Un secolo a ritmo di jazz
di - pubblicato il 07 Dicembre, 2008 in Mostre
“Il secolo del jazz. Arte, cinema, fotografia da Picasso a Basquiat” in mostra al Mart di Rovereto vuole delineare la lunga e costante influenza che questo trascinante genere musicale ha avuto su tutto il secolo, attraverso una lettura multidisciplinare che testimonia come qualsiasi tipo di arte visiva, e non solo, sia stato contagiato dal ritmo frenetico del jazz, dalla pittura alla grafica, dalla fotografia al cinema, passando anche per la letteratura. Non ci sono limiti di movimento artistico, il visitatore è risucchiato all'interno di un mondo visivo e sonoro, scandito da una “timeline” che ripercorre tutto il secolo e traccia la linea rossa della musica jazz dalle prime testimonianze dell'inizio del '900 fino ai giorni nostri. L'esposizione, come è stato ben sottolineato sia dall'ideatore e curatore Daniel Soutif che dalla direttrice del Mart Gabriella Belli, non vuole ricreare una storia della musica ma indagare il rapporto stretto tra musica e arte, presentando tutto ciò che la musica ha rappresentato per l'immaginario di artisti, designer, fotografi.
Il progetto nasce al Mart ma è appoggiato anche dal Musée du Quai Branly di Parigi e dal Centre de Cultura Contemporània de Barcelona nei quali la mostra verrà esposta dopo Rovereto. E' un evento che non ha precedenti e presenta vere e proprie rarità e artisti, soprattutto afro-americani, poco conosciuti in Europa ma ben noti, invece, negli Stati Uniti perchè esponenti di rilievo della cultura figurativa americana.

Le radici del jazz si trovano nella cultura popolare dei neri americani; nasce dall'evoluzione delle cadenze delle work song, dalla potenza vocale dei gospel, ma muove i primi passi dal ragtime. La parola jazz appare scritta per la prima volta nel 1913 sul San Francisco Chronicle ma non è riferita ad una musica, viene presentata come parola futurista con un significato simile a vita, vigore, energia, effervescenza e caratterizzata da un bel suono. L'origine ufficiale del genere avviene nel 1917. In quest'anno, infatti, vengono chiusi i quartieri a luci rosse di New Orleans dove il jazz era cresciuto e i musicisti sono costretti a spostarsi anche in altre città, soprattutto New York e Chicago.
Il jazz è legato, come i generi precedenti, alla condizione dei neri americani rispetto a quella dei bianchi; oltre a basarsi sul ritmo in levare, la scala di note usata è quella delle Blue Notes nella quale il blu non è solo un colore, ma un sentimento malinconico e struggente. Molte espressioni musicali e danzate erano inizialmente nate come presa in giro dei bianchi e di modi di dire dei bianchi nei confronti dei neri, come il “cake-walk” e le “coon songs”, poi diventate di moda. Alla fine dell'Ottocento erano molto diffusi, dall'altra parte, spettacoli di presa in giro dei neri con bianchi mascherati e truccati come tali (minstrels). Sarà basilare per lo sviluppo del jazz il rapporto visibilità-invisibilità. Paradossalmente, in questo gioco continuo di specchi tra bianchi e neri, nel quale non si sa, spesso, chi imita chi, la prima band ad incidere un pezzo di musica jazz è bianca: l'Original Dixieland “Jass” Band.
L'esposizione si apre con le prime testimonianze anteriori al fatidico anno 1917 , con spartiti, disegni come quello di Picasso, video originali. “L'Età del jazz”, come l'ha definita lo scrittore Francis Scott Fitzgerald in una nota serie di racconti, è già cominciata: la parola jazz per lui non designa solo un genere musicale, ma tutta una società e una generazione. Mentre Louis Armstrong e Duke Ellington fanno ballare e innamorare l'America bianca insieme alle voci di Bessie Smith e Billie Holiday, la cultura nera ha una propria rinascita e assume una identità propria attraverso l'opera di artisti e scrittori afro-americani. Con la prima guerra mondiale le truppe dei soldati diffondono il jazz anche in Europa, attraverso quel centro nevralgico della cultura che è Parigi. Da qui si diffonde il “tumulte noir” con Josephine Baker. Nelle sale che si riferiscono a questi anni si trovano le fotografie di Man Ray, poster, video di tip tap, locandine, opere di Stuart Davis, Marcel Janco, Francis Picabia, Otto Dix, Fernand Leger, Jean Cocteau...tutti in preda alla follia del jazz!

