Albert Nobbs
di // pubblicato il 17 Febbraio, 2012
Drammatico saggio di antropologia, apologo sull’assurdità della condizione umana, la storia di Albert Nobbs è una tragedia implosa e trattenuta come il corpo del protagonista costretto nella sua uniforme.
Glenn Close ha inseguito la realizzazione di questo film per trent’anni e con l’aiuto del regista Rodrigo García, figlio dello scrittore Gabriel García Marquez, ci consegna un gelido dramma, freddo e calcolato, senza esplosioni di pathos e perciò forse anche più efficace nel far percepire il dolore di esistere di un personaggio costretto a nascondersi, che con perizia scientifica penetra dentro come una coltellata inferta lentamente.
Dublino, fine 1800, all’Hotel Morrison gestito dall’avida signora Baker, lo schivo e taciturno signor Nobbs è il ritratto del maggiordomo modello, puntuale ed efficiente senza mai una seppur minima sbavatura, sotto quella maschera d’impeccabile perfezione nasconde un intimo segreto inconfessabile.
In realtà Albert Nobbs è una donna che fin dall’adolescenza finge virilità inguainata in abiti maschili per garantirsi una vita dignitosa nella società chiusa e bigotta della cattolicissima Irlanda.

Tratto dal racconto The Singular Life of Albert Nobbs pubblicato nel 1927 dallo scrittore irlandese George Moore, tema portante della narrazione è la condizione femminile alla fine del diciannovesimo secolo. Un’accurata ambientazione storica contribuisce al ritratto di un mondo ostile in cui alle donne erano offerte poche alternative al matrimonio o alla vita di strada.
Attraverso le storie dei vari personaggi che ruotano intorno all’albergo siamo testimoni di inique disparità sociali e del consolidarsi di pregiudizi discriminatori molto diffusi; una gravidanza indesiderata diventa condanna per la donna che si è concessa prima di contrarre il sacro vincolo e porta addosso la sua colpa senza l’uomo, come fosse unica responsabile del concepimento accidentale di una nuova vita.

Albert Nobbs è prigioniero della sua finzione, talmente prolungata da aver perso anche il ricordo di ogni identità preesistente, acerbo nei sentimenti attraversa l’esistenza sognando piccole cose come l’orologio sul caminetto, immagini ideali di una serenità mai assaporata che egli crede capace di dissolvere ogni profonda solitudine interiore.
In una società fredda e moralista, sempre pronta a puntare l’indice su chi vorrebbe scegliersi una vita fuori dai canoni, spazzata da epidemie di febbre tifoidea per cui anche morire è futile espletamento da operarsi senza clamori, il piccolo maggiordomo caparbiamente trova comunque la via per coltivare le sue aspirazioni a un futuro migliore, anche in un mondo imperfetto, spietato e senza giustizia come questo.
Ma perfino le più innocenti illusioni hanno un prezzo che può risultare molto elevato.

Il dramma di esser costretti a negare la propria identità indossando maschere conformiste per essere accettati dal mondo, la difficoltà di coltivare un sano rapporto intimo con se stessi proprio quando si deve reprimere la propria natura e sopravvivere a un ambiente che impone questa lotta interiore sono temi universali che appartengono al vivere del genere umano, perciò attuali ancora adesso.
Glenn Close aveva vestito i panni di Albert Nobbs in una trasposizione teatrale Off-Broadway nel 1982 e da allora desiderava interpretarlo sullo schermo, così ha prodotto il film, cercato in Irlanda i luoghi per le riprese e partecipato alla stesura della sceneggiatura conquistando la sua sesta candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista.

Nel cast ricco di ottimi interpreti anche Mia Wasikowska, Aaron Johnson, Brendan Gleeson, Pauline Collins, Jonathan Rhys-Meyers e soprattutto Janet Mc Teer che per questo film ha ottenuto una candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista.