Ugo Mulas, la scena dell’arte
di // pubblicato il 23 Luglio, 2008
di Daniela Vannini
La vita racchiusa tutta in un clic. Per Ugo Mulas, il compito del fotografo è “individuare la sua realtà”, il resto lo fa la macchina. E lo si capisce proprio visitando la retrospettiva “Ugo Mulas. La scena dell’arte” che – dopo il successo di Roma e Milano – si è aperta alla Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino (GAM) fino al 5 ottobre 2008.
La mostra proiettata su tre sedi diverse è stata resa possibile grazie alla collaborazione con l’Archivio Ugo Mulas e ripercorre le tappe più importanti della ricerca dell’artista bresciano, che ha cambiato le sorti della fotografia, a partire dagli anni ’50, quando comincia a ritrarre il bar Jamaica a Milano dove gli artisti amavano incontrarsi, fino agli anni ‘70.

Oltre alle 600 immagini già esposte nella sede romana e milanese, l’esposizione di Torino riserva al visitatore una selezione di opere pressoché sconosciute al grande pubblico.
Si tratta di circa 100 pellicole inedite a colori mai stampate dall’artista raccolte in 30 teche retroilluminate che invitano l’osservatore a scoprirne i segreti.
Tante sono le opere da vedere: si spazia dalle Biennali di Venezia ai ritratti, dalla selezione di fotografie che segnano il passaggio dal reportage all’indagine espressiva del mezzo visivo all’esperienza di New York, dalle nuove ricerche (1967-1969) alle Verifiche.
Di formazione autodidatta, Mulas (1928 - 1973) approda dapprima nel mondo del fotogiornalismo nel 1954 imponendosi in diversi settori della fotografia. Le sue foto sono apparse su riviste come “Vogue”, “Domus”, “Settimo Giorno”, “Rivista Pirelli”, “Novità” e “Du”.

Ma è soprattutto attorno al mondo dell’arte che gravita la vita e l’interesse di Mulas fotografando le edizioni della Biennale di Venezia dal 1954 al 1972 cui è dedicata una delle sezioni della mostra che documenta l’evolversi dei movimenti artistici internazionali in questi vent’anni.
Strabiliante la galleria dei ritratti: si passa dal reportage alle foto in studio fino a veri e propri ritratti. Protagonisti sono artisti, galleristi, collezionisti e critici, ma soprattutto amici come Fontana, Burri, Ceroli, Pascali e Manzù sorpresi spesso dal suo occhio curioso nell’atto creativo.
Stregato dalla vitalità della scena artistica newyorchese durante il suo soggiorno americano del 1964, Mulas si apre alla sperimentazione esplorando diversi percorsi comunicativi. E quindi crea immagini per libri, cataloghi e perfino per scenografie teatrali e provini, superando così la tradizione del reportage classico.
Lui, mago della fotografia in bianco e nero, scopre il colore – come ho già annunciato - come linguaggio della modernità. Inizia un processo critico sulla fotografia che sfocia anche nella ricerca sul colore che si percepisce guardando, per esempio, le fotografie di Roberto Crippa della metà degli anni ’60 ritratto nel cortile di via Rossini. Qui, c’è un uso materico del colore che rivela l’amore di Mulas per il colore e l’importanza della straordinarietà del comune, del quotidiano, dell’insignificante. Tuttavia, il bianco e nero rimane nel suo dna.
E come lui stesso scrive “ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà; dopo di che, tutti gli attimi si equivalgono. Circoscritto il proprio territorio, ancora una volta potremo assistere al miracolo delle immagini che creano se stesse…grazie all’apparecchio, noi accettiamo la vita in tutta la sua realtà, quindi anche ogni suo attimo fuggitivo, e siamo giunti, o tornati a quel tempo mitico dove gli oggetti si delineano da sé, senza l’aiuto della matita dell’artista”.

L’occasione, l’incontro sono per Mulas di vitale importanza, lui sembra divenire un tutt’uno con l’evento pur privilegiando l’indagine, l’osservazione, anzi la verifica.
Le Verifiche – che l’artista inizia nel 1968 fino agli ultimi anni di vita – sono la chiara dimostrazione di questa dimensione speculativa dell’arte di Mulas. Sono veri e propri documenti di attività. C’è questa volontà di toccare con mano, di verificare appunto.
E allora entra in scena l’azione creativa in medias res diretta non solo a riprendere il pittore mentre crea, ma è lui che riprende se stesso nell’Autoritratto per Lee Friedlander (1971) nel gioco dello specchio che proietta la sua ombra nell’atto di fotografare suggerendo la voglia di Mulas di coinvolgimento e insieme di distacco dalla macchina che non gli appartiene.
Sarei quasi tentata di chiamarla metafotografia. Altrettanto enigmatica La didascalia. A Man Ray in cui il pittore indica una cornice vuota appoggiata a una parete e dice “ça, c’est mon dernier tableau”. Qui, non è il gesto a evocare, bensì la parola che crea il quadro stesso. La frase, quindi, diventa l’opera di Man Ray, ma al contempo la fotografia di Ugo Mulas.

Per chi desidera approfondire l’opera di Ugo Mulas è disponibile il catalogo Electa.
Per maggiori informazioni:
www.gamtorino.it
Daniela Vannini
DIDASCALIE
Per tutte le foto:
© estate Ugo Mulas
Tutti i diritti riservati
- Roy Lichtenstein con Leo Castelli nella sala di Lichtenstein.
XXXIII Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, 1966
- Andy Warhol, New York 1964
- Signora Scull, New York 1964
- Giorgio De Chirico, 1968