Sant’Antonio
di // pubblicato il 30 Novembre, 2008
Oggigiorno la figura di Sant’Antonio da Padova gode di una fama consolidata ormai da secoli. Santo taumaturgo per eccellenza, invocato da orfani, naufraghi, prigionieri, vetrai e molti altri, Antonio riscosse grande successo già in vita. Folle gremite assistevano concentrate alle sue prediche e numerosi miracoli gli furono attribuiti ancor prima della morte. Sulla scia di questa devozione, Antonio fu canonizzato immediatamente l’anno dopo la sua morte e la parabola si concluse nel Novecento quando venne eletto dottore della chiesa.
Nonostante questo a livello bibliografico le vicende riguardanti Antonio incappano spesso in varie difficoltà interpretative a differenza di quelle di Francesco universalmente conosciute e attestate. Spesso erroneamente ricondotto all’altro Antonio, l’Antonio Abate che vanta grande presenza iconografico, Antonio colleziona nel tempo moltissimi attributi iconografici che gli fanno avere una delle araldiche santorali tra le più nutrite, ma quasi tutti questi attributi sono ispirati alle iconografie di altri santi. Tra tante varianti la costante fissa resta sempre una: l’abito francescano.
Cenni Bibliografici
Non è inconsueto trovare come denominazione per il Santo “S. Antonio di Padova”, la locuzione non potrebbe essere più sbagliata perché egli non fu originario di Padova, bensì del Portogallo.
Nato a Lisbona nel 1195 da una nobile famiglia portoghese Antonio, battezzato con il nome di Fernando di Buglione, a soli quindici anni iniziò il suo percorso spirituale come novizio. Giunto a Coimbra diciassettenne poté, per otto anni, nutrirsi nella grande biblioteca che la comunità monastica custodiva. A ventiquattro anni fu ordinato sacerdote ma, ben presto, deluso dai risvolti politici che perversavano anche all’interno dell’ordine agostiniano del quale faceva parte, decise di abbandonarlo per avvicinarsi invece al francescanesimo, alla sua semplicità e al suo attivismo religioso. Nel 1220 giunsero nella cittadina portoghese i corpi di cinque francescani decapitati in Marocco, questa fu l’occasione che Fernando (non ancora Antonio) attendeva. Immediatamente si convertì al francescanesimo e cambiò il nome in Antonio, in onore dell’abate ed eremita egiziano. Imbarcato verso l’Africa con l’intento di evangelizzare le popolazioni mussulmane e con la vivida speranza che la sua avventura potesse terminare con il martirio, fu però colto da una febbre malarica che lo costrinse a rimpatriare. La sua nave, in balia di una tempesta, perse la rotta e approdò sulle coste siciliane. Giunto in Italia Antonio colse l’occasione per andare ad Assisi dove si stavano avviando i lavori per il “Capitolo delle stuoie” e a S. Maria degli Angeli ebbe modo di ascoltare Francesco, ma i due non si conobbero mai personalmente. Il silenzioso fraticello che conosceva solamente il latino, non ancora pronto per la predicazione fu inviato, al termine del capitolo, come sacerdote nell’eremo di Montepaolo presso Forlì. Proprio qui, in occasione di alcune ordinazioni sacerdotali del 1222, il frate prese parola e per tutti fu una rivelazione. La profondità della sua conoscenza teologica e delle sue riflessioni furono subito colte. Per Antonio la riflessione teologica risultava essenziale nel movimento antieretico. Queste voci giunsero anche a Francesco che, pur avendo sperato che preghiera e umiltà bastassero, preoccupato com’era del divario che c’era tra studio e vita attiva, si vide costretto ad approvare lo spirito di Antonio con queste parole:
“Al fratello Antonio, mio vescovo, auguro salute. Approvo che tu insegni teologia ai frati, purché, a motivo di tale studio, tu non smorzi lo spirito della santa orazione e devozione, come è ordinato nella Regola. Sta sano”.
Avvolto dal compito di predicatore Antonio venne mandato nelle Romagne e in seguito in Francia a predicare il verbo divino e a combattere le eresie che si andavano rapidamente diffondendo.
