Ad Ancona per “L’Epoca d’Oro delle Icone Ucraine”.
di // pubblicato il 09 Marzo, 2010
Più ricche di colore e con uno stile che dimostra più interesse verso l’arte occidentale rispetto a quelle slave e bizantine, arrivano per la prima volta in Italia dalla lontana Ucraina più di quaranta icone insieme a una raffinata selezione di oggetti e paramenti liturgici, realizzati con preziose sete e decorate con ricami in oro e argento.
Sono le opere più preziose dalla Riserva Nazionale storico-culturale di Kyiv-Pechersk e del Museo Nazionale Andriy Sheptytskyi di Lviv che saranno esposte fino al 9 maggio nella mostra “L’Epoca d’Oro delle Icone Ucraine”, ospiti degli imponenti spazi della Mole Vanvitelliana di Ancona.
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La straordinaria raccolta delle preziose tavole, datate tra il XVI al XVIII secolo, offre l’opportunità di ammirare alcune delle icone fra le più note e venerate in Ucraina come della Vergine Odigitria, della Madonna della Chiesa della Trinità di S. Illya o della Madonna di Pochayiv.
In particolar modo la rappresentazione della Madonna Odigitria - dal greco antico colei che istruisce, che mostra la direzione - è un tipo di iconografia molto diffusa nell'arte bizantina ed è il tipo di immagine più popolare in Ucraina. Vi è raffigurata la Vergine rappresentata a mezzo busto con in braccio il Bambino Gesù seduto in atto benedicente. Gesù ha di solito un rotolo del Vangelo nella mano sinistra e dà la benedizione con la destra, indicato dalla Maria, da cui l’appellativo.
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Come per tutte le icone anche per quelle Ucraine le immagini ricorrenti sono quelle del Salvatore e della Vergine Maria, oltre a quelle degli episodi principali delle storie evangeliche e immagini tipiche dei santi della tradizione iconografica slavo-bizantina, come santa Paraskeva, i santi Antonio e Fedossio fondatori del monastero della capitale ucraina, Kiev, o San Nicola, egualmente venerato sia in Occidente, come San Nicola di Bari, che in Oriente.
Secondo una antica tradizione sarebbe stato l’apostolo Andrea, il fratello di Pietro, a predicare per primo il Vangelo nelle regioni attorno al Mar Nero. Ma bisogna giungere intorno all’anno mille per trovare delle comunità cristiane fiorenti nei territori dell’attuale Ucraina dove saranno essenzialmente i monaci bizantini a diffondere il cristianesimo.
In una prima fase la produzione delle icone locali si riallacciò direttamente alla produzione di Costantinopoli, da cui trasse stile ed ispirazione e solo in seguitole icone ucraine acquistarono una loro precisa identità, che rispecchiava anche le peculiarità delle diverse tradizioni locali.
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Nel corso del Cinquecento incomincia ad nascere una sorta di scuola ucraina. Sono infatti soprattutto gli artisti delle regioni ucraine della Galychyna e della Volynia a produrre opere significative, che pur conservando i temi ed i canoni di Bisanzio. Nei due secoli seguenti sono soprattutto le regioni di Kiev e di Cernighiv ad assumere un ruolo determinante nella produzione delle icone, mentre presso il Monastero delle Grotte di Kiev, il principale centro religioso della Chiesa Ortodossa in Ucraina, prende vita la scuola di pittura più aperta alle influenze dell’arte occidentale.
Come è stato sottolineato infatti le icone ucraine, a differenza di quelle bizantine e slave ricche d’oro ma povere di colore, presentano una cromia più accentuata, determinata dall’uso della luce che riempie i dipinti, seguendo le indicazioni dei teologi che insegnavano come il cielo benedicesse la terra con la sua luce.
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La rassegna curata da Serhiy Krolevets, Direttore Generale della Riserva Nazionale storico-culturale di Kyiv-Pechersk e da Giovanni Morello, Presidente della Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa, è sostenuta dall’Ambasciata di Ucraina presso la Santa Sede, dalla Regione Marche, dal Comune di Ancona, con il contributo del Rotary Club Ancona, si inserisce all’interno delle iniziative culturali in preparazione del Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà in Ancona dal 3 all’11 settembre 2011.
Accompagna l’esposizione il bel catalogo edito da Umberto Allemandi & C.