Alcuni petali a Milano
di // pubblicato il 25 Febbraio, 2011
In questo periodo le mostre presenti a Milano e in tutto il resto della Lombardia sono davvero tante e talmente particolari da meritarsi un’attenzione speciale e diligente, così ho pensato di andare a vedere quello che, pur essendo interessante, è stato lasciato da parte per questione di spazio o di tempo.
Poiché le condizioni atmosferiche continuano a essere così così, la prima location, bella e protetta dalle intemperie, che mi attira è quella del complesso delle Stelline con i bei chiostri e l’intelligente ristrutturazione alla quale è stata sottoposta anni fa. Ebbene la Fondazione Stelline ha organizzato, solo fino al 27 febbraio, la personale dell’egiziano Medhat Shafik (El Badari 1956) “Archetipi - Le origini del futuro”.

Il curatore, Arturo Carlo Quintavalle, ha scelto le opere in maniera che il pubblico riesca a capire il percorso poetico dell’artista, il suo ritorno al segno rupestre, agli archetipi dell’arte. La scenografia molto accattivante di questa esposizione è creata da un immenso “papiro” di carta (lungo più di 20 metri) e dalla carozza-culla fatta di garze e rame con dentro sabbia e pigmenti vari, elementi caratteristici delle sue opere. Si è accompagnati nel viaggio di scoperta dell’artista da queste “graziosamente” insolite sollecitudini che ricordano le origini mediorientali di Madhat e la sua preziosa capacità di fondere due mondi, quello europeo e quello nord africano.
Il Catalogo della mostra è stampato da Umberto Allemandi & C.
Nei suoi chiostri e lungo i monumentali scaloni d’onore, spazi davvero speciali, da gennaio 2011 è iniziato un nuovo ciclo di mostre “Collezioni alle Stelline”; la prima di questa serie è “Pittura Europea dagli anni ottanta a oggi. Opere dalla Collezione Alessandro Grassi”.
Si tratta di 25 grandi opere, scelte con oculata sensibilità dal curatore Pasquale Leccese (qui lasciate in deposito temporaneo sino al 2012) per ricordare le rivoluzionarie ricerche compiute dagli artisti italiani e stranieri in quegli anni così creativamente di fuoco.
Penso sia facile, guardando i quadri raccolti da Alessandro Grassi, rendersi immediatamente conto di quanto per lui fosse fondamentale il colore, tanto che, si dice, la scelta di un’opera era dettata soprattutto da questo elemento.
“Non stupisce allora che la sua predilezione di collezionista si sia indirizzata soprattutto agli anni Ottanta, l'epoca della riscoperta della pittura e in generale di una forma d'arte basata sui valori emozionali, principalmente veicolati dal colore, così diventa facile capire come le sue scelte siano state indirizzate verso questo periodo in cui la pittura tiene conto delle emozioni che possono sorgere davanti a un’opera.
Le opere esposte sono creazioni di Stefano Arienti, John Armleder, Pierpaolo Calzolari, Sandro Chia, Marco Cingolani, Enzo Cucchi, Walter Dahn, Marta Dell'Angelo, Marlene Dumas, Rainer Fetting, Markus Lupertz, Margherita Manzelli, Luca Pancrazzi, A.R. Penck e vanno, come si può notare, dalla Transavanguardia ai giovani dei nostri giorni. Per seguire con più facilità questa mostra è consegnata gratuitamente una pubblicazione (italiano-inglese) con i testi del curatore, di Francesca Pasini e di Giorgio Verzotti.

Le notizie riguardanti quanto viene organizzato nella Fondazione Stelline si trovano nel sito
Un’altra manifestazione che dura poco (in alcune gallerie finisce il 5 marzo), ma vale la pena di fare una scappata a Milano per vederla, riguarda la millenaria arte asiatica con la sua differente maniera di sentire e di percepire gli avvenimenti.
Le gallerie che si sono unite per fare vedere e capire questa così diversa sensibilità in tutte le sue declinazioni (l’anno scorso hanno fondato il gruppo “&”) sono sei e si sono prefisse lo scopo di allargare, ognuna con una mostra particolarmente curata, tutte le declinazioni e le sfaccettature di questa civiltà abbastanza lontana dalla nostra esperienza e cultura.
“Milano & Asian Art” è l’insieme delle esposizioni di quest’anno e prendono in considerazione tutto l’Oriente, dal vicino a quello lontano, cioè da Israele al Giappone regalando un itinerario artistico che si snoda nel centro di Milano inserendosi nel tessuto culturale di questa città così “mobile” e, direi, culturalmente succulenta. E’ ovvio che nel percorso sia stato inserito anche il Museo Poldi Pezzoli con la sua collezione permanente.
Ecco le mostre e le loro sedi:
- Capturing Beauty Antique Japanese Screens and Contemporary Ceramics, via Pontaccio 12
- Celeste – I tappeti dell’impero, via Manzoni 37
- Chinese Export Porcelai, via Borgogna 9
- Design: 80% Aria, via San Simpliciano 6
- Musicanti e Danzatori della Cina Antica, via Gesù 17
- Samurai. Arte al comando, via San Damiano 2
- Museo Poldi Pezzoli sua collezione, via Manzoni 12
E ora desidero finire andando in periferia, nella Triennale Bovisa, la nuova sede distaccata della Triennale di Milano, che si può raggiungere, senza problemi, con il famoso passante ferroviario, scendendo a Villa Pizzone. Il luogo ha un suo fascino particolare visto che intorno a suoi capannoni bianchi ci sono prati, vecchie fabbriche in disuso o riattivate anche con iniziative culturali, case dall’aspetto trasandato ma e simpatico.
Fino al 31 marzo lì dentro si può vedere “Happy Tech. Macchine dal volto umano” mostra che, unendo l’arte e la scienza, dimostra quanto la cultura sia universale, quindi unica, e quanto possa essere positivo il rapporto uomo-tecnologia. La realizzazione è della Fondazione Golinelli, che si occupa, soprattutto, dei giovanissimi (tra i 3 e i 13 anni), educandoli, con laboratori ad hoc, a godere della realtà proposta dagli artisti e dalla tecnologia moderna.
Le prime opere esposte sono quelle dei precursori quali Bruno Munari, Nam June Park o Godfrey artisti considerati, ai loro tempi, dei visionari, anche se sono riusciti, sempre, a battersi nel consigliare di non farsi sovrastare dalla tecnologia, facendola diventare una specie di gioco utopico.
La peculiarità dell’unione di arte e scienza deve essere quella di aiutare gli uomini a trovare, sviluppare e potenziare il lato migliore dell’uomo. Per orientarsi meglio tra questo dedalo di sensazioni indotte da macchine, robot e filosofia e stimolare la voglia di saperne di più, ogni opera è affiancata da una descrizione che permette di conoscere e sperimentare la tecnologia legata proprio a quell’opera.
L’artista che mi ha incuriosito di più è stato il newyorkese Tony Oursler: le sue “creature”, originate con una semplice proiezione di video su oggetti tridimensionali, inteneriscono e impensieriscono per la domesticità con la quale ti affrontano.

Sulla copertina del catalogo c’è scritto “arte ispirata dalla scienza + la scienza che l’ha ispirata” e, nel complesso, si tratta davvero di questo per cui trovo molto importante riuscire a sbrogliare, unendole, le matasse di questi due elementi come i curatori, Giovanni Carrada e Cristina Perrella, desiderano.