Piccoli grandi tesori alluvionati

di Cinzia Colzi - pubblicato il 17 Febbraio, 2007 in Mostre

Suggerisco agli appassionati, e ai visitatori attenti, la mostra allestita ?nella Biblioteca Monumentale del Museo di San Marco (che si riallaccia idealmente, e concretamente, a ?Salvate dalle acque? tenutasi in Sala d?Arme di Palazzo Vecchio dieci anni fa in occasione del trentennale e che proponeva una campionatura dei reperti ancora in attesa di restauro, opere minori, suppellettili liturgiche, arredi lignei e l?unica grande tavola presente, da Santa Croce, l?Ultima Cena di Giorgio Vasari, divisa in cinque pezzi ancora coperti da fango secco) perché è la risposta della città alla richiesta di indirizzare risorse anche al patrimonio genericamente considerato ?minore? o su quello ritenuto difficilmente recuperabile, ma che costituisce il tessuto connettivo della nostra storia artistica e rappresenta il substrato e la cornice dei ?capolavori?. Oggi, molte delle opere esposte nel 1996 in Palazzo Vecchio, ancora col fango alluvionale, ma anche altre, tra quelle ancora in deposito presso la Soprintendenza, le trovate in mostra dopo il restauro, con una ritrovata identità anche se spesso non accompagnata da una ritrovata provenienza quali le arti applicate, i manufatti lignei, le suppellettili liturgiche e le ?opere senza casa?. Accanto ad arredi provenienti da alcune chiese cittadine particolarmente colpite dall?alluvione, come San Firenze, San Remigio, SS. Apostoli, Sant?Ambrogio, che attestano la ricchezza delle suppellettili liturgiche del Seicento e del Settecento, si trovano, ?opere senza casa? straordinarie come una scultura lignea raffigurante Cristo portacrocedatabile tra la fine del Trecento e l?inizio del Quattrocento e uno Stipo in legno e pietre dure del Seicento e il seicentesco modello ligneo della Chiesa di San Firenze, gioiello di architettura in miniatura, che era stato completamente sbriciolato dalla furia dell?alluvione quando si trovava al Museo Bardini ed è oggi restaurato e ricomposto grazie a lunghi anni di lavoro di Marco Marchi presso il Laboratorio di restauro della Soprintendenza. La mostra, presentando alcuni risultati del ?già fatto? in questo specifico settore, vuole altresì essere di richiamo simbolico al ?da farsi ? che, almeno nell?ambito delle arti applicate, ha ancora una certa consistenza, ricordando che per arrivare ad estinguere il pesante fardello delle conseguenze dell?alluvione occorre davvero ancora il concorso di tutte le forze disponibili. Inoltre, a conclusione del proprio operato sulle opere alluvionate, l?Ufficio Restauri di questa Soprintendenza ha voluto fornire un prezioso strumento di lavoro per il futuro, pubblicando nel catalogo della mostra (edito da Sillabe), l?elenco dei 1500 ?pezzi? alluvionati, che furono registrati nel 1966 in fase di emergenza, aggiornato dei dati? - di ubicazione, di restauro e di riconsegna ? per ciascuna delle opere.
L?ingresso alla mostra, fino 6 gennaio 2007, è compreso nel prezzo del biglietto al Museo di San Marco e l?orario di apertura è quello dello stesso Museo e, per una riflessione personale, riporto alcuni frammenti estratti dalle dichiarazioni della presentazione, iniziando da Cristina Acidini, Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino e Soprintendente dell?Opificio delle Pietre Dure: Dieci anni dopo, da poco insediata a Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino, mi tocca il gradito compito di presentare questa mostra che ha tra i suoi scopi offrire un pubblico ringraziamento a chi, ascoltando il silenzioso richiamo degli oggetti salvati, sì, dalle acque, ma ancora disastrati, volle con generosità e discrezione affiancare il Laboratorio Restauri nell?opera di recupero. Com?era nei voti, infatti, restauratori privati e associazioni si fecero avanti assumendosi il restauro di oggetti singoli o a gruppi: ?pezzi?, lo ricordo, portatori ognuno d?un valore testimoniale, ma nessuno del rango del capolavoro, bisognosi d?interventi impegnativi ma di limitata soddisfazione. Molti sono arredi liturgici che l?alluvione del 1966 colse e colpì mentre già la loro presenza stava per diventare in canoniche, cripte e cantine un imbarazzante ingombro. Dopo il Concilio Vaticano II infatti la semplificazione del culto, comprendente il nuovo orientamento della mensa eucaristica, avrebbe estromesso da parecchi edifici sacri amboni, leggii, balaustri, cibori, residenze, mute di candelieri di varie misure e altri fornimenti d?altare. Alluvionati a decine e a centinaia, tuttora nessuno li reclama: tornando nei luoghi di provenienza rischiano di creare problemi, come i reduci straniati di una lunga guerra, che le famiglie stentano ad accogliere. Tanto più meritorio dunque è il contributo dei sostenitori dei restauri che qui si presentano. Un?altra buona notizia riguarda l?Ultima Cena del Vasari, che grazie al risolutivo finanziamento assegnato dalla Protezione Civile, dopo un?estenuante e dannosa attesa, potrà esser studiata e restaurata dagli esperti dell?Opificio delle Pietre. Per quanto lento e intralciato dalla cronica mancanza di fondi, il percorso di recupero del patrimonio di oggetti mobili è delineato e prosegue. Ma poiché è inutile nascondersi che nei quarant?anni trascorsi i presidi territoriali messi in opera non hanno del tutto scongiurato il rischio di esondazione dell?Arno, un?altra direzione nella quale è necessario investire è la prevenzione, per cui occorre crescere nelle rispettive competenze. I rapporti fin qui stabiliti tra organismi nazionali e territoriali tra i quali la Protezione Civile, gli enti della tutela, le associazioni di volontariato dovranno dar luogo a linee guida per le ?buone pratiche? da mettere in atto, nella non auspicata evenienza di minaccia al patrimonio artistico, con tempestività ed efficacia?.?

