Quattro Grandi per Milano

di Amici in Visita // pubblicato il 10 Marzo, 2008

Anche Flavia Molinari, aderendo agli ideali associativi, ha deciso di regalarci la sua preziosa sensibilità.
Oggi ci porta a spasso per Milano...

La maggioranza delle persone pensa a Milano come se fosse solamente una città importante dal punto di vista lavorativo, con i suoi abitanti sempre indaffaratissimi, una città dove non andare se si ha intenzione di fare godere il gusto del bello presente in ognuno di noi.
Invece Milano è una città davvero eccezionale, da amare, dove, per fortuna, si corre sempre, è vero, ma oltre all’importantissimo lavoro ci offre anche tanti angoli deliziosi, che si scoprono a volte per caso, magari infilando la testa in un portone aperto.

Poi ci sono tantissimi avvenimenti organizzati per soddisfare le richieste di chi è lì: a me interessano le manifestazioni artistiche e non c’è pericolo che a Milano manchi una mostra o una proposta culturale particolarmente interessante.

In questo momento per esempio, tra le tante mostre ci sono le retrospettive di artisti davvero importanti, che sono riusciti e riescono, con le loro opere, a fare vivere intensi momenti di curiosità, gioia o sconforto a chi guarda le loro creazioni.
Non riuscendo a fare una classifica di merito, perché sarebbe troppo soggettiva, preferisco parlarne privilegiando le postazioni di queste mostre, neanche lontane tra di loro.

Nelle Sale Viscontee del Castello Sforzesco (contenitore di approfonditi Musei dei più svariati tipi) si può apprezzare, sino al 6 aprile 2008, il tocco magistrale di una mano scattante e sensibile come quella di “Edmondo Dobrzanski”, un artista svizzero (Zugo 1914 – Lugano 1997).
Passando per le sale si nota subito quanto lui si tenga fuori dalle “tendenze”, come si dice adesso, è una delle testimonianze più forti del metodo testoriano. Infatti si sente la sua continua ricerca, spesso dettata della concentrazione intellettuale che fa sempre riferimento al destino cui l’uomo è designato, destino sentito dall’artista con pacata tristezza e non molta serenità (secondo me).
In un mondo artistico che lavora soprattutto con l’astrattismo Dobrzanski riesce ad imporre le sue figure evanescenti, quasi drammatiche in quanto non ben definite a causa dell’instabilità psicologica che caratterizza l’uomo moderno. Riesce ad inventare una “figurazione del reale sottraendosi ai luoghi comuni e alle correnti artistiche del secolo”. Il documentatissimo catalogo di Lubrina Editore contiene testi critici, gli appunti, le fotografie-documento, l’autobiografia e moltissime immagini.

Ed ora, percorrendo liberamente (non ci sono le auto) via Dante e via Orefici, magari guardando le vetrine che occhieggiano allegre e colorate, dopo avere forse trovato qualcosa di carino da comprare, si arriva a Palazzo Reale, dove al primo piano si può vedere “Giacomo Balla. La modernità futurista” sino al 2 giugno 2008.
Questa è una retrospettiva che serve, di sicuro, a riconoscere in Balla (Torino 1871 – Roma 1958) un vero artista, capace, con le sue intuizioni e ricerche, di riuscire a precedere i tempi, tanto da anticipare ed esprimere con particolare originalità molti dei movimenti artistici sorti durante la sua vita.
Il cinquantenario della sua morte è stata l’occasione per proporre le opere di uno dei più importanti futuristi permettendo ai visitatori, così, di verificare la sua incredibile modernità.

I curatori (Baldacci, Lista e Velani) sono riusciti a raccogliere ben 200 opere tra disegni, pastelli, acquarelli, fotografie, assemblaggi, tempere, documenti, olii e sculture: viene raccontato al meglio quanto Balla ha creato tra il 1900 e il 1829.

Persino nelle sue prime opere divisioniste riesce a dimostrare l’originalità che lo contraddistingue: egli non cade nel simbolismo o nello spiritualismo, ma guarda ai problemi sociali o al suo ambiente famigliare con forte intensità e sensibilità. E trasporta le “inquadrature fotografiche” nei suoi quadri perché così soddisfa di più il suo essere perentorio e carco di importanti regole da studiare. Un esempio perfetto di questa scelta è La madre”, un dipinto carico anche di ingenua ma forte sensibilità.
Le linee lo affascinano tanto da riuscire a esprimere la velocità e il movimento solo con esse, così passa dal futurismo “multiplo” (vedi Bambina che corre sul balcone”) allo studio del raggio luminoso e della velocità, dei vortici e delle rotazioni. Ottiene effetti straordinari grazie all'uso solo di diagonali e curve architettonicamente collegate.
E’ insolito percepire la forza del dinamismo e del moto solo grazie a delle linee cioè con una rappresentazione completamente astratta, senza neanche vedere chi o cosa la produce. Sui quattro lati della cornice attorno a un quadro ha dipinto: Ambizione Amore, Le frecce della vita, Idealismo = arte, Insidie ostacoli che erano, evidentemente, sensazioni che lo toccavano molto.
Nel catalogo edito da Skira sono riprodotte anche delle lettere e delle annotazioni dello stesso Balla, che aiutano a capirlo, apprezzarlo e conoscerlo in maniera più approfondita.