Nel 1227 partecipò nuovamente a un capitolo assisiate, Francesco era morto l’anno precedente. Come provinciale dell’Italia settentrionale compì due soggiorni ravvicinati a Padova fra il 1229-1230 e il 1230-1231 quando morì.
Egli ebbe sempre una predilezione per i centri di studi che gli permettevano di aumentare la sua conoscenza teologica, per questo predilesse Padova. Inoltre le terre venete erano percorse dall’eresia e il lavoro, per il predicatore francescano, era molto.
Nel 1231, spossato dalla malattia, Antonio si stabilì presso Camposampiero dove poté dedicarsi alla scrittura e alla preghiera. Qui si fece preparare un povero giaciglio su un robusto noce, per vivere immerso nella natura e contatto con Dio.
La malattia degenerò e chiese di essere riportato a Padova dove volle morire. Un carro lo riportò in città, morì presso il convento dell’Arcella a trentasei anni, nella primavera di quell’anno.
LA FAMA DEL SANTO
Nei giorni successivi alla morte di Antonio si scatenarono discordie tra i conventi padovani per chi potesse custodire le spoglie del Santo. Si dovette usare la forza per trasferire la salma dal convento dell’Arcella, dove era morto, al convento di Santa Maria Mater Domini, presso il quale Antonio avrebbe voluto morire.
Non appena giunta a destinazione, alla salma di Antonio cominciarono ad essere attribuiti i miracoli più disparati che, uniti a quelli compiuti già in vita, andarono a costituire un corpus importante. In realtà molti critici moderni misero in dubbio la veridicità di tali miracoli sulla scia di uno scetticismo che pone le basi sull’attenzione dedicata ai miracoli antoniani in opere tardive quali la Leggenda Regaldina e il Liber Miraculorum (metà XIV secolo).
La grande fama lo portò, già l’anno seguente la sua morte, alla canonizzazione per mano di papa Gregorio I, era il 1232.
Dopo la sepoltura, i pellegrinaggi presso la tomba divennero sempre più numerosi. Ben presto, accanto al convento, si avviò la costruzione di una chiesa più capiente e nel 1236 la salma venne traslata nella nuova Basilica, dove trovò la sua dimora definitiva.
La dottrina di Antonio fu infine degnamente celebrata quando, nel 1946 venne proclamato “dottore della chiesa universale”.
Scritti teologici e sermoni testimoniano la sua dottrina; numerose furono nei secoli le bibliografie a lui dedicate.
ICONOGRAFIA ANTONIANA
Come abbiamo già accennato l’iconografia di Sant’Antonio da Padova presenta molte varianti e molti attributi comparsi nel tempo e derivati erroneamente dall’iconografia di altri santi.
L’unica costante di tutte le rappresentazioni antoniane è il saio francescano (bruno o nero) che ricorda costantemente la sua appartenenza all’ordine come secondo, dopo Francesco, più famoso esponente. Il saio, cinto dalla corda con i tre nodi, simbolo di povertà, castità e obbedienza rimandano ai voti che ogni francescano è tenuto a compiere. Spesso rappresentato con la stessa emaciata magrezza del padre dell’ordine, non abbiamo però la certezza che tale dato sia vero anzi, in certe fonti è addirittura smentito, e in ogni modo non esistono fonti coeve che ci riportino il vero aspetto di Antonio. La giovinezza diventerà presto un tratto fisico costante delle sue immagini.
Il libro, simbolo della sua dottrina, compare sin dalle rappresentazioni più antiche, connotandolo come dotto teologo.
La fiamma, attributo che compare verso la fine del XIV secolo, deriva da una confusione iconografica con l’altro Antonio, l’Abate invocato per la guarigione del “fuoco di S. Antonio” appunto. Un riadattamento del soggetto fa si che la fiamma in seguito rappresenti il fervore del suo amore per Dio.
Il cuore infiammato deriva dall’iconografia di S. Agostino.
Il giglio, simbolo di purezza, che compare associato ad Antonio a partire dalla metà del Quattrocento, è introdotto probabilmente per la sua vicinanza a S. Bernardino da Siena e, inoltre, come simbolo sempre valido per la purezza d’animo del Santo.
L’attributo del pane ricorda infine la sua carità verso i poveri.
