Villa Regina Margherita a Bordighera
di // pubblicato il 08 Agosto, 2011
di Valentina Martini
Villa Regina Margherita a Bordighera. Casa museo. Casa di chi? Della compianta Regina Margherita. Trasformata in museo. Per quale collezione? La collezione di Guido Angelo e Gianna Terruzzi. Riflettevo, uscendo dall’autostrada, sulla mia disposizione nei confronti di questa visita, preparata dalla lettura dalla sua recensione uscita sul nostro Magazine pubblicata il 13 giugno 2011.
Riflettevo su cosa fosse una casa museo. La caratteristica che rende unica una casa museo è quella di far assaporare al visitatore la stessa aria, lo stesso spirito che ha mosso le fila delle vite dei suoi abitanti che ne hanno impresso col tempo la loro identità.
Ma Guido Angelo Terruzzi e famiglia mai abitò quelle sale che ora ospitano la loro quadreria. Una delle più importanti al mondo, affidata in comodato d’uso alla Provincia di Imperia e, tramite questa, alla cittadina di Bordighera. Chiamarla casa museo non avrebbe avuto senso. Neppure la presenza di un arredo, per quanto inestimabile, della migliore manifattura italiana ed europea, non poteva valere, nei miei pensieri, questa definizione.
Anche un elemento dell’allestimento stride con la volontà di ricreare l’atmosfera di una casa museo. Biglietteria e Bookshop dovrebbero essere preferibilmente posizionati lontani dal percorso. La biglietteria è troppo vicina alla prima sala espositiva e quindi fonte di un poco elegante “effetto a tappo”, mentre il bookshop è ospitato nell’antica biblioteca della Regina. Qui lo spazio certamente non mancava. A tali ambienti si sarebbe potuto adoperare, ad esempio, la costruzione posta all’ingresso del parco che conduce alla villa per vialetti che si snodano tra rare essenze, pitosfori, agavi, bossi, palme ed ulivi.
Nonostante ciò il percorso è affascinante, curato dalla Direttrice Annalisa Scarpa, si percepisce che il suo tocco è dovuto anche alla sua amorevole attività di consulente d’arte per la famiglia Terruzzi. La collezione è ineguagliabile. Da togliere il fiato.

Dalle preziosissime tavole a fondo oro di importanti rappresentanti della scuola toscana e veneta tra Trecento e Quattrocento come Bicci di Lorenzo e Bartolomeo Vivarini, collocate nella prima sala, un tempo cappella della villa, si giunge, nei seguenti ambienti, ad ammirare opere del Seicento e Settecento italiano e straniero.

Se l’attenzione si impressiona sulle innumerevoli opere di scuola ligure rappresentate da Gioacchino Assereto, Domenico Fiasella, Bernardo Strozzi e Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, emiliana con Agostino Carracci, Benedetto Gennari e Giuseppe Maria Crespi ed infine napoletana con Jusepe de Ribera, Luca Giordano, del suo allievo Paolo De Matteis e Francesco De Mura, colpisce che la maggior parte dei quadri selezionati siano a tema paesaggistico, naturalistico.
Il tema paesaggistico si presta ad offrire una campionatura estremamente rappresentativa delle opere di un grande pittore di paesaggio genovese, Alessandro Magnasco detto il Lissandrino (1667-1749), ma affiora in una selezionata scelta di tele Sei-Settecentesche come quelle di Francesco Londonio (1723-1783), pittore molto amato dai Terruzzi, di Hubert Robert (1733-1808), di Charles Joseph Natoire (1700-1777), dei “caldi” romani Paolo Anesi (1697-1773) e Andrea Locatelli (1695-1741), del fiorentino Giuseppe Zocchi (1711-1767) e del fiammingo naturalizzato romano Hendrik Frans Van Lint (1684-1763).

Sempre sotto questo segno, occupa una particolare rilevanza nel percorso espositivo la natura morta con opere di Baccio del Bianco (1604-1656) e Felice Ficherelli (1605-1660), del celebre Maestro della Fruttiera Lombarda, di Antonio Rapous (1730-1819), di Giovanni Stanchi “dei Fiori” (1608-1675c.), di Bartolomeo Bimbi (1648-1730), Carlo Magini (1720-1806) e di Luigi Scrosati (1814-1869). Per citare le opere degli autori stranieri attivi in questo genere ed esposte nelle sale, quelle del celebre allievo di Pieter Brueghel il Giovane, il fiammingo Frans Snyders (1579c. – 1657), i francesi Jean Baptiste Lallemand (1716-1803), ed infine di Jean Baptiste Oudry (1686-1755).
Questo amore collezionistico per il genere naturalistico, paesaggio o natura morta che sia, lascia fortemente impressionati e non può che sollevare interesse sui Terruzzi, verso il loro sentire estetico. Il loro sentire, amare e vivere che si riversa nell’apprezzamento degli scenari naturali.

Questa selezione di quadri ci avvicina ai loro collezionisti. “Et in Arcadia Ego”. Come i Terruzzi, lo spettatore si immerge nella contemplazione della natura.
Ma questa nota di poesia, che ci piacerebbe vedere sviluppata in una prossima mostra, non lascia scampo a scrivere ancora una nota sull’allestimento. Se l’impianto di climatizzazione è stato studiato in modo impeccabile, sono stati studiati appositi mobili di contenimento che riproducono il disegno della boiserie delle stanze, eppure, l’apparato illuminotecnico sembra non possedere la stessa finezza dal momento che, probabilmente, l’alimentatore utilizzato per la tecnologia a led deve essere difettoso, accompagnandomi nella visita con un fastidioso ronzio e illuminazione ad intermittenza.
Seduta sui gradini ho quindi immaginato il Cavalier Terruzzi arrivare per la prima volta a Bordighera in una giornata settembrina, quando ancora nulla di autunnale si scorge in questo luogo e rimanerne affascinato. Ho immaginato vederlo arrivare per via Romana e scorgere Villa Margherita. Ho immaginato che vi fosse stato un amore a prima vista.
Anche la Regina Margherita rimase folgorata da Bordighera nel suo primo soggiorno, nel 1879, avvenuto a settembre. Forse arrivando per via Romana dovette aver riconosciuto in quel pendio un luogo eccellente per farvi costruire, tra il 1914 e il 1916, la sua residenza, su progetto dell’architetto Luigi Broggi.
Allo stesso modo, l’amore della Regina per le arti, così sapientemente esaltato nella mostra temporanea Margherita. Regina d’arte e cultura fa risaltare, in stringente parallelo, l’immagine del Cavalier Terruzzi, che dedicò la sua vita alla passione dell’arte.
Dimora storica quindi lo è dal momento che vi si respira la stessa regalità dell’arte.