Sempre al primo piano di Palazzo Reale è allestita l’esposizione “Canova alla corte degli zar. Capolavori dall’Ermitage di San Pietroburgo ”, una mostra, aperta sino al 2 giugno 2008, particolarmente interessante perché si riescono a confrontare alcuni degli scultori neoclassici collezionati dagli zar.
Paragonando per esempio la Danzatrice con le mani sui fianchi di Canova (Possegno 1757 – Venezia 1822) con Flora di Pietro Tenerani (Torino 1789 – Roma 1869) si percepisce immediatamente la morbida flessuosità dell’una e la composta castità dell’altra. Oppure Le Grazie del nostro e le Ore danzanti di Carlo Finelli ci fa scoprire il piacere che quest’ultimo prova nello scolpire con virtuosa abilità la plissettatura delle stoffe.
L’ambientazione di queste quaranta sculture (sette delle quali sono di Canova) è ideale, le sale di Palazzo Reale, evocando in maniera perfetta un’atmosfera ottocentesca, rendono queste opere indimenticabili e la musica soffusa che accompagna la visita fa apprezzare ancora di più i voluttuosi ondeggiamenti dei corpi e delle vesti.
Michail Piotrovskij, direttore del Museo Statale Ermitage, scrive a tal proposito: “I vasi in pietra dura (portati a Milano n.d.r.) e le bianche figure contro lo sfondo di pareti tirate a stucco colorato sono una delle tante immagini distintive dell’Ermitage che siamo felici di presentare nel Paese che dette i natali a sommi scultori, le cui opere sono ormai divenute parte inalienabile della nostra cultura”.
Anche il catalogo, pubblicato da Federico Motta Editore, è curato con molta attenzione: le foto che lo illustrano sono opera di Aurelio Amendola, il quale è riuscito a rendere palpabile la poeticità del periodo grazie ai particolari ripresi con sapiente sensibilità.

Ed ora torniamo al piano terra per vedere lo sconvolgente “Francis Bacon, ombre e visioni dell’animo umano”, una mostra che anticipa il centenario della sua nascita per il semplice fatto che così sono riuscite ad arrivare a Milano alcune opere molto importanti, già destinate ad altre città l’anno prossimo.
Questo è un artista molto importante per le scelte di vita da lui fatte e per come è riuscito a trasportarle sulle tele, denunciando apertamente i disagi e le inquietudini che hanno caratterizzato la sua epoca.
Per Francis Bacon (Dublino 1909 – Madrid 1992) “l’arte è un’ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani, siamo noi il soggetto della nostra ossessione” così le figure che ritrae, i visi e gli autoritratti danno la netta sensazione del disfacimento, del subire angosce senza avere la speranza di un miglioramento.

Rudy Chiappini, il curatore della mostra, è stato capace di portare a Milano, sino al 29 giugno, più di cento opere, quasi tutte inedite per l’Italia, riuscendo così a fare conoscere ed approfondire tutto il percorso artistico compiuto da Bacon nel corso dei suoi ultimi cinquant’anni di vita irregolare e da “diverso”.
La ricostruzione del suo studio caotico e ingombrato da mille diversi oggetti, dalle tele alla scatola, alla ruota di una bicicletta, persino alla spazzatura, rende l’idea del caos mentale nel quale gli piaceva vivere, mi chiedo se per fare colpo sugli altri o se per nascondersi a se stesso.
Nelle opere di Bacon si percepisce sempre la tragedia vissuta, dopo la seconda guerra mondiale, dalle persone che avrebbero dovuto sentirsi sempre vincenti ed appagate del nuovo mondo che l’uomo stava creando, un mondo che in realtà è solo provocatorio al punto da sfigurare e decomporre gli esseri umani.
Il catalogo che accompagna la mostra è edito da Skira, contiene tutte le immagini delle opere esposte, accompagnate da scritti critici.
La mostra è interessante, ma sicuramente non se ne esce allegri, allora, ripensandoci, il mio consiglio è, arrivati a Palazzo Reale, di passare prima a vedere Bacon, poi andare da Balla facendosi coinvolgere dalle sue linee e poi finire beatamente soddisfatti con la grazia delle sculture neoclassiche.

Penso sia utile sapere che tutte le notizie riguardanti queste mostre, gli eventi collaterali, le visite guidate, i costi, gli orari, le sezioni didattiche si trovano nella sezione "Cultura ed Eventi" del sito www.comunemilano.it

Flavia Molinari

Le immagini pubblicate ci sono state gentilmente concesse a esclusiva integrazione del presente articolo Quelle relative alla mostra "Canova alla corte degli zar" sono coperte da © Aurelio Amendola  

 

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