Un’iconografia antoniana di grande successo vede il Santo nei panni di giovane devoto che tiene tra le braccia Gesù Bambino, alludendo a un episodio narrato nel Liber Miraculorum secondo il quale Antonio avrebbe avuto l’apparizione del Bambin Gesù poco prima della morte quando era ritirato in meditazione presso Camposampiero. Il Bambino, essendo poi simbolo di purezza come colui che si affida all’uomo è, con la sua innocenza, ulteriore riferimento simbolico alla purezza di S. Antonio.
Altre volte, ma in casi più rari, Antonio è rappresentato come stilita sul noce con il Vangelo nella mano, mentre è intento a conversare con frate Leone e S. Bonaventura, con esplicita allusione ai suoi ultimi mesi di vita vissuti in un piccolo giaciglio costruito sopra un albero a Camposampiero.
Infine ebbero spesso grande fortuna le rappresentazioni dei numerosissimi miracoli compiuti dal Santo e tratti principalmente dal Liber Miraculorum. Tra i tanti episodi citiamo: il miracolo del cuore dell’avaro ritrovato nel forziere, il miracolo della mula, il miracolo del neonato, il miracolo del piede risanato, la predica ai pesci, il miracolo dell’assassino resuscitato.
EVOLUZIONE DI UN’IMMAGINE
Non si conoscono, al contrario di quanto avviene per Francesco, rappresentazioni di Antonio a lui coeve.
Nelle più antiche raffigurazioni duecentesche egli è presentato con il libro in mano ponendo, in questo modo, l’accento sulle sue virtù teologiche. In queste prime precoci immagini, come ci mostrano ad esempio i mosaici di Santa Maria Maggiore e quelli di San Giovanni in Laterano a Roma, a prevalere è la figura del predicatore asceta con libro e mano alzata in gesto oratorio, che aveva così fortemente segnato la storia che a quei tempi era solo di poco precedente.
La figura di Antonio compare ben presto anche nel cantiere assisiate in raffigurazioni che lo trovano sempre accoppiato specularmente, com’è ovvio, al padre dell’ordine.
Nella Basilica Superiore, in una bellissima vetrata risalente all’anno 1275, attribuita al Maestro di S. Francesco, all’interno della bifora istoriata, la coppia di santi, ognuno entro un tabernacolo, è sormontata, nei pannelli superiori, dalle storie delle loro vite secondo una modalità consueta nella decorazione vetraria. La gioventù di Antonio pare qui, a soli quarantatré anni dalla canonizzazione, essere già stata codificata come tratto distintivo della sua immagine.

Nella Basilica Inferiore, quarant’anni dopo, è Simone Martini a riportare nuovamente la coppia di Santi, questa volta in un affresco del sott’arco di accesso alla cappella di San Martino realizzata tra il 1315-1317. Qui Francesco, rappresentato come uomo semplice, contrasta lievemente con la figura di Antonio che, con il libro in mano, è il raffinato teologo che la chiesa vuole ricordare.
Nel corso del Trecento assistiamo all’incremento degli attributi riferiti al Santo. Compare la fiamma derivata da S. Antonio Abate (fuoco di S. Antonio), ne abbiamo esempio negli affreschi eseguiti da Agnolo Gaddi nel 1394 nella cappella Rinuccini in S. Croce a Firenze.
All’incirca coeva è l’apparizione tra le mani di Antonio di un cuore infiammato derivato dall’iconografia agostiniana, come si osserva in un esempio postumo, unico lacerto rimasto degli affreschi per una cappella della chiesa di S. Maria in Aracoeli a Roma, eseguiti da Benozzo Gozzoli tra il 1454-1458.
È a partire dal Quattrocento che l’immagine del Santo comincia a mutare, si rafforza l’accento sulla gioventù di Antonio, al quale spesso è attribuito anche il giglio, simbolo di purezza.