Ci si ritrova all'improvviso immersi in un magma di suoni, colori, musiche, figure in preda al ritmo frenetico o a romantiche melodie. Si percorre il periodo dello Swing degli anni '30 con le grandi orchestre nere e bianche; si possono vedere le prime copertine di disco, i quadri di Kupka, le fotografie di Carl Van Vechten. Sulle copertine delle riviste sorridono Cole Porter, Ella Fitzgerald, Count Basie, Fred Astaire danza con Ginger Rogers, George e Ira Gershwin compongono le loro canzoni.
Proseguendo si attraversa il periodo della seconda guerra mondiale con il Boogie Woogie: Piet Mondrian che ne era un grande appassionato gli dedica un quadro e lo farà in tempi successivi anche Guttuso; Matisse, già interessato alla danza si fa coinvolgere anche dal jazz e gli dedica un libro d'artista. Nel dopoguerra è il Bebop di Charlie Parker e Dizzy Gallespie a riscuotere il successo maggiore fra gli artisti, in particolare quelli astratti. Jackson Pollock dipingeva i suoi drippings ascoltando jazz, riportando quindi sulla tela la spontaneità e l'improvvisazione dei musicisti. Molti musicisti sono anche pittori e si trovano diversi esempi in mostra. Forte è il contributo degli artisti alla grafica dei dischi e poi dei cd, tra gli altri si può notare anche la mano di Andy Warhol.

Proprio osservando le copertine dei dischi si nota come negli anni '50 e '60 ci sia una sorta di strappo tra West a East Coast: da una parte San Francisco dall'altra New York, il jazz considerato più bianco (cool jazz) contro quello che doveva, invece, mantenere lo spirito nero:il gioco di specchi da cui nasce il jazz ritorna sempre all'interno della sua storia. Nel 1950 l'album “Free Jazz” di Ornette Coleman apre una nuova stagione della musica, in coincidenza con le lotte di liberazione dei neri e in copertina si trova una riproduzione di White Light di Pollock. Legato a questo genere è il lavoro di Bob Thompson, artista da poco riscoperto.
I musicisti e i cantanti jazz hanno avuto sempre un posto di rilievo nella produzione fotografica, ma molto interesse è stato riservato loro anche dal cinema e dall'animazione, come ricordato anche in mostra con la proiezione di brani di film tra i quali “La notte” e “Ascenseur pour l'échafaund”. Esiste però un grande numero di “Soundies”, cioè cortometraggi molto diffusi tra gli anni Trenta e Quaranta che avevano la funzione dei videoclip moderni.
Il jazz continua anche in epoca contemporanea ad essere fonte di ispirazione per ogni genere di artista dal pop al minimale, dall'arte povera al concettuale; si amplia la possibilità per i neri di esprimere la propria creatività: emblematica in questo senso l'opera di Jean -Micheal Basquiat.
Chiusura perfetta di questa esposizione è l'installazione di David Hammons, “Chasing the Blue Train”, un treno blu della musica che dopo la fine del XX secolo, il secolo del jazz, continua a correre sulle rotaie di questo secolo ancora tutto da scoprire.
Come sempre il Mart di Rovereto presenta una mostra non solo di qualità, ma anche molto stimolante, grazie al suo carattere moderno e multidisciplinare, che vale assolutamente la pena di andare a vedere di persona!
Mart Rovereto fino al 15 febbraio 2009
Catalogo edito da Skira