Ospiti dei ‘castellani’ al Trebbio
di - pubblicato il 17 Febbraio, 2007 in Eventi
Immersa nella campagna, tra oliveti e vigneti, girovagando alla ricerca di suggerimenti per vacanze diverse per chi viene in Toscana, ma anche per chi, nella regione più bella del mondo, ha la fortuna di viverci, luglio e agosto sono i mesi capaci di offrire mille opportunità? senza abbandonare lo spirito di questa rubrica? ovviamente!
Dal 21 al 23 luglio, il Castello del Trebbio, grazie alla disponibilità del proprietario dr. Lorenzo Scaretti, ospiterà la settima edizione della Piccola Fiera organizzata dal Comune di San Piero a Sieve, occasione per respirare l?atmosfera della prima storica dimora medicea, godendo del suggestivo paesaggio circostante e, perché no, portare a casa dei prodotti? dell?artigianato e della gastronomia mugellana.
Il Castello (nello straordinario giardino dalle 18:00 alle 23:00 - il venerdì - e dalle 16:00 alle 23:00 - nel fine settimana ? potrete osservare i lavori degli artigiani, degustare specialità, cenare o fare merenda alla tavola preparata dai volontari della Misericordia di San Piero a Sieve) appartenente all?associazione Dimore storiche, sorge nell’antico feudo di Monte di Croce, prima dei conti Guidi e poi del Vescovo di Firenze; successivamente, la famiglia dei Pazzi, ampliando una più antica e modesta fortificazione longobarda, fra il dodicesimo e il quattordicesimo e acquisendo anche la proprietà dei terreni circostanti, fece del Trebbio la sua roccaforte principale. 
Al nucleo centrale costruito dai Pazzi nel 1184, seguirono ampliamenti fra cui quelli databili metà del XV secolo di Michelozzo, per volere di Cosimo il Vecchio dei? Medici e l’aspetto esterno è quello di una villa-castello (luogo di riunione di umanisti e non mancavano le opere di grandi artisti come l?affresco di Andrea del Castagno oggi esposto a Palazzo Pitti) con architettura sobria, modellata su volumi semplici e, pur avendo l’aspetto di una fortezza, la funzione era prevalentemente agricola, per la collocazione centrale dei possedimenti e i Medici lo utilizzavano come residenza in occasione delle grandi battute di caccia.
Arricchito da un hortus conclusus con ampie terrazzature e da un bel pergolato che si appoggia su 46 pilastri a mattoni a vista, in uno degli ingressi è visibile il portale in pietra con stemma mediceo quattrocentesco.
Il Castello è proprio quello dove, secondo la narrazione popolare, la famiglia dei Pazzi, nel 1478, organizzò la famosa ?Congiura? (con la quale intendeva eliminare gli odiati Medici) che portò all’uccisione di Giuliano, fratello di Lorenzo, ma, fallita la sommossa, il Castello venne confiscato dalla Repubblica.
Fra i tanti nomi illustri che vi soggiornarono, ricordo Amerigo Vespucci, nel 1476, fuggito da Firenze per l?epidemia di peste che l?aveva colpita, però; senza alcun dubbio, il vero personaggio vissuto al Trebbio è Giovanni dei Medici, con la moglie Maria Salviati e il figlio Cosimo, primo Granduca.
Giovanni dei Medici, conosciuto come ?Giovanni dalle Bande Nere? anche se chi scrive preferisce lo pseudonimo meno noto di ?guerriero gaudente? (consiglierei di approfondire la storia della sua vita partendo proprio dalla travagliatissima infanzia per la lunga prigionia della madre, quando fu allevato in convento dalla sorellastra Bianca - ?primogenita di Caterina e di Girolamo Riario - e, nel 1509, dopo la morte della madre passato alla tutela del canonico Francesco Fortunati e di Jacopo Salviati).
Nasce a Forlì il 6 aprile 1498, da Giovanni ?il popolano? del ramo secondogenito della famiglia e dalla fierissima Caterina Riario Sforza (discendente di Muzio e Francesco Sforza, la signora guerriera di Forlì e Cesena, oppostasi nella vana lotta contro Cesare Borgia - figlio del papa Alessandro VI - sulla rocca forlivese), battezzato col nome di Lodovico, in memoria dello zio materno, il Moro, prende il nome del padre morto il 14 settembre, Giovanni è l?uomo che Machiavelli individuava come il solo possibile unificatore d?Italia.
Secondo certe biografie, Giovanni, è definito figura leggendaria il cui alone copre la ferocia del mercenario, ansioso solo di combattere per chi lo pagava meglio perché in quattro anni, dal 1522 al ‘26, cambiò campo quattro volte: fu al soldo del Papa, poi dei francesi, degli imperiali e quindi nuovamente dei francesi. Capitanò l’esercito della Lega di Cognac, alleanza franco-veneto-pontificia voluta da papa Clemente VII - ancora un Medici - contro gli imperiali.