Maggiore artefice di quest’ascesi iconografica, assieme alla codificazione dell’attributo del giglio, è sicuramente Donatello che, al pari di Giotto per Francesco, diventa il principale “pubblicitario” del Santo. Giunto a Padova nel 1443 probabilmente proprio per rispondere alle esigenze dei francescani che, in vista del Giubileo del 1450, stavano trasformando il cantiere della Basilica in una fucina in ricchissimo fermento, ciò che Donatello portò in città fu il Rinascimento. Ben presto gli venne affidato l’incarico di occuparsi dell’altare per la Basilica. Sei statue a tutto tondo, tra le quali compare anche S. Antonio, bellissime nella loro quiete classica, ma che registrano nella lavorazione del bronzo capacità quasi pittoriche, ornarono l’altare congiuntamente a dieci bassorilievi bronzei dedicati alla vita del Santo, ispirati dalla fonte primaria dell’agiografia antoniana già citata, il Liber Miraculorum. Tra i miracoli qui raffigurati citiamo: Il Miracolo del cuore dell’avaro ritrovato nel forziere, il Miracolo della mula, il Miracolo del neonato, il Miracolo del piede risanato.

Diversa l’interpretazione che di S. Antonio ci da il ferrarese Cosmè Tura, soggetto sul quale ritorna per due volta. La prima tavola risale al 1475 ed è oggi al Louvre, mentre la seconda è del 1484 e si conserva alla Galleria Estense di Modena.
Mentre il primo esemplare del Louvre ci mostra il Santo, come di consueto, giovane, con i classici attributi quali il saio, il libro e il giglio, il secondo esemplare ci mostra diversamente l’immagine di un Antonio non più giovane bensì anziano, con la chierica imbiancata dal tempo, secondo una modalità piuttosto inconsueta. L’espressione delle emozioni prende il soppravvento, la sua ascesi è visibile e marca il suo corpo interiormente ma anche esteriormente, andando a corrompere quella quiete estatica che fino ad ora abbiamo colto nelle raffigurazioni antoniane.
Tra Quattrocento e Cinquecento si hanno un proliferare d’immagini di Antonio entro pale e polittici, misura dell’impennata di popolarità che sta cogliendo il Santo al quale viene dedicata una cappella in tutte le chiese più importanti. Per citare solo alcuni esempi di celebri artisti: la pala di Alvise Vivarini del 1480 “Sacra Conversazione tra la Vergine ed il Bambino ed i SS. Ludovico di Tolosa, Antonio di Padova, Anna, Gioacchino, Francesco d'Assisi e Bernardino da Siena” (Gallerie dell'Accademia, Venezia), Filippino Lippi “Madonna con Bambino con S. Antonio di Padova ed un frate” prima del 1480 (Museum of Fine Arts, Budapes), Giorgione (o Tiziano Vecellio) “Madonna con Bambino tra i SS. Antonio di Padova e Rocco” del 1510 (Museo del Prado, Madrid).
Dopo Donatello, il secolo successivo, un altro capolavoro di un oggi noto, ma allora giovane artista, sorto proprio nella patria adottiva del santo, va a eternare l’effigie di Antonio. Mi riferisco agli affreschi eseguiti dal giovane Tiziano per la Scuola del Santo a Padova.

Qui, all’interno della sala capitolare, sono narrati sulle pareti gli episodi della sua vita e tre dei diciotto riquadri furono eseguiti tra il 1510 e il 1511 dal maestro cadorino. Il giovane Tiziano pose mano ai pennelli e in ventisette giornate raffigurò una bibbia pauperum che mostrasse i miracoli del popolare Santo ad edificazione dei confratelli. Le immagini, trattate all’incirca sessant’anni prima nella materia plastica di Donatello, dovevano esprimere l’eccezionale drammaticità di quegli episodi. Antonio, nuovamente giovane nei suoi umili abiti francescani, con le sue serene fattezze, ma con il corpo ben tornito e solido tipicamente rinascimentale, si aggira umilmente tra il popolo che lo ha caro e, in veste di taumaturgo, compie i più svariati miracoli.
Nel Seicento la modalità di raffigurazione del Santo cambia ulteriormente e assistiamo allo sviluppo di moltissime immagini devozionali, non più affreschi ma principalmente pale d’altare.
Al posto del libro prende piega la rappresentazione del Bambino, allusione alla visione del Santo raccontata nel Liber Miraculorum.
