A single man

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 22 Gennaio, 2010

Ci sono film che uniscono un raffinato stile visivo ad un contenuto di forte impatto emotivo, sono le pellicole che preferisco perché appagano il mio senso estetico insieme al bisogno di pathos. Alcuni esempi nella mia personale classifica possono essere L’età dell’innocenza di Martin Scorsese, Lussuria di Ang Lee, In the mood for love e 2046 di Wong Kar-wai ma anche Carlito’s way di Brian De Palma e Barry Lyndon di Stanley Kubrick, senza dimenticare il Luchino Visconti di Morte a Venezia e Il gattopardo. Il film di Tom Ford A single man (Un uomo solo) appartiene senza ombra di dubbio a questa rara e speciale categoria superiore.

Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood pubblicato nel 1964, A single man racconta l’amore interrotto e il dolore della perdita nella vita dell’insegnante di letteratura George Falconer nella Los Angeles del 1962, durante la crisi dei missili a Cuba sotto la presidenza Kennedy. Sebbene gli eventi politici restino sfocati sullo sfondo, esprimendo perfettamente quanto un dolore intimo e irreparabile possa essere totalizzante nella vita di un individuo, annullando qualsiasi altra cosa per quanto grave o importante essa sia, la vicenda storica è fondamentale per trasmettere il senso diffuso nella collettività di assenza del futuro, la psicosi generale per l’imminente scoppio della guerra nucleare in contrapposizione con il dolore intimo del professore che, pur estraniandosi completamente dalle vicende del mondo, si sente anch’egli un uomo senza alcun futuro davanti.

L’intera storia si svolge nell’arco di una sola giornata molto particolare, dopo otto mesi di disperazione seguiti a un incidente stradale che ha strappato via l’amato compagno Jim dalla vita di George, senza possibilità alcuna di elaborazione del lutto perché la famiglia del defunto gli ha negato ogni partecipazione alle esequie, il professor Falconer ha deciso di mettere fine alla sua esistenza e prepara nei minimi dettagli il suo suicidio. Sapendo però che quello sarà l’ultimo giorno di questo suo passaggio terreno George inizia a guardare il mondo, le piccole cose, persino le persone che ha sempre disprezzato con la consapevolezza che le vedrà per l’ultima volta e così per contrasto è come se le vedesse per la prima volta. La luce nuova che illumina l’intero universo davanti ai suoi occhi, lo stupore che inaspettatamente lo assale davanti a tanta bellezza porta il professore a mettere in discussione continuamente il suo progetto.

La giornata definitiva del professor Falconer è punteggiata d’incontri casuali come quello con Carlos, un bellissimo gigolò spagnolo e il dialogo con la piccola Jennifer la figlia dei vicini incontrata alla banca, o pianificati come la cena a casa dell’amica di tutta una vita Charley, anch’essa impegnata a doversi inventare un nuovo futuro per fronteggiare la solitudine. Ma soprattutto gli incontri col giovane Kenny, uno studente attratto dal professore perché riconosce in lui un’affinità emotiva, si riveleranno decisivi.

A single man è un film sulla solitudine della condizione umana e Colin Firth è eccezionale nell’incarnare il sentimento dell’assenza e l’impossibilità a instaurare contatti umani quando la ferita interiore che ci si deve portare dietro è così profonda. In un bellissimo dialogo tra il professore e il giovane Kenny interpretato da Nicholas Hoult, i due si raccontano il rapporto che hanno col tempo, la difficoltà a lasciar scorrere via il passato ancora troppo amato, a vivere pienamente il presente e ad aspirare al futuro senza angosce e paure. Due battute sono per me scintille che illuminano il pensiero, lo studente che alla domanda del professore su come si approcci al presente risponde “spero solo che passi presto!” e il bilancio che George fa sulla sua vita quando afferma “gli unici momenti in cui ne è valsa davvero la pena sono quelli in cui sono riuscito a stabilire un contatto con un altro essere umano”.

Per visualizzare questo disinteresse alla vita del personaggio protagonista, il regista Tom Ford ha voluto una fotografia dai colori sbiaditi al limite della monocromia ma ogni volta che George è colpito dalla visione della bellezza, sia essa negli occhi verdi di una segretaria del college, nei pettorali nudi degli studenti che giocano a tennis o nel rosso splendente di una rosa in giardino, i colori vivi e brillanti tornano a inondare le immagini riportando il professor Falconer a contatto con la sua forza vitale, in un viaggio di ritorno dalla più profonda oscurità verso la luce.

