pubblicato il 01 Dicembre, 2008 in Mostre
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Arte come denuncia di diritti violati che passa attraverso la geografia della emarginazione sociale, dell’urgenza umanitaria e dell’oppressione politica. Un’arte che si interroga, che scuote le coscienze. Un’arte critica, difficile, scomoda che non cerca compromessi, ma grida con tutti i linguaggi possibili il diritto di ogni individuo di essere libero.
Sono questi i tratti distintivi dell’opera di Alfredo Jaar, artista, architetto e film-maker, protagonista della mostra antologica “It is difficult” in corso a Milano, curata da Gabi Scardi e Bartolomeo Pietromarchi. L’iniziativa, di grande valore non solo politico e sociale ma anche emotivo, è stata promossa da Provincia di Milano e Fondazione Hangar Bicocca con il contributo di Regione Lombardia.

Va detto subito che “It’s difficult” è una mostra diversa, impegnata in cui l’estetica non è a servizio del ‘bello’, ma delle più grete azioni umane come ingiustizie, genocidi e violenze. E il modo in cui Jaar sceglie di veicolare i suoi messaggi cambia di volta in volta: dal video alla fotografia, dal lightbox a opere di dimensioni ambientali, dalla scultura all’istallazione. Punto di partenza e di arrivo è l’Africa.
Due le sedi prescelte per ospitare l’ampia rassegna del grande maestro cileno del contemporaneo che copre oltre vent’anni di attività. La prima è lo Spazio Oberdan in cui vanno in scena flash di vite spezzate, dimenticate e recuperate attraverso il filo della memoria. E’ un viaggio, quello che l’esposizione ci propone, tutt’altro che esotico, che ci porta alla scoperta di un continente piegato, annientato come ci raccontano le voci e i volti di vittime e testimoni del genocidio di massa consumatosi in Ruanda, raccolti nei ventuno lavori in “The Ruanda Project” (1994-2000) e qui esposti, o, in maniera altrettanto penetrate, lo sguardo di Guete Emerita, una donna che ha assistito al massacro della propria famiglia, o ancora l’abbraccio di due ragazzini.

A queste immagini efferate Jaar alterna fotografie che ritraggono la natura lussureggiante del paesaggio africano in tutta la sua bellezza messa, però, a repentaglio dai rifiuti tossici che dall’Italia partono illegalmente diretti verso i paesi del Terzo Mondo.
Così come all’urlo di dolore lanciato dai paesi africani, l’Occidente sembra rispondere con la retorica indifferente come lasciano intendere le opere dedicate ai media che per mesi ignorarono la strage che stava avvenendo in Africa. Il percorso espositivo, ritmato da momenti drammatici e sereni, si chiude all’insegna della speranza con la dolcezza poetica racchiusa nel film Muxima girato in Angola.
E’ sul significato della geografia intesa sempre come rapporto natura/cultura che riflette, invece, il “Logo for America”, il progetto esposto all’Hangar Bicocca, l’altra location della mostra, realizzato per un edificio di Times Square a New York. Qui troviamo opere di grandi dimensioni capaci non solo di catturare i nostri occhi ma anche di smuovere la nostra sensibilità.
In seguito entriamo nella grande scatola del “Sound of Silence” (2006), in cui tutto è giocato sul binomio vita/morte e bianco/nero. Al suo interno sono proiettati su uno schermo nero otto minuti di parole bianche che narrano la tragica storia del fotografo sudafricano Kevin Carter portato al successo dalla foto scioccante della bambina denutrita scortata da un avvoltoio, che ha fatto il giro del mondo e che purtroppo, in seguito a delle accuse, decise di togliersi la vita.

Da qui ci spostiamo prima ad Hong Kong tra gli esuli vietnamiti e poi in Brasile nel mondo dei minatori.
La seconda sezione della rassegna si conclude - in un movimento circolare - con la straordinaria installazione “Emergencia” (1998), una improbabile piscina nera e liquida, da cui emerge la tipica forma dell’Africa . Ed eccoci di nuovo nel continente nero.
Ma l’arte di Jaar, come è già stato detto, è un’arte che interroga il suo pubblico e a rafforzare questa prerogativa collabora il progetto pubblico “Questions Questions” che affianca la mostra di Alfredo Jaar, con quindici domande dirette, tutte sintetizzabili nella prima: “cos’è la cultura”, proposte alla società attraverso affissioni pubblicitarie e altri mezzi di comunicazione mediatica, incontri pubblici che convergeranno nel convegno internazionale che si terrà il 21 gennaio al Teatro Litta. Insomma, un modo per riportare al centro della realtà la cultura come strumento per ritrovare nuovi valori.

Mentre la sezione esposta all’Hangar Bicocca sarà visitabile fino all’11 gennaio, quella in mostra allo Spazio Oberdan sarà aperta fino al 25 gennaio 2009. Il catalogo è firmato da Edizioni Corraini con i preziosi contributi di Gabi Scardi, Bartolomeo Pietromarchi, Paul Gilory, Paolo Fabbri e Nicole Schweizer che ha curato le schede.