Esemplare è la produzione spagnola di quegli anni e cioè perché il Portogallo, fatto S. Antonio suo patrono, ne diffuse ben presto il culto in tutta Europa e non solo (il santo è anche patrono del Brasile). Numerosissime le tele nelle quali il giovane Antonio abbraccia affettuosamente Gesù Bambino, toccando così l’animo dei fedeli astanti; oppure quelle in cui il Santo, assiso in mistica preghiera, contempla il Bambino apparso al suo cospetto. Gli esempi che si possono portare sono i più vari e, tra i pittori visibili in tutti maggiori musei europei citiamo: Claudio Coello (1663,Museo de Bellas Artes de La Coruña), Bartolomé Esteban Murillo ( 1656, Cattedrale di Siviglia; 1668 Museo delle Belle Arti, Siviglia), El Greco (1576-1579, Museo del Prado, Madrid), Francisco de Zurbarán, (1627-30, Sao Paulo Museum of Art), Alonso Cano (Alte Pinakothek, Monaco).

Ovviamente non solo gli spagnoli furono ispirati da questo tema, la tradizione era ben salda anche in Italia. Guercino, in due mirabili esempi l’uno del 1650 circa (S. Giovanni in Persiceto, Colleggiata), l’altro del 1659 (Rimini, Museo della città), ce ne da una dimostrazione. Osservando le due opere si nota il percorso compiuto dal pittore verso forme più morbide e semplificate; il senso di poesia raffinata e semplice traspira e da vita a queste figure affettuosamente accostate e accompagnate, comunque, da un’araldica santorale mai dimenticata (libro e giglio).
Un’ulteriore variante sul tema vede la Vergine presentare ad Antonio il Bambino.
È il soggetto scelto da Antony van Dyck per la sua “Visione di S. Antonio di Padova” del 1628-32 (Pinacoteca di Brera, Milano). Il turbine delle emozioni portato all’estremo è tale che il libro, caduto a terra, giace ormai aperto e inerte ai piedi del santo in preda alla sua mistica estasi.

Accenno a parte meritano i meravigliosi ma forse poco noti affreschi eseguiti nel 1798 da Francisco de Goya y Lucientes all’Eremo di S. Antonio de la Florida, nel sobborgo madrileno presso il fiume Mazanarre, dove tuttora il pittore riposa nella sua tomba di granito. Nella città spagnola la devozione antoniana riecheggiava dalle più antiche tradizioni. I colori sgargianti plasmano i corpi delle tipiche figure goyesche chiamate a rappresentare, ancora una volta, i miracoli della vita del Santo. La cupola, fulcro di tutto il complesso, è sipario per la rappresentazione di S. Antonio che resuscita un uomo assassinato il quale, rivelando il nome del suo omicida, scagiona il padre del Santo accusato del crimine. L’ariosità dello stile abbozzato è strumento attraverso il quale Goya raffigura la folla degli astanti, colta in una moltitudine di accenni narrativi, come degna corona popolare ai miracoli del Santo taumaturgo per eccellenza.

LA CATENA DI S. ANTONIO
Nell’epoca di internet questo termine, ormai divenuto usuale, è adoperato per indicare i sistemi piramidali di e-mail inoltrate da contatto a contatti, creando una vera e propria diffusione capillare di un messaggio che non ha quasi mai nessuna importante valenza.
Il segreto del processo sta nell’indurre il ricevente a inviare a sua volta lo stesso messaggio senza variarlo, sfruttando l’uso della superstizione.
Ma come mai S. Antonio, uno dei grandi santi popolari, è arrivato fino a qui, fino al “patrocinio” nel multimediale?
L’origine del termine si ritrova nel fenomeno che consisteva nell’inviare lettere ad amici con lo scopo di ottenere un aiuto divino in cambio di preghiere e devozione ai santi. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo erano diffuse lettere che si apriva con la formula “recita tre Ave Maria a S. Antonio”, proseguendo con la descrizione delle fortune avute da chi, seguendo le indicazioni, aveva ricopiato la lettera mandandola a sua volta ad amici e conoscenti. Piano piano l’usanza subì i benefici delle innovazioni portate dalla tecnica. Le lettere cominciarono a essere fotocopiate, oppure inviate via fax per diminuire il tempo e la fatica che altrimenti avrebbero richiesto.
Con l’avvento di internet il passo è stato breve e la designazione, non più religiosa, è passata a connotare fenomeni che hanno la stessa caratteristica diffusione capillare, anche se con contenuti d’altro genere.