Bruno Santi, Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico, per le province di Firenze, Pistoia e Prato: ??L?alluvione del 1966 (di cui in città si cerca oggi di ricordare il quarantesimo anniversario, e speriamo senza retorica, ma mostrando cosa si è fatto per rimediarne ? almeno in parte ? i terribili guasti) non è stato soltanto la causa di danni rilevanti (talvolta irreversibili) al patrimonio culturale di maggiore cospicuità: dipinti, statue, opere comunque di arte figurativa, manoscritti, documenti d?archivio e quant?altro (oltre ad aver travolto nella sua furia diverse decine di vite umane, è opportuno ricordarlo proprio come primario, doveroso omaggio a chi perse la vita in quella catastrofe), ma anche alle realizzazioni di arte decorativa, mobili, suppellettili di varie caratteristiche formali e di diverse materie, oggetti di culto, presenti nei vari luoghi di Firenze e delle località investite dalle acque dell?Arno e dei corsi d?acqua in piena, nonché (forse come conseguenze, la ferita più grave) della distruzione di tante botteghe d?artigiano che caratterizzavano la nostra città come nessun?altra del Paese, la loro forzata chiusura, la dolorosa perdita della loro attività.
(Forse, proprio da queste distruzioni è iniziata quella lenta ma purtroppo inarrestabile crisi d?identità, lo smarrimento, la decadenza della comunità fiorentina che si avverte palpabilmente anche nell?aspetto stesso ? sciatto, trascurato, degradato ? della città, a cui si può porre rimedio solo con uno sforzo condiviso tra amministrazioni locali e cittadinanza).