Però, c?è chi, a questo quadro, sostituisce quello dello scrittore Pietro Aretino, che lo descrive uomo generoso solito a concedere ai suoi soldati tutte le prede di guerra e nei suoi campi militari, durante i periodi di calma, montoni, agnelli, maiali, vitelli e selvaggina rosolavano su grandi spiedi, mentre lui giovane e turbolento, partecipava a tornei, banchetti e feste, conteso dalle donne, nonostante la sua fama di grande amatore infedele e incostante. Il carattere ferreo lo portò a distinguersi ?per valore militare e Leone X cercò di attenuargli il temperamento aggressivo nonostante l?unico vero amore: le armi. Giovanni combatté per il Papa contro il Duca d?Urbino e contro altri signorotti nelle Marche, nell?Umbria, nel Milanese e, alla morte del Pontefice, suo protettore, il primo dicembre 1521, per manifestare tutto il suo dolore, fece abbrunare le insegne della sua Compagnia, fino ad allora a righe bianche e viola, acquisendo, così il nome di ?Giovanni dalle Bande Nere?.
“Anime aspre, ardite, perdute” vivono intimamente con il loro grande capo famoso e ?Pietro Aretino canta l?ammirazione per questo eroe capace di disporre vita e morte di ognuno: l?occhio suo terribile e la voce sua spaventosa ed ardita dominano nelle eroiche imprese che lo vedono vincitore e fa sorgere appunto quella speranza in Machiavelli.
Nel maggio 1526, al comando di milizie scelte, muove contro il nemico nella vasta pianura padana, per stancarlo con attacchi continui, per arrestare una fiumana che stava per rovesciarsi sulla penisola. Lo chiamano il “gran diavolo” da una parte e “Giovanni d?Italia” dall?altra e sono decine gli atti eroici contro le orde sanguinarie dei Lanzichenecchi del Frundsberg. Al solo suo apparire i nemici fuggono, ma il 25 ?novembre, sempre del 1526, nella pianura di Governolo nel mantovano, viene ferito a tradimento da un palla di falconetto sopra il ginocchio destro, lo stesso arto ferito a Pavia l’anno prima. Cade da cavallo con in pugno la spada “che mai non fu menata in fallo”: ferita gravissima e si deve procedere all?amputazione. Ci sarebbero voluti una dozzina di uomini per tenerlo immobile durante l?intervento, ma Giovanni dice: “neppure venti mi terrebbero, se io non lo volessi”. Pietro Aretino, suo grande, unico, vero amico lo incita: “Lasciatevi tor via il guasto dell?artigliera ed in otto giorni potrete far reina l?Italia, che è serva. E la mutilazione la terrete in luogo dell?ordine del Re che mai non avete voluto portare al collo”. “Facciasi tosto”, risponde l?eroe e la sera stessa egli stesso fa lume, sereno e sorridente, al terribile e crudele taglio. “Padre ? rivolto al confessore giunto nell?imminenza della morte ? per essere io professore d?armi son vissuto secondo il costume dei soldati, come anco avrei vissuto secondo quello dei religiosi, se avessi vestito l?abito che vestite voi, non feci mai cose indegne di me”. Le sue ultime ore di vita, sono descritte da Pietro Aretino, che testimonia come? l’amputazione dell’arto fu fatta dal medico senza nessun altro presente. L?amputazione non fu sufficiente a fermare la cancrena. Tutti: familiari, servi e soldati uniti nel pianto per quel giovane eroe di soli ventotto anni che ha la forza di gridare: “Non voglio morire tra fasce e bende” e spira la notte tra il 29 e il 30 novembre con un?ultima espressione fiera del guerriero nato per l?onore e per la gloria.
Sepolto con l?elmo in testa, come nei giorni delle battaglie, nella Chiesa di San Francesco in Mantova, il suo ultimo corsaletto è conservato al Museo Stibbert di Firenze. Sultano, il suo cavallo, non si fece cavalcare da altri e rimase senza mangiare fino a morirne.
Gli eventi precipitano: “sacco di Roma”, “assedio di Firenze”, ?battaglia di Gavinana”?. Giovanni se ne era andato proprio in quei giorni che segnarono fortemente la storia d?Italia.
Scusate se, in epoca in cui vengono definiti eroi dei miliardari con scarpette chiodate, vi sono apparsa fuori tempo, ma la gita al Castello non ve la dove proprio perdere.
(pubblicato Terra di Toscana luglio 2006 e riportato sul blog in data odierna)