Pizzi Cannella
di // pubblicato il 17 Febbraio, 2007
Chi non conosce Piero Pizzi Cannella, fino al prossimo 7 gennaio, ha l?occasione di apprezzare l?artista romano, ma sarebbe più corretto dire, farsi coinvolgere nelle esposizioni concepite appositamente per due spazi fiorentini idealmente collegati dove, realizzate per questa occasione, troverete opere di grande formato, tele e cartoni che si ispirano, e ricreano, l?atmosfera dei Salon de Musique delle grandi corti italiane e francesi del Settecento, dei palazzi dei russi bianchi, ma anche il fascino dei sontuosi palazzi indiani dei maraja in atmosfere che ricordano quelle del film del 1958, del regista indiano Satyajit Ray, dallo stesso titolo, Salon de musique.
Alla Galleria Poggiali e Forconi (Firenze, via della Scala, 35a) sette opere di grande formato e alcuni disegni, tutti su cartone, dove sono accennati dei pianoforti, ricordo dell?oggetto piuttosto che rappresentazione dell?oggetto stesso. Il tema del pianoforte, dipinto su tela, la più grande per dimensione realizzata dall?artista, introduce Salon de Musique alla Galleria Alessandro Bagnai (Firenze, via Coluccio Salutati, 4r) dove troverete dieci grandi opere e una serie di lavori su carta.
Le immagini si immergono rarefatte in tessuti di colore, secondo lo stile inconfondibile dell?artista, simboli del fascino di una civiltà decadente e si ?presentano come apparizioni, quasi frammenti di una memoria storica. Anche in queste opere il tema, il segno, come un racconto lirico, gli spazi scuri e indefiniti del ?Salon de musique?? dai quali affiorano fragili ed enigmatici i lampadari di cristallo o, possenti come montagne, i corpi dei pianoforti, evocano energie inesauribili e? ossessioni diaboliche, come osserva il curatore, Lòrànd Hegyi, ?nell?estremismo egocentrico della creatività. Temi di un viaggio avventuroso, luoghi delle scoperte artistiche, dove Pizzi Cannella è alla ricerca di una terra adeguata a sé, di un terreno che gli si confaccia, anche quando questa ricerca viene presentata come gioco di maschere, come autonascondimento, come imitazione.
I cataloghi sono due, ma in unico cofanetto con testo dello stesso Lòrànd Hegyi.??Nei suoi ultimi cicli di opere, ?Salon de musique? e ?Concerto per pianoforte?, Pizzi Cannella è riuscito a trovare una metafora poeticamente forte, capace di molteplici associazioni, stratificata e sensuale, una metafora che con la sua aura enigmatica si manifesta come incarnazione di una forma vitale, una sensibilità, un?entità estetica pienamente coerente. La compattezza suggestiva, lo spessore emotivo, la bellezza seducente e la complessità formale creano un?atmosfera nella quale si riconosce l?eterna, ovvia ricerca di una patria (Heimatsuche) da parte dell?artista. Questi quadri trasmettono silenziosa solitudine, spaesamento e nostalgia di una autentica terra d?origine, il [bisogno di] ritrarsi in luoghi ricchi di emozioni, desideri e fantasie dove l?artista spera di poter vivere appieno la propria sensibilità poetica nella sua libertà sovversiva. Essi parlano della strategia del nascondersi dietro la facciata pittorica di una resa dell?immagine ricca, fragile, sensibile, in cui il virtuosismo del mestiere pittorico attira su di sé ogni attenzione liberando così la personalità dell?artista dalla concretezza di questa sensualità intensificata?.
E ancora: ?La musica, o il luogo della rappresentazione musicale, il ?Salon de musique?, o l?enigmatico strumento musicale che sembra un gigantesco vaso di Pandora, o, in altre tele, i lampadari veneziani fragili e fluttuanti, delicati, irrazionalmente radiosi, evocano uno scenario di empatia, con l?osservatore che entra in un paesaggio fittizio, immaginario, pieno di emozioni e fantasia, un paesaggio di proiezioni, esperienze, rappresentazioni e aspettative. Nei numerosi dipinti di questi nuovi cicli Pizzi Cannella ripete i motivi, lampadario e pianoforte, collocandoli in situazioni nelle quali è possibile coglierne e interiorizzarne l?enigma soltanto con l?intuizione e l?immaginazione, con la proiezione e l?empatia.I fragili lampadari dipinti con tecnica da virtuoso del ?Salon de musique? che con le loro fiammelle (quasi senza scopo, inesplicabilmente, perse in un mondo vuoto ed estraneo, senza la legittimazione di una narrazione trasparente) un po? rischiarano spazi bui o in penombra, rimandano a una realtà singolare, sconosciuta, non descritta, dove però lo spettatore ha la sensazione di assistere a qualcosa di noto, di già visto, già vissuto. Questo senso di disorientamento, questa provocatoria mancanza di scopo, l?assenza di qualsivoglia teleologia e trama, sviluppo, svolgimento o finanche di una trasformazione mirata, rafforzano il sentimento del Sublime senza scopo.? Viviamo questo Sublime ? che è di una bellezza paralizzante, provoca empatia, è fragile e disorientante ? senza sapere in quale contesto, per quale scopo, con quale teleologia e per chi sia stato creato. Questa bellezza silenziosa, enigmatica, fragile e senza scopo, che suggerisce un?inevitabile caducità e nel contempo un?inesplicabile, impersonale, reale durevolezza, questa bellezza che con la sua dignità si manifesta al di là di ogni comprensibile legittimazione, appare come un sipario in cui quanto è visivamente intelligibile sulla superficie non è che un rimando a quanto di inintelligibile sta avvenendo dietro, alle sue spalle. La provocatoria assenza di qualsivoglia legittimazione di tale perfezione e bellezza non ci dà pace. Non riusciamo a liberarci dal sospetto che questa fragile bellezza, questa