Le curatrici Magnolia Scudieri e Maria Grazia Vaccai aggiungono: ?Desideriamo premettere, contro visioni spesso acriticamente negative, che molti sono i risultati che si sono raggiunti in varie direzioni, unendo le competenze e le risorse istituzionali: per tutti esempio ne sia la restituzione degli affreschi di Bernardino Poccetti nel chiostro di santa Maria degli Angeli. Le opere che presentiamo oggi stanno a dimostrare quali sconosciuti tesori d?arte si possano recuperare spesso fra mucchi di frammenti o fra pezzi sconnessi. L?aspetto più interessante, e che deve essere motivo di orgoglio per Firenze, è che tutti coloro che dopo la mostra del 1996 hanno offerto la loro disponibilità ad occuparsi del restauro di una o più di queste suppellettili, lo hanno fatto senza poter immaginare cosa potesse ritornare alla luce sotto un aspetto miserevole e quindi mossi esclusivamente dal desiderio di partecipare al recupero di quel ?contesto dei capolavori? di cui avevamo additato l?importanza. ? il caso del Cristo portacroce, splendido esempio di scultura lignea di rarità iconografica, il cui valore artistico non era pienamente valutabile prima del restauro, elemento questo che rende ancora più apprezzabile l?iniziativa dello sponsor che ha accettato la nostra proposta di restaurare un simile pezzo, privo inoltre di dati sulla sua origine e quindi opera ?senza casa?. Percepibile solo per intuito era anche la qualità e l?importanza di oggetti, di cui era invece nota la provenienza, come la coppia di torcere con deità marine della chiesa di San Firenze, che riflettono motivi e suggestioni della grande scultura barocca, o come il Cristo deposto, in origine all?altar maggiore della chiesa dei SS. Apostoli, che si è rivelato essere ispirato fedelmente ad un esemplare in terracotta realizzato con un linguaggio più raffinato da Giuseppe Piamontini, figura eminente della scultura tardobarocca a Firenze.

Trattati come piccole sculture, e ?adottati? da restauratori fiorentini sensibili al loro recupero, fanno comparsa anche numerosi candelieri e altre suppellettili che sono testimonianza di un ricco e variegato arredo liturgico di alcune chiese alluvionate come San Niccolò del Ceppo, San Remigio e San Firenze. Ad oggetti di questo tipo è stato dedicato un particolare impegno anche da alcune scuole di restauro, per le quali il lavorare su opere in cui era necessario imparare a separare il fango alluvionale dalle fragili superfici argentate e dorate prima di affrontare operazioni di ?ricostruzione? sempre più complesse, rappresentava un?occasione speciale per formare i giovani allievi. Proprio nell?ambito di un?esperienza didattica, quella della Scuola Professionale Edile di Firenze, si è svolto anche il recupero di uno splendido stipo che è risorto da una condizione completamente frammentaria regalandoci anche la piacevole scoperta di una scritta, solo in parte decifrabile, che documenta la data di esecuzione e lascia indizi sulla possibile appartenenza. In alcuni casi, all?impegno gratuito offerto dai privati per una delle prime fasi di restauro, come nel caso del cancellino d?altare di San Niccolò del Ceppo, ha seguito, nel portarlo a completamento, quello dei restauratori del Laboratorio della Soprintendenza, che hanno anche curato interamente la ricomposizione decorativa del danneggiatissimo tabernacolo di via della Mosca con la dilavata Madonna di Mariotto di Nardo.
Ci piace concludere con la speranza che la città fantasma evocata dall?immagine del modello smembrato prima del restauro sia ormai un ricordo e che sia più vicino il momento in cui, come auspicammo nel 1996, si possa mettere l?alluvione in cornice?.

(pubblicato Terra di Toscana?novembre 2006 e riportato sul blog in data odierna)

Feed & Rss

sottoscrivi i feed Sottoscrivi i feed atom/rss per essere sempre aggiornato sulla pubblicazione di nuovi articoli!