L’essenza del film è sintetizzabile nell’invito a vivere ogni giorno della propria vita come se fosse l’ultimo, alla scoperta della bellezza che nonostante la diffusa crudeltà umana è racchiusa in ogni cosa. Colin Firth offre forse la sua interpretazione migliore in assoluto, alla scorsa Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è stato meritatamente premiato con la Coppa Volpi come miglior attore protagonista e anche la presenza di Julianne Moore è perfetta nel ruolo dell’amica del cuore Charley che tenta d’allontanare con il gin, la musica e l’allegria (forzata) il precipitare nel buio della propria esistenza.

Lo stilista di fama internazionale Tom Ford è qui all’esordio nel mondo del cinema come produttore e regista, dopo aver fondato nel 2004 una sua casa di produzione cinematografica, la Fade To Black. Il gusto raffinato per il dettaglio fa di molte inquadrature delle immagini che per la loro bellezza potrebbero essere esposte e vivere di vita propria, mi ha colpito una in particolare con un primo piano che comprende una cagnetta bianca e nera con il viso di George che l’annusa dolcemente a occhi chiusi posandole le labbra sulla testa, mentre sulla sinistra dello schermo un occhio della padrona che tiene in braccio la cagnolina esprime tutta la sconvolta perplessità per un atteggiamento del professore ritenuto del tutto sconveniente.
Il film di Tom Ford mi ha toccato nel profondo perché ho visto in George, che in fondo è l’alter ego emotivo del regista stesso, aspetti che appartengono al mio essere più intimo e l’identificazione è stata totale. La ricerca quasi ossessiva della bellezza come primaria esigenza quotidiana, il culto del ricordo e la nostalgia per ciò che è passato sono segni indiscutibili di un temperamento romantico che sento intimamente appartenermi. Solo in tempi recenti ho fatto qualche progresso nel tentativo di liberarmi da un eccessivo attaccamento alla memoria, con una domanda racchiusa nel cuore ho iniziato a vivere meglio il presente lasciando andare il passato dissolto e il futuro inesistente alla loro speculare inconsistenza. La domanda che mi aiuta a tenere la rotta la devo alla bellissima canzone Invito al viaggio di Franco Battiato che nella sua parte finale ci interroga: “…sai dire addio ai giorni felici?”

A single man è una sinfonia di emozioni, fatta di adagi, crescendo e perfino allegretti con l’ironia dei goffi tentativi di suicidio, è pieno di rimandi ed influenze ad alcune delle cose che amo di più, come la fotografia di Herb Ritts, alcune inquadrature su Nicholas Hoult che sembrano uscite da un libro di Bruce Weber e la musica di Shigeru Umebayashi, già autore dello struggente Yumeji’s Theme da In the mood for love di Wong Kar-wai che è ormai incastonato indelebilmente nella mia esistenza. Un capolavoro assoluto che tornerò certamente a vedere presto su grande schermo.

Da sempre la prima cosa che considero e che mi condiziona nella scelta di andare o no a vedere un film è il nome del regista, ci sono autori che seguo comunque, “per contratto” come uso dire abitualmente scherzando qualsiasi storia abbiano da proporre sullo schermo, da oggi anche l’esordiente di lusso Tom Ford è entrato a far parte di questa cerchia ristretta.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: A single man
  • Regia: Tom Ford
  • Con: Colin Firth, Julianne Moore, Matthew Goode, Nicholas Hoult, Jon Korta Jarena, Paulette Lamori, Ryan Simpkins, Ginnifer Goodwin, Teddy Sears, Paul Butler, Aaron Sanders
  • Soggetto: basato sul romanzo Un uomo solo di Christopher Isherwood
  • Sceneggiatura: Tom Ford, David Scearce
  • Fotografia: Eduard Grau
  • Musica: Abel Korzeniowski
  • Musica addizionale:
    Shigeru Umebayashi
  • Montaggio: Joan Sobel
  • Scenografia: Dan Bishop
  • Costumi: Arianne Phillips
  • Produzione: Tom Ford, Chris Weitz, Andrew Miano e Robert Salerno per Fade to Black in associazione con Depth of Field
  • Genere: Drammatico
  • Origine: USA, 2009
  • Durata: 95’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Un doloroso risveglio quotidiano per
  George Falconer, Colin Firth
- L’abbraccio dell’amica Charley,
  Julianne Moore
- L'invadente simpatia del giovane Kenny,
  Nicholas Hoult
- L’incontro casuale con Carlos,
  Jon Korta Jarena
- George e l’amica Charley tentano
  di  assaporare  le cose semplici del
  presente, il qui e ora!
- Colin Firth premiato con la Coppa Volpi
  al 66° festival di Venezia 2009
- Il regista esordiente Tom Ford sul set