Wolfango
di // pubblicato il 12 Giugno, 2008
di Gian Luigi Zucchini
Potevano stupire, e suscitare perplessità, le piccole nature morte che già nell’antico, diciamo dalla fine del Trecento in poi, venivano tracciate come cenni di completamento in grandi quadri sacri, dove santi e Madonne imperavano tra colori effusi e cromatismi smaglianti. 
Così oggi stupisce, e per davvero, questa pittura materica, forte, robustamente potente di Wolfango, un pittore bolognese che espone, fino al 22 giugno, le sue opere presso il Museo della Sanità (v. Clavature, 8 – Bologna. Catalogo University Press a cura di G. Campanini – E. Riccòmini).
Mostra voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio bolognese, presieduta dall’ex rettore dell’Università di Bologna prof. Roversi Monaco, che ha sollecitato il pittore, assai poco propenso a diffondere quanto va facendo, a questa esposizione di grande efficacia visiva e di stupefacente rivelazione.
Wolfango era, ed è ancora, pressoché sconosciuto. 
Egli non ha mai voluto mostrare le sue opere, finché non ne fu quasi costretto, soprattutto dal critico e storico dell’arte Eugenio Riccòmini, che lo scoprì per caso, restando stupefatto dalla vigoria, dalla potenza quasi esplosiva di una pittura che non era collocabile in alcuna linea, in alcuna scuola, lontana da tutti gli “ismi” del secolo, efficace soltanto per una visione che deflagra davanti a chi stupefatto la sta guardando.
Si tratta sempre di nature morte: verdure, frutta, frammenti di oggetti, conchiglie, giocattoli accatastati nel grande cesto delle meraviglie infantili. 
Philippe Daverio, che per caso vide queste pitture, ne fu entusiasta e profondamente sorpreso. “Wolfango è un caso tra i più particolari ch’io abbia avuto la fortuna di osservare nel mondo delle arti – scrive nel catalogo – Quando lo vidi per la prima volta…mi colpì il vigore del suo lavoro che combinava dimensioni e assoluta rarità delle opere”. E conclude poi: “Ne parlai allora con gli esperti ufficiali della critica d’arte. Non erano riusciti a classificare l’evento e quindi non lo prendevano in considerazione”. 
L’equivoco, malefico e perverso, dell’oggi sta proprio in questo rigido e ottuso schematismo della mente la quale, mentre sembra aperta ad ogni esperienza, resta invece assolutamente chiusa a chi non si schiera, a chi non si colloca da qualche parte; favorevole a chi scandalizza per puro piacere trasgressivo, ma non a chi scandalizza invece per la potenza di una pittura realizzata nel piacere di interpretare, enfatizzando dimensioni e turgore di colori e forme, oggetti del quotidiano, della vita.
Stupore dunque, unito all’ammirata sorpresa, alla vista di una pittura che lasciò stupefatto anche Federico Zeri, il quale scriveva: “Ho visto la mostra di Wolfango a Bologna e ne sono rimasto molto impressionato. Lo considero un fenomeno di straordinaria importanza…Io considero Wolfango un pittore grande, veramente grande, che ha assorbito, digerito e rielaborato la pop art, l’iperrealismo e che conosce a perfezione la pittura antica e moderna. È un grande pittore davanti al quale io posso dire soltanto una cosa: rimango impressionato ed ammirato”. 
Altri giudizi non occorrono, dopo questo, definitivo, del grande critico.
Le opere di Wolfango, almeno alcune di esse, dovrebbero essere collocate in qualche museo d’arte contemporanea, senza tentennamenti, senza timori o turbamenti. Potrebbero, per esempio, occupare in modo degnissimo un posto nel nuovo museo di arte moderna della sua città, ma l’inarrestabile e ormai endemica decadenza culturale di Bologna, lo impedirà.
Wolfango resterà purtroppo il grande, importante e insuperato ignoto del suo tempo.

La Redazione esprime un particolare ringraziamento alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna per la gentile concessione di questa ampia rassegna di immagini a integrazione dell'articolo del prof. Gian Luigi Zucchini