atmosfera poetica, siano solo un mondo fittizio, una soluzione provvisoria, uno sbarramento su un?altra realtà dotata di una valida legittimazione, null?altro che un sipario che nasconde uno spazio retrostante. Il sipario è una allusione allo spazio che si trova alle sue spalle, con le sue trame, le sue possibilità e accadimenti che restano a noi celati. Il sipario evoca la possibilità che lo spazio che si trova alle sue spalle possa a un certo punto diventare visibile, che il sipario cioè sia provvisorio e mantenga la sua funzione fino a quando gli sarà richiesto di nascondere lo spazio retrostante. La sua funzione è il provvisorio occultamento dello spazio, la preclusione dello spazio retrostante alla curiosità dello sguardo. Il sipario suscita curiosità, rende impazienti di vederlo prima o poi scomparire, di vedere finalmente sollevata la barriera. L?attrattiva pittorica prodotta dal trattamento rafforzato, intensificato, sensuale della superficie del sipario attira ogni attenzione sul fenomeno visivamente comprensibile. Nonostante la funzionalità provvisoria, si insinua il dubbio assillante (paradossalmente, proprio perché l?osservatore lo percepisce solo come sipario, solo come apparato provvisorio, solo come velo transitorio) se davvero alle sue spalle vi sia un altro spazio o se il sipario, simulando soltanto la sua funzione, rappresenti l?unica realtà.?Il trattamento virtuosistico della superficie intelligibile, sensibile, la cui funzione è basata su un paradosso, chiede legittimazione. La sua bellezza è difficile da sopportare senza una spiegazione fondata, senza una funzionalità legittima, senza una contestualità univoca. Ciò nonostante in Pizzi Cannella, come negli altri grandi pittori della post-narrazione pittoresca del nostro tempo, la figurazione non permette alcuna trasparenza, alcuna teleologia, ma coltiva al contrario il culto enigmatico della bella forma come allusione alla crisi di legittimazione dell?immagine come referente immediato delle realtà esterne. Proprio nel contesto di questa crisi la bella forma si configura come manifestazione del Sublime che trae forza e significato dal sovversivo, dal radicale, dalla contraddizione provocatoria della funzionalità del lavoro artistico come autonascondimento, come allontanamento oppure come partecipazione, come avvicinamento?.
Il critico?Achille Bonito Oliva, a proposito della melanconia manierista, prendendo spunto dal Cortegiano di Castiglione, scrive: ?La preziosità formale attraverso cui trova sbocco l?oscillazione esistenziale dell?intellettuale manierista non è il prodotto di un?eccentricità epidermica, ma l?eccentricità è piuttosto il sintomo del desiderio di emergere con un segno marcato e individuale, in un mondo intrigato dalla violenza del realismo politico? (...) è mosso (...) anche dalla consapevolezza melanconica di un?impossibilità di scambio con il mondo e con gli altri uomini. Da qui la scelta della bella forma come parodia della forma, in quanto possibilità dimezzata ed unica di contatto con la realtà esterna. La melancholia artificialis che muove il cortigiano è la conseguenza di una lucida presa di coscienza della necessità della regola, come preclusione del biologico ma anche come unico tramite con il mondo? eLòrànd Hegyi prosegue:? ?La descrizione di Achille Bonito Oliva del culto della bella forma come parodia e contemporaneamente come tentativo di stabilire un rapporto con la realtà ha come riferimento l?ambivalenza che contraddistingue la posizione artistica. Da una parte l?artista cerca di mantenere la sua autonomia e soprattutto le sue peculiari competenze e le capacità intellettuali e creative che, se vuole conservare la propria libertà, in un certo senso è costretto a nascondere ? e per questo indossa la maschera, per questo sfoggia tanta ricchezza pittorica priva di qualsiasi rapporto diretto con le realtà esterne; dall?altra però egli crede che un rapporto di reciprocità con le realtà esterne sia possibile, sia pure soltanto per queste vie traverse e con una ridotta capacità d?azione. Quanto più si cimenta nell?esercizio della bella forma, quanto più elabora i suoi paesaggi pittorici, tanto più si addentra nella radicalità delle sue ossessioni e tanto meno fa riferimento ? in apparenza ? alle realtà esterne, che potrebbero rappresentare un pericolo per le sue competenze, un asservimento ad altri interessi, una dipendenza da momenti extra-artistici ? che, insomma, potrebbero limitare la sua autonomia. Questa strategia del nascondersi punta al mantenimento della propria sovranità, della propria sovversiva capacità di azione, delle proprie competenze critiche, e quindi a realizzare la propria libertà e autonomia, anche quando nemmeno la forma pittorica ? in apparenza ? è del tutto incapace di raggiungere le realtà esterne. Questo costante nascondersi, la fuga come condizione esistenziale permanente, produce la melanconia che contraddistingue l?universo figurativo di Pizzi Cannella dove la figurazione ossessiva perseguìta con una pittoricità sensuale, fatta di raffinati dettagli e seducente ornamentazione, suscita nello stesso tempo il sentimento della compiutezza e della perdita. Quanto più l?osservatore trae piacere dalla sensualità esuberante ma controllata, squisitamente armoniosa, della superficie onnipotente che tutto controlla, tanto più avverte la tristezza dell?irraggiungibilità delle realtà esterne che sono state rimpiazzate dalla artisticità trionfante dell?immagine.
(pubblicato Terra di Toscana novembre?2006 e riportato sul blog in data odierna)